LUSVARDI, SEGUIRE IL BIOLOGICO DALL’UVA ALLA CANTINA di Thomas Coccolini Haertl

In un angolo particolare della grande pianura emiliana, in provincia di Reggio Emilia, incontriamo 7 ettari di vite biologica curati dalla famiglia Lusvardi. Siamo nella frazione Molino di Gazzata, nel comprensorio del paese di San Martino in Rio, il cuore dell’Emilia. Una piccola fetta di mondo che emoziona. Emoziona perché da queste distese infinite di terra, fra un pioppeto e un canale, ci si aspetta vigneti di Grasparossa e Salamino a perdita d’occhio, grandi cantine cooperative e la qualità che cede il passo alla quantità delle vaste coltivazioni di pianura. Ma arrivati alla cantina Lusvardi la prospettiva è piacevolmente diversa, si incontra un piccolo impianto a dimensione d’uomo basato sulle vigne ereditate dalla generazione precedente. Poi la cultura e la passione di Rita Covezzi e Andrea Lusvardi ci rivelano una cantina all’avanguardia per materiali e tecnologia, realizzata per minimizzare l’impatto ambientale con l’utilizzo di laterizi ad alta inerzia termica che controlla gli sbalzi di temperatura e un tetto-giardino che nello strato di terra trattiene acqua piovana impedendo in estate, nell’evaporazione, l’eccessivo riscaldamento della copertura e conservando il calore in inverno.

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I criteri di produzione della cantina si basano su biotecnologie innovative a partire dalle fonti energetiche necessarie alle fasi di vinificazione, con il raffreddamento dei mosti che sfrutta l’elettricità dell’impianto fotovoltaico da 20KW, mentre l’acqua calda è fornita da appositi pannelli termici. Con questo impianto i Lusvardi rispecchiano una cultura della vinificazione senza compromessi basata sul raccolto a mano, sulla pigiatura soffice e la fermentazione in acciaio a temperatura controllata, sui lieviti autoctoni selezionati e sulla criomacerazione, trovando nella certificazione Bio dal 2011 la conferma di un percorso che non lascia nulla al caso; incluse le etichette ideate internamente, che da una prima produzione con un raffinatissimo design minimalista fra il cristallino e il simbolico, inusuale per il lambrusco emiliano, ora traguardano un aspetto più tradizionale e naturale, sempre con il logo degli azzeccati tre cerchi. Tutto sotto la guida dell’agronomo Luca Casoli. Il risultato è una selezione di vini di tradizione emiliana molto curati, ben fatti, con uno spettro di aromi e gusto, dai più tradizionali rifermentati in bottiglia agli spumantizzati classici o rosé, dal colore spettacolare.

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E una degustazione completa della produzione si è svolta a Reggio Emilia organizzata dall’AIS e dalla stessa famiglia Lusvardi, l’11 gennaio. Dopo il buffet di apertura, il primo vino in degustazione presentato nel segno dello “Sparkling by nature” è la novità di casa, un bianco da uve Spergola in purezza provenienti da vigne esterne selezionate, creato per dare una risposta alla crescente domanda di questo vino emiliano fresco, pronto, dal caratteristico sentore di pompelmo e pesca bianca, senza complessità, ma agile negli abbinamenti dagli antipasti ai primi piatti locali di tradizione. A seguire il Lusvardi Rosé commercializzato anche nel formato magnum. Qui davvero colpisce subito il colore rosa corallo vivo e delicato al tempo stesso, acceso come i profumi che rilascia nel bicchiere, con una raffinata rosa fresca e una punta di polvere di granito; al palato nitido, ricorda le fragoline di bosco e riserva una freschezza centrale trasmessa da bolle mai grossolane, caratteristica questa che accomuna tutti i vini di Lusvardi lavorati con metodo Charmat a fermentazione lunga. Chiude con una moderata sapidità che pulisce il palato da piatti come salumi giovani e primi di pesce, non esclusa una frittura di calamari. Il terzo vino è una vera sorpresa, un rosé fermo che è l’eccezione che conferma la regola. Rispetto allo spumantizzato, qui il colore rosa è più intenso e non vi nascondo che bere uve Salamino e Grasparossa in un vino fermo è davvero una rarità. Una piacevole mineralità pervade il palato centrale e suggerisce, con avvolgenza e un retrogusto di mandorle lievemente amare, il contrasto con una bella crema di zucca. Proseguendo nella degustazione, viene presentato Senzafondo, il più semplice, se così possiamo definirlo, dei lambruschi della cantina Lusvardi, un cognome rispetto al più diffuso emilianissimo Lusuardi, che nasce da un errore anagrafico vecchio di due generazioni. Questo vino risponde a una domanda ancora largamente diffusa dalle nostre parti, di un lambrusco semplice, ma ben fatto, adatto a tutto pasto, con il valore aggiunto che un vino biologico come questo può offrire alle tavole di tutti i giorni. Così la degustazione arriva al centro con il Lusvardi Brut. Un lambrusco metodo Charmat che immediatamente ingentilisce il bicchiere con una mousse di bolle perfetta, invitante e davvero persistente. L’olfatto ci trasmette i sentori di frutta rossa in piena maturazione, quindi un piacevole palato prima acido, poi sapido, con una lieve chiusura tannica, ricco e di buona persistenza, invita agli abbinamenti più classici, per un vino che sorride al pubblico femminile, ingentilito da bolle davvero fini. E arriva il vino che accende i ricordi della tradizione campagnola. Come tutti gli ancestrali, i rifermentati in bottiglia sono vini per piatti elaborati, ricchi di sapori, succulenti e grassi, come il cotechino con fagioli e cotiche, per arrivare fino al Gulasch e, perché no, l’anguilla in umido. La pienezza dei sapori del Lusvardi Grato, nome in onore del padre, passa da sentori di foglie ammuffite, punte di lieviti nobili e terra, fino a retrogusti animali per palati forti. Così è un vero rifermentato in bottiglia, tappo a corona, la necessaria e particolare attenzione nell’aprire la bottiglia e tanta, tanta passione. Un richiamo alla memoria. E una degustazione che arriva a tanto, per una rosa di lambruschi davvero completa, si è conclusa con un altro regalo, un Grato del 2013! La dimostrazione che un lambrusco rifermentato in bottiglia non segue la frenesia del tempo, ma regala maturazioni e riflessioni negli anni. Ad eccezione del Lusvardi Blanc, tutti i vini sono composti dalle uve di proprietà Salamino e Grasprossa in percentuali variabili con una produzione attualmente ben al di sotto delle 10.000 bottiglie per ogni etichetta. Un esempio di vino di qualità in terra emiliana che si fa in pianura, fuori dagli schemi che vorrebbero il buon vino nascere sempre solo in collina; del resto, i grandi rossi di Bordeaux si producono lungo la Gironda che ben presto arriva al mare.