PORTO VENERE FRA VINO, GASTRONOMIA E CULTURA di Francesca Fiocchi

thumbnail (25).jpgLa liguritudine è un mondo preciso di valori, etica condivisa, turismo sostenibile. Ma è anche poesia, arte, musica, cultura. Musa ispiratrice di poeti e letterati. E non da ultimo è convivialità, enogastronomia e tradizioni secolari e granitiche che sanno proiettarti con forza in quello spicchio di terra strappata al mare da agricoltori eroici, profondamente liberi, come è l’anima dei veri liguri, uomini e gesti che ancora sfuggono alle logiche di mercato, a quelle a volte spietate dei grandi numeri. I loro vini sono autentici, autoctoni, territoriali. Sono un fenomeno culturale e ambientale. Qui dove il territorio, frutto di un antico rapporto tra uomo e natura, ha portato alla formazione di borghi arroccati sul mare e di terrazzamenti con muri a secco sui quali si pratica una viticoltura coraggiosa che ha saputo fare passi da gigante, ma sempre nel pieno rispetto dell’ecosistema. Una viticoltura che insiste tra il mare e le asperità della montagna. Un universo costellato da piccole realtà, diverse tra loro ma con tratti comuni, che fanno vino e lo raccontano senza tralasciare la poesia. O meglio, è come se qui la poesia diventasse elemento tipico del vino. Viscerale, immanente. Mancavo da qualche tempo dalla Liguria, in particolare dal Levante, e sono contenta di aver respirato un’energia nuova, un nuova voglia di fare. Molto percettibile. L’occasione è stata la presentazione regionale della guida ViniBuoni d’Italia 2018 (Touring Club Italiano), che dopo Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Puglia, Molise e Abruzzo sbarca a Porto Venere, il più piccolo comune della provincia spezzina, di fronte all’isola di Palmaria e Lerici. Un fine settimana di promozione territoriale oltre che vitivinicola, in collaborazione con il Comune e con la direzione del Parco Nazionale delle Cinque Terre. Una Liguria da vivere e da gustare, dove il turismo diventa sostenibile e con un precisa. caratterizzazione culturale sottolineata dall’unicità del golfo dei Poeti (con le sue spiagge citate nella guida Blu del Touring Club Italiano e Legambiente). Una Liguria nel bicchiere che sui vitigni autoctoni mi ha stupita quanto a qualità raggiunta, ad equilibrio al sorso. Equilibrio che mi ha particolarmente impressionato nello Scicchetrà, passito simbolo delle Cinque Terre, oggi a rischio di estinzione: un vino denso, fruttato e carico di colore, dalle intense sfumature balsamiche e iodate, che richiede giochi di equilibrismo anche nella conduzione dei suoi vigneti aggrappati alla montagna. Un grande lavoro è stato fatto su Vermentino e Pigato, due vini riconoscibili e con un filo conduttore nei vari assaggi. Lo Sciacchetrà va da sé, ma andava da sé anche prima, con una produzione consentita solo in alcuni comuni della provincia di La Spezia. Noi lo abbiniamo a contrasto con le ostriche della Cooperativa dei Mitilicoltori Spezzini. Una vera joie de vivre! Anche per gli occhi.

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(In foto, il comico e cantautore spezzino Dario Vergassola, special guest del tour enogastronomico di ViniBuoni d’Italia, brinda con lo Sciacchetrà)

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1538 gli ettari vitati in tutta la Liguria, una viticoltura fatta di piccoli numeri e una qualità in crescita. Tradotto in cifre significa 4 milioni e mezzo di bottiglie. Il 40% della produzione viticola è distribuito sui Colli di Luni, che uniscono la Liguria alla parte più settentrionale della Toscana. Il vitigno più importante è il Vermentino, 351 ettari vitati, dei quali 368 a Doc. Dopo il Vermentino abbiamo il Pigato, circa 200 ettari, vitigno principe della Riviera ligure di Ponente. Segue il Rossese con 152 ettari. Tre vitigni che messi insieme costituiscono il 46% della superficie vitata. Capillare il recupero in tutta la regione di varietà autoctone minori a bacca bianca e rossa, fra cui Ruzzese, Moscatello di Taggia, Vermentino nero, Barbarossa.  Negli assaggi e nella scelta delle aziende mi lascio guidare da Daniele Bartolozzi, nato e cresciuto nel cuore del Chianti, coordinatore per la Liguria di ViniBuoni d’Italia.

