GAVI, VENT’ANNI DI DOCG. I MIGLIORI SECONDO NOI… di Francesca Fiocchi

 

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“Tutto il Gavi a Milano”. Al Palazzo dei Giureconsulti per festeggiare 20 anni di Docg e i 25 del consorzio di tutela con la presentazione della nuova etichetta “Ventanni” del Gavi istituzionale, con cui il consorzio celebra l’anniversario. Consorzio che ricordo è nato nel 1993 con Giorgio Soldati. Da allora la strada è stata tutta in salita: il Gavi (che sta “soffrendo” un po in Germania per colpa del Lugana) ha visto crescere la qualità e la tipicità come pochi altri vini e oggi è tra i migliori bianchi dell’ Italia settentrionale. È proprio a Gavi, in provincia di Alessandria, che il cortese ha trovato l’ habitat che gli consente la sua migliore espressione: brezza marina dalla vicina Liguria, escursioni termiche, clima ventilato e asciutto, grande luminosità. Gavi che in Rovereto trova una delle zone più vocate. Nel bicchiere è fresco, secco, con una notevole spalla acida. Un vino sempre in tensione, di spiccata mineralità e senza sovrastrutture eccessive. Di inconfondibile eleganza piemontese che strizza l’occhio alla Liguria. Un vino preciso, senza fronzoli. Per l’occasione, un tasting di dieci annate, due vini per ognuna, dal 2016 al 2007, per capire e confrontare l’evoluzione  di questo grande bianco piemontese da uva cortese. Dodici le aziende: La Zerba, La Ghibellina, Tenuta San Pietro in Tassarolo, Broglia, Il Rocchin, Castello di Tassarolo dei Marchesi Spinola, Morgassi Superiore, La Mesma, Tenuta La Giustinana, La Chiara, Villa Sparina, Marhese Luca Spinola. Alcuni sono nomi storici. Nel territorio la prima testimonianza scritta sulla viticoltura risale al 972. Sono terre ricche, fertili, attraversate dalla Via del Sale e dalla Via Postumia, che nel passato diventarono insediamento dei feudi dei nobili genovesi. Genovesità che nel territorio del Gavi Docg si respira ovunque: nella classica distribuzione a carruggi dei borghi, nei castelli su ogni collina, nell’identità territoriale di alcuni comuni che mantengono il toponimo Ligure, nella cadenza della lingua parlata, nella gastronomia.

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Un vino, il Gavi, che ritengo dia il meglio di sé con il passare del tempo, quando raggiunge una straordinaria complessità  gusto-olfattiva che gli permette di reggere il confronto con i più grandi bianchi del mondo. Da giovane perde, o meglio si perde un po’, proprio perché il vitigno cortese di suo non ha un bouquet olfattivo molto ampio. “Il cortese non è aromatico al naso, quindi l’ evoluzione nel tempo gli permette di sviluppare aromi e profumi più importanti, che tendono al minerale o all’ evoluzione positiva del vitigno”, commenta Davide Ferrarese agronomo del consorzio di tutela. “Diventa un vino di struttura, corpo, conservando una buona acidità. Con il lavoro di promozione stiamo cercando di far capire proprio questo, ossia che il Gavi può invecchiare nel tempo perché struttura e freschezza glielo permettono. È la nostra sfida. Oggi il mercato italiano, per cultura del consumatore, richiede vini bianchi d’annata, all’ estero invece riusciamo a impostare il discorso inverso. In Italia se proponiamo un Gavi 2015 o 2014 nella ristorazione ci dicono che è vecchio. L’opera di sensibilizzazione è per i produttori che ci devono credere e per chi li assaggia”.

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Questa volta, ma senza citare le aziende, il giudizio sui primi otto vini è tranchant: primi otto vini che significa annate di Gavi dal 2016 al 2013. Piatti, sbilanciati, carenti di struttura, nessuna emozione, chi qualcosa in più chi in meno. Sentore di tappo a parte, che so benissimo che può capitare, peccato per ben due volte con la stessa azienda! Sicuramente non il Gavi che mi sarei aspettata. Poi arriva l’annata 2012 con il Marchese Luca Spinola etichetta “Tenuta Massimiliana” e il registro comincia a cambiare. È un crescendo fino ad arrivare al 2007. Ritrovo il Gavi che piace a me: di struttura, elegante, in perfetto equilibrio e rispondente al vitigno. Ancora con una buona acidità e di allungo gustativo. Un vino che si concede al naso e al palato. Finalmente!

