LIVE WINE 2018, VOCI DAL MONDO di Francesca Fiocchi

Continua il nostro viaggio tra i vini “vivi”, non uniformi di Live Wine 2018. Si apre un mondo concettuale, impregnato di filosofia: vini come ricerca nella continuità storica, conseguenza di uno stile di vita e di pensiero che rifiuta compromessi, e proprio per questo i grandi numeri. Micro produzioni annue: da 7 a 20mila bottiglie al massimo, in alcuni casi si arriva a 35 – 40mila ma sono appunto “casi”.

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(In foto, con l’organizzatore Lorenzo de’ Grassi al centro)

La Spagna e l’Austria sono i due paesi che nel bicchiere più mi hanno colpita. Sicuramente due grandi protagoniste di questa quarta edizione di Live Wine a Milano, il salone internazionale del vino artigianale. Con una rappresentanza di nove cantine per entrambe le nazioni. L’Austria ci ha regalato delle vere e proprie perle, un esempio su tutti un vino insolito, non filtrato, una delle più originali e intriganti espressioni di Pinot grigio macerato, “aggrovigliato” e “selvaggio”, “graupert” appunto, il Graupert 2014 Meinklang 100% Pinot grigio. Un vitigno che viene lasciato crescere libero e selvatico in questa splendida realtà biodinamica dove vino birra animali miele sono tutt’uno, gestiti a circuito chiuso, autosuffciente. Nel sorso c’è tutto quello che ci si aspetta dal territorio: il magnifico colore giallo aranciato, caratteristica regalata dallo scorrere del tempo e dal contatto con le bucce, per circa undici giorni, durante la fermentazione, cosa non proprio comune per un bianco; gli aromi intensi di miele e pera in evidenza, che si aprono a note burrose, pepe, erbe aromatiche a bilanciare il tono decisamente agrumato; la mineralità che sorprende. Altra chicca è l’altoatesino Sauvignon 2014 della tenuta In Der Eben, che punta su estrema qualità e biodiversità per creare vini di grande personalità e tipicità, memorabili, come la rarissima malvasia rossa. Che ti proiettano d’impatto in questo angolo di mondo della famiglia Plattner, dove i vigneti si adagiano su declivi di porfido di origine sedimentaria e sono ricoperti di castagni e roveri. Una terra di confine i cui vini, con la loro profondità e originalità espressiva, ne sanno raccontare i virtuosismi. Un paradiso di piccoli gesti quotidiani dove la natura si esprime ancora nel suo significato più pieno. Un vino preciso, pulito, di buona struttura, in cui esce il carattere varietale di ortica, sambuco, muschio e una lieve nota fruttata (ribes nero e uva spina) che dà sapore.

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WineStopAndGo incontra la Spagna dei vini artigianali, biologici e biodinamici con un tasting di grande originalità quanto a scelta dei produttori e ai vini in degustazione: di lunghezza gustativa e profondità, dalle acidità talvolta sferzanti, dalle rese basse se non bassissime, in alcuni casi disponibili solo in 500 esemplari. Tutti senza solfiti aggiunti. Vediamoli…

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Con il primo vino, Elemental 2017 di Vinyes Singulars, siamo a Pacs del Penedes, nella roccaforte catalana dei bianchi. Questa proprietà, 100 ettari di cui 34 vitati, appartiene alla stessa famiglia dal 1405. Si coltiva di tutto: ulivi, mandorli, ortaggi, patate, cipolle, frutta, legumi. La maggior parte dell’uva raccolta viene venduta a produttori locali di Cava perché l’obiettivo è quello tipico di una micro bodega, ossia le micro vinificazioni. Un vino da uve macabeo e xarel-lo, in egual percentuale, di vigne di 50-60 anni e da vendemmia congiunta, con breve macerazione. Fresco, citrico, di elegante frutta bianca su fondo di erbe aromatiche, metodo ancestrale. Senz’altro si presta alle dinamiche del tempo. La filosofia produttiva consiste nell’utilizzare per l’invecchiamento prodotti di prossimità, come le barrique e i tonales fatti da un artigiano della zona, le anfore (da 300 litri e sigillate con cera d’api) prodotte in un paesino circostante e realizzate con argilla e altri materiali locali. Ma Vinyes Singulars non significa solo bollicine, sarebbe riduttivo. Tra i rossi, sono buoni i risultati con xarel-lo vermell, sumoll, monastrell, merlot.

