TENUTA FOLESANO: L’EMILIA ROMAGNA CHE SOGNA IL CAMBIAMENTO di Francesco Antonelli

23/03/2018, Marzabotto

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Torno in strada pensando allo strano parallelo tra il politico e il vignaiolo. In quest’ultimo, molto più che nel primo trovo una voglia di riscatto, di cambiare le cose, dare valore al patrimonio umano e naturale che lo circonda, voglia di crescere nel rispetto dell’ambiente, sana ambizione. È successo anche questa volta, nel mio viaggio verso l’anima selvaggia dei colli bolognesi, di tradizione antica quanto la vicina Marzabotto, primo insediamento etrusco in regione. La via San Silvestro svicola ripida e veloce dalla Porrettana, salendo sempre più di quota. Il paesaggio di inizio primavera è verdeggiante e incontaminato; siamo Parco storico del Monte Sole, toponimo più che azzeccato visto che quando a Bologna c’è nebbia, questa collina ne rimane sempre baciata. Tenuta Folesano sorge proprio lungo questa strada, sul crinale tra la valle del Setta e quella del Reno da dove provengo; a Sud Ovest in direzione prospettica intravedo la punta innevata del Corno alle Scale. Nella curva a gomito, tra la locanda e la cantina, sorgeva anticamente una stazione di pedaggio e tutta l’area, prima di essere acquistata dalla famiglia Berti, era un importante possedimento dei Conti di Panico, famiglia che ha giocato un ruolo importante nella Bologna medievale e rinascimentale, tanto da essere stata anche avversaria diretta dei Bentivoglio. Molti i documenti antichi che attestano la vocazione enoica di questi luoghi: le terre di Folesano sono indicate nelle carte geografiche rinascimentali del ‘500 presenti nei Musei Vaticani. L’agriturismo è stato ricostruito partendo da un’antica sezione medievale: situato all’interno di una dimora che fu anche torre, ha al suo interno testimonianze del lavoro dei maestri comacini, una corporazione di decoratori e scultori del romanico lombardo conosciuti ed apprezzati in tutto il Nord Italia. Lasciano la loro testimonianza nella cosiddetta “stanza della fertilità”, dove ai bordi di una finestra hanno scolpito nella pietra due seni, simbolo di buon auspicio per la nascita di un figlio.

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Ci addentriamo nel vigneto ordinato e fresco di potatura con Andrea Berti, il giovane enologo che da alcuni anni sta impostando la propria filosofia produttiva nell’azienda di famiglia. Di lui mi ha colpito la fermezza, l’ambizione e il fatto di avere le idee chiare e di voler marciare compatto in una direzione ben definita. “I vigneti sono il mezzo per tenere vive le nostre colline. Attraverso il valore del vino creiamo paesaggio, sostenibilità. Noi viticoltori siamo l’ultimo baluardo prima della desertificazione del mondo”. Questa frase è un concetto che gli ho sentito ribadire più volte nel corso della giornata ed è stato il tarlo che mi ha fatto pensare all’importanza politica del lavoro del vignaiolo. Andrea non ha ancora trent’anni eppure ha le idee molto chiare sul valore del proprio lavoro, che parte dalla terra, si trasforma in uva sana prodotta secondo i criteri dell’agricoltura biologica e poi in vino. Le caratteristiche uniche riscontrate in degustazione sono da ricercare nelle condizioni in cui cresce la vite nella vallata. Sono circa 6 ettari coltivati principalmente a barbera, merlot e sangiovese, ma è in progetto l’idea di soppiantare parte del merlot in favore della barbera. Tra i bianchi c’è l’Albana, che vista l’antica storia che ha in questo territorio può essere considerata a tutti gli effetti un vitigno autoctono. Senza addentrarci troppo in numeri e percentuali, la particolarità più interessante è nella composizione del terreno, marnoso e calcareo, con una elevata presenza di quest’ultimo elemento. Il calcare in alte concentrazioni favorisce una grande mineralizzazione del suolo, fattore che fa sviluppare le piante, mentre tradotto in bottiglia dà vini con un ph basso e di conseguenza con spiccata acidità: il calcare inibisce l’assorbimento del potassio presente nella buccia e quindi, essendocene meno, in fase di vinificazione risulta superiore l’effetto dell’acido tartarico, che non salificando e precipitando a sufficienza rimane appunto nel vino. Altra particolarità è dovuta alle condizioni climatiche: la vicinanza alla montagna e l’esposizione a venti freddi, l’altitudine e i suoli drenanti portano a germogliamenti e maturazioni spesso tardive che conducono a un completo svolgimento della parte verde e legnosa del frutto. Questi due fattori combinati danno un risultato assolutamente atipico al gusto che è la quasi totale assenza di tannini, che a sua volta finisce con l’amplificare l’effetto di freschezza della beva.