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Sfodera due assi  Ottaviano Lambruschi, azienda storica dei Colli di Luni, rappresentata dal figlio Fabio, anche se mi raccontano che il papà Ottaviano ultraottantenne è sempre in prima linea. Siamo di fronte a una cantina vera portavoce del Vermentino Colli di Luni perché ha saputo lavorare negli anni con più continuità rispetto ad altre realtà quanto a risultati. Azienda di piccole dimensione, territorio di eccellenza. Papà Ottaviano è stato tra i primi a credere in una viticoltura di collina, ovvero in parcelle di vigna più difficili da lavorare: si era accorto che lì l’uva risultava più buona, una visione in controtendenza 30 anni fa quando ancora si puntava sulla quantità a discapito della qualità. Due i cavalli di razza, entrambi Vermentino: Il Maggiore 2016, vinificato tradizionalmente, silente e scorbutico nei primi mesi dall’imbottigliamento, ma quando si concede unisce a note leggermente vegetali ed erbacee un sorso vigoroso, pieno, preciso, elegante con un finale pulito e persistente; il Costa Marina 2017, più pronto rispetto al primo, dal piacevole bouquet di mela verde, basilico e finale ammandorlato, sapido e minerale. Vermentino del Levante che si caratterizza rispetto a quello di Ponente per essere più fruttato e con sentori di erbe aromatiche oltre che per congenite sapidità, freschezza e mineralità.

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Altra bella espressione del Vermentino in Italia, e i Colli di Luni ne sono la patria, è il Poggio Paterno dell’azienda Il Monticello, realtà biodinamica sopra Sarzanello, di cui degustiamo l’annata 2016: secco, corpo tondo (dovuto a fermentazione e affinamento in barrique quasi impercettibile), intensamente agrumato di mandarino e fiori d’arancio, con note di timo e menta subito raggiunte da freschezza e sapidità a inondare olfatto e palato. Un Vermentino un po’ atipico rispetto agli altri dei Colli di Luni perché il suo terreno è argilloso. Si dice che il Vermentino debba vedere il mare e noi aggiungiamo che nella zona dei Colli di Luni lo vede bene. Quello toscano spesso e volentieri è un Vermentino di ripiego, nel senso che le terre migliori sono riservate ad altre varietà e questo vitigno sembra piantato un po’ come moda, per necessità di produrre un bianco. I liguri al contrario hanno da sempre puntato su questo vino, che quindi qui ha una marcia in più. Mare, rese base, territorio difficile: il Vermentino ligure.

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E veniamo ad Aimone e Chiara e a BioVio, la loro azienda, vera roccaforte per l’Albenganese ed eccellenza in termini di ospitalità, che sconfessa l’ idea che i liguri sono chiusi. Aimone Vio è stato anche il primo ligure ad essere insignito dal Gambero Rosso del titolo Miglior Vignaiolo d’Italia. Aimone che nei suoi discorsi cita Pippo Parodi e Calleri, grazie ai quali i vini liguri hanno spiccato il volo. Circa 17 ettari di terreni coltivati soprattutto a Pigato e Vermentino fra Bastia e Ranzo, regime biologico certificato Icea. Il suo Pigato è un capolavoro che migliora col tempo. Ne apre uno del 2001: per nulla ossidato! Merito anche di terreni in una zona molto vocata come l’entroterra di Albenga. Il Bon in da Bon (che significa “buono per davvero”) è il suo Pigato di punta: tanta pesca a polpa gialla, fiori di ginestra e macchia mediterranea al naso per un vino secco, elegante, di buona struttura, dal finale lungo e leggermente ammandorlato, sicuramente di lunga percorrenza. Pigato che evolvendo assume note terziarie e idrocarburiche complesse, che in qualche modo danno pregio a un vitigno che è da considerare tra le grandi varietà a bacca bianca italiane.