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Il secondo vino è il Clot De Les Soleres, uno xarel-lo annata 2015. Siamo sempre in Penedes, nei dintorni di Sant Sadurnì d’Anoia, ancora un piccolo produttore che si conferma. Vigne giovani (max 20 anni), ad alberello, coltivate tra 250 e 350 mt slm, suolo franco e limoso, uve raccolte al punto ottimale di maturazione. La cantina di Carles e Montseé è certificata biologica ma in realtà la cultura vitivinicola è più estrema del biologico di facciata. La potatura verde è svolta lasciando solo due gemme per ogni testa e solo tre teste per ciascun braccio. Rese basse e grande qualità. Il rifiuto è per chiarifiche, filtrazioni invasive, enzimi esterni, acidificanti, solfiti aggiunti e additivi vari. Si adotta la tecnica della confusione sessuale per il controllo della falena, che consente di ridurre i trattamenti senza lasciare residui o contaminazioni perché i feromoni sono distribuiti in diversi punti della trama. Questo vino è leggero, brioso, divertente. E ci piace assai. Ci raccontano che non ha completato la fermentazione e proprio per questo lo definiscono ribelle: un vino, appunto, che era stato pensato per essere fermo e secco, ma che non ha voluto essere tale durante la sua esistenza, si è agitato ed è stato imbottigliato con residuo zuccherino – cosa che lo rende perfetto con il cibo piccante. Il tappo a corona previene eventuali scoppi.

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Una scoperta piacevolissima è Estrany (che significa “strano”) di Celler Credo, realtà gemella di Recaredo (ossia il cava dei grandi numeri, ma non grandissimi, e dell’estrema qualità e perfezione stilistica). Gemella in quanto appartenenti alla stessa famiglia e gestite da un team integrato di agronomi ed enologi di consolidate pratiche biodinamiche e certificate da Demeter, entrambe sono membri della Renaissance des Appellations, la famosa associazione laboratorio creata da Nicolas Joly del 2001. Siamo nell’alto Penedes, suoli calcarei. Celler Credo è un progetto nato nel 1991, per un totale di 8 ettari a sud di Sant Sadurnì d’Anoia, incentrato solo sul bianco tipico del territorio, lo xarel-lo, anzi la cantina è specialista di xarel-lo nella sua versione ferma. Un’uva mediterranea molto versatile. Tante le interpretazioni di xarel-lo che la bodega fa: dalla versione fresca e minerale a quella ossidativa, passando per un petnat e non disdegnando anche una versione pellicolare orange. Estrany 2014 è un vino macerato a lungo con la pelle, alla ricerca dell’espressione più selvaggia di xarel-lo, e ci ha convinti. Ma è ancora un bambino. Degno di nota è anche il Capficat 2015, che non era in degustazione ma che avevo provato nel mio ultimo viaggio a Barcellona, frutto di un preciso lavoro agronomico e senza solfiti, con la particolarità che deriva da un vigneto unico piantato nel 1940.

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Recaredo è un fuoriclasse. Ammetto di essermene perdutamente innamorata. Sono cava non dosé e millesimati con un invecchiamento per un periodo minimo di 36 mesi fino a 120. Tappi di sughero per tutto il processo di invecchiamento, remuage a mano, così come la sboccatura (che avviene senza congelare il collo della bottiglia). Di Recaredo abbiamo degustato, a latere, tre spumanti: Terrers Brut Nature Gran Reserva 2012; Serral Del Vell 2008 Brut Nature, con affinamento di 105 mesi sui propri lieviti e degorgement lo scorso mese di gennaio, da xarel-lo e macabeu; stesse uve per la Reserva Particular 2007 Brut Nature, 10 anni sui lieviti, da una vigna del 1952. Apoteosi!