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DI GAVI IN GAVI, I MIGLIORI GAVI SCELTI DA #WineStopAndGo  (annotateveli!):

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I miei personali complimenti a Tenuta La Giustiniana, per cui spendo due parole in più vista l’alta qualità. Tre i vini degustati, tutti e tre promossi e in cui è riconoscibile non solo il terroir ma anche la mano. Siamo sulle propaggini degli Appennini, sono circa 40 ettari di vigneto, nel cuore del Gavi, nella sua zona storica. Rese basse (50/60 quintali per ettaro grazie a potature verde e secca), nessun diserbante chimico e antibotritico per preservare i profumi nella loro pienezza, terreni ben esposti a mezzogiorno tra 300 e 500 metri di altitudine, latitudine 44° 41’, la stessa  dei Graves francesi. E il 95% della produzione destinato all’export. Un’ azienda che ha sfoderato una qualità ineccepibile quanto a intensità e persistenza. Sono Gavi complessi dal punto di vista gusto-olfattivo, equilibratissimi, con bocca di grande struttura. La Giustiniana ha la fortuna di contare su vigne molto vecchie, terre rosse, in particolare argillose, ferrose e minerali, che danno longevità e buona mineralità ai vini. Un’azienda che differenzia le bottiglie in base alla provenienza delle uve, selezionando un cru, come Montessora, ed esaltando così la particolarità di una singola vigna o area: questo è il marchio distintivo aziendale. Tre annate diverse, solo acciaio e un registro emozionale che si mantiene costante all’assaggio e che denota un lavoro ben fatto in vigna e in cantina. Le nostre scelte: il Montessora 2011, che deriva da terre argillose e calcaree con molto scheletro (pietre di fiume), circa 4 ettari, Il Nostro Gavi 2009 e 2008. Tre vini che non fanno né legno né fermentazione malolattica, rispettosi al 100% dello stile tradizionale del Gavi. Il 2011 è un vino di grande struttura, ricchissimo di sfumature alla vista e al naso, dal colore brillante, dai profumi caldi, di tabacco e dai sentori di legno anche se non ha visto la botte. Gusto pieno, morbido l’ ingresso al palato, con una vena minerale agrumata e amarognola in chiusura e un finale molto lungo. Sono vini che si possono bere ogni anno a partire da giugno/luglio ma che dopo vent’anni sono ancora integri, perfetti, con una piacevolissima acidità e freschezza. Il Nostro Gavi è un’altra filosofia produttiva perché  è l’ unione di uve delle terre rosse e di quelle bianche calcareo-sabbiose e affina due anni sulle fecce fini, quindi è un vino che esce quasi tre anni dopo la vendemmia: naso di pietra focaia e floreale bianco, fruttato, profumi fragranti, precisi, intensi, note ferrose. Più evoluto è il 2008, per entrambi impatto fruttato maturo, buona la componente alcolica e una bella spina acida propulsiva in equilibrio con la morbidezza. Il sorso ancora fresco, integro.

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Al di fuori della verticale, ma lo segnalo perché merita, è il Gavi Masera di Stefano Massone (che insieme a Magda Pedrini è socio della Giustiniana), un cru giovane ma ben fatto, fresco, preciso, beverino. Deriva dalle uve di 15 vigne divise in 6 comuni della denominazione. Proposto col tappo a vite perché si presta per essere sbicchierato,  soprattutto all’ estero. Più di struttura il Gavi di Gavi, sempre di Stefano Massone, più fruttato e con una longevità maggiore rispetto al precedente: si può bere tranquillamente fino a tre anni dalla vendemmia.

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Il cru Il Mandorlo 2010 della Tenuta San Pietro in Tassarolo, biologico e prodotto con sistemi biodinamici da terreni calcarei, è ottenuto da uve cortese del vigneto Il Mandorlo, un ettaro di terra con vigne di 50 anni su cui domina un mandorlo centenario. Pulito, preciso, fa solo acciaio. Dal profumo soave, colpisce più che per complessità per eleganza e finezza. Delicati i sentori di crosta di pane, mandorlo, pesca e fiori d’acacia. Bella la vena sapida, buona la struttura.

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La Chiara, di Dario e Simona Bergaglio, con il suo Gavi 2008 di primo impatto mi ha ricordato in alcune sfumature La Giustiniana, dopo ho scoperto che i terreni delle due aziende sono vicini! Questo è un esempio di come la vigna e il terroir, se sono rispettati, escono. Vino intenso, persistente, molto minerale. Anche qui una buona struttura. Buona anche la tenuta all’invecchiamento grazie a freschezza e profumi ampi.