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Altro nome da appuntare è Davide Zoppi di Cà du Ferrà, a Bonassola. Un giovane che vive di ideali altissimi, con un profondo senso della giustizia e dell’etica che si fondono con il  paesaggio. Una filosofia aziendale chiara la sua: “Non abbiamo mai comprato vigneti pronti, a parte quelli storici, ma terreni incolti di 50-60 anni e poi li abbiamo vitati, facendo quindi recupero territoriale, con uno sforzo economico che è il doppio di quello che serve per un terreno già in produzione. Negli ultimi due anni abbiamo recuperato due ettari e mezzo andando così a raddoppiare la superficie aziendale, che ora si attesta su 4 ettari in 4 comuni: Bonassola, Levanto, Vernazza e Riomaggiore”. Davide parla con la passione di chi, laureato in diritto internazionale, lascia la scuola di magistratura per fare il viticoltore. “Il territorio va lavorato rispettando i cicli naturali, con vigneti in bio e con un’attitudine il più possibile conservativa. Tutto poi torna nell’armonia del paesaggio, che ritroviamo nel vino ed è la stessa della musica. La terra vale più del denaro”. Chapeau! L’agricoltura ha bisogno di giovani come lui: idee chiare, maniche rimboccate e voli pindarici solo nel pieno rispetto di un’etica territoriale condivisa. Con una bella tensione è il Bonazolae Colline di Levanto Bianco Dop (Vermentino, Bosco e Albarola), imbottigliato al mattino ma ce ne siamo accorti giusto perché ce lo ha raccontato lui: sapidità, freschezza, profumo di mare al sorso. Può solo migliorare. Bonazolae è il genitivo latino di Bonassola. L’ azienda agrituristica nasce 18 anni fa con mamma Aida Forgione (nipote di Padre Pio) e papà Antonio Zoppi, che provenivano da mestieri diversi.  Il Vermentino dal nome Luccicante è frutto di pura poesia: “Quando siamo nei nostri vigneti abbracciamo con lo sguardo tutto il Mediterraneo. Vediamo la Corsica, Capraia e Gorgona, le Alpi Marittime innevate e anche le Alpi Apuane, fino a Punta Ala. Quando arriva mezzogiorno e il sole è in mezzo al golfo si vede lo scintillio sul mare, da qui il nome Luccicante al nostro vino”. A luglio sarà pronta una piccolissima partita di rossi: solo 250 bottiglie di un blend di Sangiovese, Merlot  e Ciliegiolo e a Natale, da vigneti storici di 75 anni siti a Riomaggiore, sarà pronto un passito in edizione limitatissima. “Si tratta di un Igt perché esce fuori dalle Cinque Terre ed è vinificato sulle colline di Levanto, ma fondamentalmente è uno Sciacchetrà”, precisa Davide. “Sono soddisfatto del mio percorso, abbiamo fatto rete tra giovani, ci siamo confrontati. Siamo piccoli noi liguri ma pugnaci” .

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Il Rossese di Dolceacqua. Vino succoso, di eleganza, delicatezza, dalla freschezza piena e vibrante e dall’inconfondibile sapore di rosa appassita, il cui areale di produzione si estende al confine con la Francia. Fra le aziende più significative che abbiamo degustato segnalo Ka Manciné con il suo Beragna, Maccario Dringenberg con il Rossese di Dolcecqua Superiore cru Luvaira, dove i ceppi centenari producono un’ ottima uva, la Tenuta  Anfosso con il suo Rossese da viti vecchie e di ottima acidità da vigneto Luvaira.  Cito anche Terre Bianche, nel cuore di un’antica vigna, di Filippo Rondelli: nel 1870 Tommaso Rondelli fu tra i primi a credere nelle potenzialità di questo vitigno autoctono. Il primo Rossese degustato, il Beragna, è pinotteggiante, quindi colore scarico, vino leggero e molto elegante. Giovanna Maccario è un’altra grande protagonista di questo territorio: tacco 12 in vigna ma con un piglio sostanzialmente maschile che troviamo nel bicchiere. Il suo è un vino che pur essendo fatto da una donna porta i pantaloni: forte, di carattere e personalità. Tenuta Anfosso è un produttore molto tradizionale e attento alle vigne, che sa dare risalto alle diverse caratteristiche dei vigneti. Il suo Rossese, morbido e in perfetto equilibrio, gioca su sfumature speziate, pepe, petali di rosa ed è in continua oscillazione tra frutto e fiore.

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Delicato l’Ormeasco  di Pornassio 2015 (14% Vol.) Doc della Liguria di Ponente dei fratelli Guglierame, un vino di antichissime origini che nasce nelle cantine medioevali del castello di Pornassio (IM). Vinificato in rosso e rosa corallo (metodo Sciac – trà) è un vitigno autoctono che risale al 1299. Siamo in presenza di un’ altra azienda storica, tradizionalista, quindi vinificazione con macerazione molto lunga, botti grandi di rovere per un vino che per un esteta o un enologo può avere piccoli difetti ma che per l’appassionato sono punti di forza, conferiscono carattere e personalità. Sia la loro vigna sia il loro modo di fare viticoltura andrebbero tutelati quasi come un museo a cielo aperto. Questa è una delle Doc storiche, esiste una confraternita, ma ormai il numero di vignaioli che lo produce si riduce di anno in anno. Così come il numero di ettari. Siamo sui 700-800 metri, con condizioni climatiche ottimali per una maturazione completa degli acini. La sensazione tannica allontana gli eccessi di sapidità e mineralità.