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Il quarto vino è il Barba Roig della cantina La Gutina. Siamo a Girona, al confine con la Francia. Il paesaggio dei Pirenei mediterranei è un gigante addormentato tra boschi e vigneti. In degustazione un vino da garnacha gris in purezza – in Spagna non sono tanti i produttori che effettuano questa scelta monovitigno. La Gutina è proprio impegnata nel recupero della garnacha gris, da cui si producono vini di gradazione alcolica alta e che si ossidano facilmente. Qui siamo a 14,5% Vol. Un rosato che a occhi chiusi sembra un rosso, un vino purissimo, di struttura, ottima acidità di lime e freschezza, espressivo del territorio, di questi suoli di granito con presenza di ardesia di quarzite, del clima mediterraneo e del vento forte del nord che soffia tutto l’anno. Purtroppo sono solo 432 bottiglie. Barbara Mugugliani gestisce la cantina insieme a Joan Carles Torres ed è originaria di Milano. “È un esperimento, è il primo anno che lo facciamo, raccogliamo l’uva quando non è molto matura e facciamo 3 – 4 vendemmie, è l’unico modo per tenere una buona acidità”, ci racconta. Solo inox. Un vino essenziale. L’approccio di questa cantina è super anti-interventista: solforosa tenuta ai minimi termini, nessuna filtrazione e chiarificazione, rifiuto dei lieviti selezionati, macerazione praticata per infusione con una specie di garza. Segnalo fuori dai giochi anche l’Anyet 2017, da garnacha blanca (65%) e garnacha gris (35%). Un altro bel vino non filtrato, che quasi si può mordere per la sua consistenza, sapido, di struttura, di ottima acidità agrumata che dà energia al sorso.

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Con il Metamorphika, Sumoll Blanc Brisat 2016 ci confrontiamo con un vino bianco da mosto fiore orange style, di Costador. Qui ci spostiamo nella Conca de Barberà (Tarragona), una delle 41 comarche della Catalogna, un’area considerata emergente. Fermentazione in anfora di 200 anni, temperatura molto bassa, con macerazione a contatto con le pelli per sei settimane, maturazione in botti di rovere francese di diversi passaggi per cinque mesi. Le anfore di terracotta sono di Padilla, un produttore famoso di Villarobledo (gli stessi materiali che usa Elisabetta Foradori). Un vitigno semi sconosciuto soprattutto nella versione bianca che ci regala un’espressione viva, con tanta energia e complessa semplicità. Particolarità della cantina di Joan Franquet è che le vigne sono molto vecchie, da 60 a 110 anni, e sono condotte secondo principi biologici non certificati, su suoli argillosi e calcarei, fra 400 e 800 mt slm. Nei loro vigneti in Priorat troviamo invece la llicorella. Altitudini caratterizzate da notevoli escursioni termiche, concentrazione di sostanze aromatiche, buona freschezza e acidità. Un bell’incontro visivo e gusto olfattivo, di eccentrica bontà e di energia pulsante. Un orange wine di lunga macerazione, corpo e grado alcolico. Fabio prende un’uva bianca e la tratta sostanzialmente come se fosse rossa. Proprio questo fa.