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Altro bel cru è il Monterotondo 2007 di Villa Sparina, di Massimo Moccagatta. Un’ azienda che può contare su vigne vecchie coltivate sulle pendici di Monterotondo, quindi zone più fresche e un po’ più alte. L’uso moderato del legno crea complessità e armonia e la tipicità del cortese ne esce esaltata. Il progetto a lunga veduta è di far invecchiare il vino. Inizialmente tanto fiore al naso, poi l’apertura a note fruttate di pera e agrumi e speziate. Al palato è di corpo pieno, ricco, morbido. Ancora freschezza al naso. Magnifico.

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Cortese che si presta molto bene alla spumantizzazione. Fra le bollicine Metodo Classico degustate, da un minimo di 18 a un massimo di 50 mesi sui lieviti, #WineStopAndGo ha scelto i seguenti:

La Mesma, un brut di 48 mesi sui leviti, dall’ acidità vivace e sostenuta che ne determina il polso. Croccante. Si apre con un tono agrumato e di mandorla per poi lasciarsi accarezzare da sensazioni burrose, di crosta di pane, di brioche. Gradevolmente sapido in chiusura. Acidità sotto controllo. Non una cosa fuori posto. Sorso piacevolissimo. Chapeau!

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Il Poggio 2011, 50 mesi sui lieviti. Sono Gavi particolari quelli di Francesca Poggio. Morbidi, avvolgenti, sinuosi. Perché svolgono anche la fermentazione malolattica, come nella Champagne molto a nord, per ridurre l’acidità e conferire un carattere appunto più morbido al vino. In questo caso viene mitigata la vena asprigna tipica del vitigno. Un pas dosé rifermentato in bottiglia con il mosto 2012, senza aggiunta di lieviti, da uve  mature. “Fatto a mano”, sottolinea Francesca Poggio, “perché ogni bottiglia ha la sua storia”. Al naso il profumo ricorda quello dei migliori formaggi aromatici a pasta molle. Sono Gavi quelli del Poggio da terra rossa ma con la presenza di grandi pietre che consentono ossigenazione e drenaggio. Tradotto significa tanta mineralità, corpo. Forse a essere penalizzati sono i profumi, ma comunque un gran bel prodotto che in bocca sa sorprendere, non tradizionale e più longevo grazie alla malolattica.

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Di carattere, espressivo, è il metodo classico brut di 36 mesi, annata 2014 e sboccatura 2017,  di Magda Pedrini. Fresco, secco, sapido, caldo, di buona struttura. Una piacevole vena minerale che ritrovo anche in chiusura insieme a note di pane appena sfornato e ammandorlate. Armonia nell’ insieme.

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L’Extra Brut Millesimato Ottosoldi,  36 mesi sui lieviti, è un blanc de blancs molto tradizionale, prodotto in pochissime bottiglie numerate. Terreni calcarei e ricchi di sali minerali per uno spumante elegante, con un floreale importante che evolve in interessanti sfumature minerali. Fresco e lievemente amarognolo. Riconoscibile, proietta subito nel terroir del Gavi.

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LE TERRE DEL GAVI. Innanzitutto sono undici i comuni della denominazione (Bosio, Capriata d’Orba,Carrosio, Francavilla Bisio, Gavi, Novi ligure, Parodi Ligure, Pasturana, San Cristoforo, Serra valle Scrivia, Tassarolo) per 1510 ettari di vigneti. L’altitudine varia da 180 a 450 metri. Siamo a trenta chilometri in linea d’aria dal mar ligure, nel lembo più a sud del Piemonte. Fra vigneti di cortese, boschi, valli e dolci colline, punto di incontro tra il vento che soffia dal Mar Ligure e la neve dell’Appennino. Un microclima particolarissimo e tre tipi di terroir: le terre rosse, originatesi dalla ferrettizzazione delle ghiaie miste ad argilla. Si trovano nella parte a nord di Gavi verso Tassarolo e Novi Ligure; la fascia centrale, che unisce Serravalle Scrivia a Gavi e San Cristoforo, che vede un’alternanza di marne e arenarie. Sono i  terreni di Monterotondo; le terre bianche, di marne argilloso-calcaree, la cui origine marina è evidente per la presenza di fossili. Un’alternanza di suoli che crea sfumature differenti nel vino a livello di longevità, eleganza e complessità.

E ricordiamoci che il Gavi è un vino che va selezionato con molta cura. Per non fare pasticci. Intanto vi lancio il nostro prossimo appuntamento direttamente a Rovereto a La Giustiniana, un’azienda che mi ha particolarmente colpito per il vino e per la professionalità delle persone incontrate a Milano.

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