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Ci spostiamo per gli assaggi nella sala col camino all’interno dell’agriturismo, dove stappiamo tre vini, espressione autoctona del territorio e delle scelte impostate dal giovane enologo.

Il primo è l’Albana Gariete 2016. L’etichetta è un omaggio a Gariete, conte di Panico,vissuto nella Casa Torre di Folesano nel 1400. Sull’Albana si è sempre saputo poco. Presente nel nostro territorio da tempo immemore, tanto che i romani lo definivano il vino bianco, Albus, per eccellenza. Se è vera l’ipotesi che fu introdotto dagli etruschi, allora possiamo dire che la vicinanza a Marzabotto dovrebbe garantire una sorta di “denominazione d’origine” che ha quasi dell’ancestrale! È un Albana appenninico, influenzato dalle caratteristiche di suolo e clima che ho evidenziato poco sopra. Il colore è giallo paglierino tenue. Il naso è raffinato, con un sottofondo di agrumi e una leggera nota di pietra focaia e spuntano anche sentori eterei che evidenziano una moderata alcolicità per questo tipo di vitigno (13% Vol.), che si avverte anche in una bocca gradevole. Al gusto si rivela diversa dalla cugina romagnola, con una freschezza persistente e tagliente, con assenza totale di tannino o corposità che invece spesso ritrovo in quello che dalle mie parti si definisce un rosso travestito da bianco. È un Albana interessante, diverso per caratteristiche e stile da ciò che erano le mie abitudini, spogliato dell’opulenza e dell’ampiezza di profumi e gusto, più tipico delle versioni romagnole in favore di finezza ed eleganza. Un vino che ricorda alcuni ottimi bianchi del Nord Italia.

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Poi ci spostiamo sul rosato Maghinardo 2016, ottenuto principalmente da barbera e syrah. Il colore rosato brillante deriva da un contatto veloce con le bucce, che avviene nel momento della pressatura soffice degli acini. Fermenta a basse temperature e riposa a lungo a contatto con le fecce fini. Al naso, così come al gusto, spicca un profilo più tipico rispetto al vino bianco assaggiato poco prima, quasi assenti gli elementi che possono ricordare l’uva rossa, che personalmente non avrei disdegnato. Risulta piacevole un sentore netto di acqua di rose su una base di giovani frutti rossi. Al gusto è veloce, fresco e lascia il palato con una piacevole salivazione che invita alla beva. Ma è intorno alla barbera e alle prospettive future di quello che a tutti gli effetti è un vero autoctono bolognese che si è focalizzato il discorso.

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Barbera Raggi 2015, (e un anticipo della 2016 spillata direttamente dalla botte), è un vino affascinante e atipico, personalmente una scoperta nel panorama delle Barbera che ho finora assaggiato. Curato nei minimi particolari anche in fase di preparazione: la vigna di barbera, con piante piccole, sta proprio in un punto esposto a sole e aria fredda che permettono all’uva di crescere sana e asciutta: si vedono alcuni piccoli licheni attaccati alla corteccia e ai residui di potatura nel terreno. Il colore è rubino intenso e brillante, carico; al naso colpisce particolarmente l’ampiezza e l’intensità del bouquet con frutti rossi maturi, marasca, prugna. Persistente, con un profilo fresco sostenuto ma non eccessivo, pieno, poco asciutto, inesistente la parte tannica o erbacea. Capisco l’idea di futuro che Andrea vuole costruire intorno a questa tipologia di vitigno e di vino e non posso che auspicare una veloce evoluzione del progetto a livello territoriale, per dare a Bologna un accompagnamento enologico all’altezza della ricca gastronomia che l’ha resa famosa nel mondo. A breve anche l’uscita di un nuovo Rosso Bologna concepito come uvaggio di Sangiovese, Cabernet e Merlot per incontrare il gusto di una fascia ampia di consumatori. Una sorpresa di cui vi parleremo più avanti. Decisamente una bella giornata di assaggi e nuove scoperte, arricchita da una sostanziosa idea di futuro.

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