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A colpirmi è stata l’Albarola Colli di Luni 2016 di Lunae, da terreno ciottoloso e ricco di scheletro, per i suoi descrittori tipici del Sauvignon, quindi una piacevole profondità aromaticità, una sapidità stuzzicante, armonia e maturità nei profumi verdi. Fresco, fragrante. Rappresenta al meglio la filosofia aziendale il Vermentino “Etichetta nera”: varietale, territoriale (fa solo acciaio), aggraziato, complesso senza essere opulento.thumbnail (21).jpg

(In foto sopra, il rinomato allevamento di ostriche di Porto Venere)

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(Sopra in foto, Paolo Varrella e Alessandro Scorsone fra pregiate ostriche spezzine e Sciacchetrà)

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L’approfondimento culturale ed enogastronomico si sposta dalle cantine del territorio al Grand Hotel Portovenere, con la rinnovata offerta gourmet del Palmaria restaurant e con laboratori di cucina ed eventi di richiamo internazionale, complice la spettacolare terrazza con vista sul golfo, nelle serate estive accarezzata da una piacevolissima frescura ideale per un aperitivo al tramonto o una cena all’aperto. Per gli appassionati di bollicine l’appuntamento è il 10 maggio con i produttori di Champagne selezionati da Premiere e il 6 settembre con gli ospiti della tappa del tour “Celebrity Fight Night”, organizzato dal tenore Andrea Bocelli. Per godersi appieno il territorio e le sue bellezze naturali non può mancare – noi l’abbiamo fatta e proprio per questo la consigliamo – l’uscita in peschereccio per la pesca delle ostriche di La Spezia in collaborazione con la Cooperativa dei Mitilicoltori Spezzini. Le proposte di intrattenimento a scopo educational proseguono con le escursioni ai vigneti dello Sciacchetrà, alla scoperta dell’agricoltura eroica e dei vignaioli più rappresentativi del Levante ligure, con i tour alle cave di marmo di Carrara e con gite in barca fra enogastronomia e lettura di poesie, da un’idea di Cristina Raso, capo della comunicazione e del marketing del Grand Hotel Portovenere. La nostra personale “Ostriche experience” nella giornata di domenica scorsa è stata allietata dalla presenza, divertente e sarcastica, di Dario Vergassola. “Insieme al Grand Hotel e all’ Associazione per il mare, onlus che fa volontariato in campo sociale con bambini disabili, coniughiamo la produzione in mare con un incoming che cerca proposte esclusive. Partiamo da Porto Venere su una barca in legno caratteristica, con gli ospiti a bordo. Raccontiamo la nostra storia, costeggiamo la baia anche al tramonto, il tutto allietato da vini locali e da una gastronomia tipica. Lo scopo è proporre un territorio nel suo insieme”, racconta Paolo Varrella della Cooperativa dei Mitilicoltori Spezzini e produttore di ostriche e muscoli. “A bordo mostriamo come si aprono le ostriche. Le nostre sono verdi perché filtrano fitoplancton dal mare e hanno inconfondibili profumi erbacei e floreali, sono iodate, sapide. Sembrano già condite: noi non mettiamo neanche il limone, riempiono il palato da sole. Ostriche crude che hanno un’evoluzione che parte dal palato e si trasferisce al naso, questo perché filtrano componenti volatili che si esprimono molto a livello olfattivo”. Per un totale di 30mila quintali di muscoli e 400 di ostriche. Ostriche di cui hanno iniziato la produzione nel 2014, riprendendo l’antica tradizione del 1800.

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(Ostriche experience, Sciacchetrà e cultura enogastronomica nel gran tour di ViniBuoni d’Italia 2018)

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Una Liguria che ha potenziato i servizi di incoming e di promozione del territorio nella sua interezza. Una Liguria che ci ha mostrato di saper volare quando sa ripiegarsi su se stessa recuperando appieno il significato di identità territoriale. Perché la Liguria sa raccontarsi magnificamente da sola, senza bisogno di strizzare l’occhio fuori casa. Ricordo che ViniBuoni d’Italia è la guida dedicata ai soli vitigni autoctoni e quindi racconta precise identità territoriali. Storie di vini, di vigne e quindi di persone. Una bella Italia, autentica, che dal bicchiere all’uomo ci piace raccontare.

Per informazioni dettagliate relative alle proposte enogastronomiche e culturali contattare il Grand Hotel Portovenere Tel. 0187 777751

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Stay tuned!