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Con Vinos Ambiz siamo sempre nell’ambito dell’orange style. Il territorio è quello della provincia di Avila, caratteristica città studentesca in Castilla y Leon, non molto distante da Madrid. Per la precisione siamo in Sierra di Gredos, terreni fra 650 e 800 mt slm, poveri di materia organica, ripidi e con granito in disfacimento ricoperto di sabbia e argilla, vigneti lasciati spesso allo stato selvaggio. L’artigiano Fabio Bartolomei, di chiare origini italiane, è nato e cresciuto a Glasgow, in Scozia, dove la sua famiglia originaria di Lucca emigrò. Da vent’anni vive in Spagna ed è un autodidatta: si potrebbe definire un “freak”, ma in realtà i suoi vini sono semplicemente vivi e con una ricerca in costante ridefinizione. Questo è un vino con una buona mineralità. Le escursioni termiche favoriscono una garnacha intensa. Sono vini “gluglu” per una serata tra amici. Il produttore predilige anfora e acciaio e raramente si avvale di legni piccoli.

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Ed ecco Daniel Ramos, spagnolo di origini australiane. Siamo sempre in provincia di Avila, in Castilla y Leon, con lo Zerberos A + P 2009, un rosso da uva garnacha (oltre il 90%). Un vino fresco, in cui si sente molto il territorio, con un tocco vegetale e aromi che conferiscono una grande finezza, pur avendo la garnacha uno zucchero residuale suo che ammazza un po’ la beva per un italiano medio che si avvicina a questa’uva. Nel complesso di buona acidità, ph basso, colore scarico. Invecchierà bene. Questo vino, della linea produttiva Finca Zerberos, mostra tutta la personalità del terreno e del vitigno. Anche qui vigne molto vecchie e differenti altitudini.

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Malaparte Vinos è un’azienda in Castilla y Leon, ma questa volta siamo in provincia di Segovia, che significa terreni a 900 mt slm, i più alti in degustazione oggi. Foreste di pini intorno ai vigneti, suoli calcarei e sabbiosi con copertura vegetale naturale, escursione termica tra punta massima e minima che può arrivare anche a 50 gradi durante l’anno, 3000 kg di uva per ettaro. I due artigiani, Elis a e Ruben, vivono il vino con un concetto molto minimalista e autentico. In Spagna sono stati pionieri del crowdfunding per finanziare progetti vitivinicoli speciali a tiratura limitata. Nel 2018 usciranno con un Rufete (progetto UvasNomadas), derivante dal recupero di una vigna in Sierra de Francia con cui la coppia si mette in gioco fuori casa. Tra i progetti riusciti anche una notevole Mencia del Bierzo. Degustiamo un vino discontinuo, non sempre ci sono le condizioni climatiche per produrlo: è un tempranillo annata 2012, tempranillo che quando scende in campo si fa sentire e gioca un campionato a parte. Fermenta in inox, passaggio in legno per 13 mesi, buona acidità (“temprano” significa “presto” e infatti l’uva ha un ciclo corto). Non è un vino “gordo”, cicciotto, ma fresco, con delicata mineralità. Segnalo anche il loro magnifico Syrah (Pico Lunar), che presenta un lato carnoso, pepato ma anche minerale.

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L’ultimo vino è Septenio 2012 di Uva de Vida. Il Brand con cui esce sul mercato è Latitud 40. La provincia è quella di Toledo, in Castilla La Mancha. Approccio biodinamico dal 2012. La consulenza di Angel Amurrio, uno dei grandi esperti del settore in Spagna, riveste un ruolo chiave. Come da protocolli biodinamici i vini sono più tecnici e meno selvaggi rispetto ad esempio cantine che non controllano la temperatura. Carmen e suo marito Luis lavorano solo bacche rosse come il Graciano e il Tempranillo e non hanno né rosati né bianchi in batteria. Al momento non sono ancora entrati in produzione gli impianti di Tempranillo e pertanto i vini Latitud 40 continuano a essere monovarietali di uva Graciano. Quindi acidità, buona freschezza, frutta golosa, sorso profondo, con note quasi “oportizzate”. Graciano in purezza che in Spagna è difficile da trovare.

Un paese che non delude mai. Perlomeno noi di WineStopAndGo!

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