DA PROWEIN A VINITALY, LA NON FACILE STRADA DEL CONSUMATORE FINALE di Thomas Coccolini Haertl

Vino, mercato globale e piccoli produttori. Sono passati già alcuni anni, quasi otto per la precisione, da quando Jonathan Nossiter con Laure Gasparotto nel 2010 scriveva Le vie del vino, sottotitolo Il gusto e la ricerca del piacere. Quel libro in fondo è la descrizione di un sentimento, la volontà di tracciare un percorso in coerenza con
Mondovino, il film documentario del 2004 che come regista lo ha messo al centro del dibattito sull’impatto della globalizzazione nella produzione vitivinicola mondiale, in contrasto con la strada maestra tracciata da grandi nome del wine style come Robert Parker.

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Tutto il dibattito, la letteratura e i fiumi di parole che si spendono in un settore come quello del vino, che già lotta costantemente contro le difficoltà dei cambiamenti climatici, non aiuta il consumatore finale, complice anche la necessità dei viticoltori di diventare sempre più biocompatibili, con ciò che può comportare in primo luogo la scelta del terroir – parola spesso abusata – e il recupero di lieviti autoctoni selezionati. Il quadro si complica ulteriormente pensando alla necessità che il consumatore medio ha di reperire sul mercato prodotti della filiera che abbiano una identità, ma soprattutto una facilità al consumo. Intendendo vini di facile lettura organolettica e di prezzo non fuori mercato. Dunque in questo settore, come in altri dove il brand aiuta nella scelta, il pubblico della grande distribuzione cade necessariamente su marchi e identificabilità legati a territori e produttori noti, vini dunque immediatamente accessibili e che possano anche, se il prezzo dovesse salire, rappresentare un nome spendibile nella dieta domestica di qualità o negli eventi importanti che scandiscono la vita di tutti, in cui il vino andrà al centro della tavola. Il pubblico italiano è forse ancora indietro rispetto a quello francese, perché alle feste, alle cene di rito, racconta sempre e (quasi) solo ciò che ha mangiato, dimenticando l’altra parte fondamentale del piacere, il vino. Un errore che un francese da decenni non fa più. Potremmo pensare che vi sia un distacco conoscitivo fra la ricchissima, rinomata ed eccellente produzione vitivinicola italiana e il consumatore nazionale che fruisce del vino sul mercato interno. Un gap culturale che finisce per semplificare banalizzandola la scelta del vino, preferendo da un lato un brand di grande notorietà a firma di garanzia, talvolta attingendo alla gamma di prodotti selezionati da grandi cantine in fascia di prezzo medio bassa, dall’altra orientando in particolare le vecchie generazioni ancora verso l’acquisto del vino sfuso. Occorrerebbe forse legare ogni singolo italiano alla conoscenza approfondita del proprio territorio agroalimentare e vitivinicolo, invidiato da tutto il mondo, già dai banchi di scuola, imparando cosa ogni zona d’origine produce, dal vino ai formaggi, dal pane alle verdure e alla frutta regionali, tanto quanto possa essere utile sapere chi è Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, il nostro Medioevo, il nostro Risorgimento, Giuseppe Verdi e, perché no, l’architettura contemporanea dai primi del secolo scorso.

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Il dottor Filippo Alagna, medico e vignaiolo in quel di Marsala, fra i tanti incontrati al recente Prowein di Düsseldorf, mi ricorda che il vino in primo luogo è un alimento, mentre si tende a considerarlo sempre solo come una bevanda, e lo ringrazio per questo suo appunto prezioso. Per i nostri nonni che magari svolgevano lavori logoranti, legati alla terra o alla produzione industriale pesante, era normale completare il pasto alimentandosi anche con il vino. Sono passati infiniti raccolti, vendemmie calde e fredde, siccitose e piovose e oggi per tanti giovani consumatori un calice di vino in mano è talvolta soltanto una posa. Così nella superficialità generale capita ad esempio che Prosecco sia diventato sinonimo di vino bianco spumante, senza nessun’altra doverosa distinzione. C’è dunque da interrogarsi su come funzioni il mercato di questo settore e perché la vendita del vino riesca a far crescere solo un pubblico molto selezionato e con troppa lentezza, in percentuali ancora poco significative. In questo panorama sono di fondamentale importanza le fiere internazionali di settore. Direi forse più il Prowein che il Vinitaly, anche se la nostra fiera veronese resta un momento d’incontro importante fra produttori ed esperti di settore. Certo il costo d’ingresso molto elevato, volutamente elevato, respinge il pubblico di massa e determina così l’orientamento del Vinitaly, mentre Prowein non è a buon mercato però lascia aperte le porte ad un pubblico adulto interessato ed esploratore. Per abitudine, per banale pigrizia o per senso di sicurezza si tende a non cambiare vino, a non cambiare zona, a non cambiare cantina. E per chi compra dallo scaffale della grande distribuzione, non guidato, senza un parere esperto, alla fine l’occhio cade sempre sulla stessa bottiglia e sull’etichetta nota e rassicurante. Invece proprio nel vino bisognerebbe esplorare. Per farlo serve certamente la conoscenza, oltre alla curiosità. Ed è questo lo spirito con cui ho voluto muovermi quest’anno al Prowein, senza pregiudizi, senza preclusioni geografiche, cercando fra l’infinità dei piccoli produttori marchi non conosciuti e volti nuovi. Sicuramente non è facile, perché fiere come queste sono pensate per dare maggiore spazio a stand di collettive per zona di appartenenza e qui espone chi vuole, magari chi punta più al mercato estero che a quello nazionale e non è detto che questo sia un filtro di qualità, oppure vi sono grandi nomi della distribuzione internazionale, con marchi selezionati prevalentemente noti che si contendono fra un distributore e l’altro, puntando più ad uno slogan efficace per vendere che a un reale interesse per la ricerca di settore. Personalmente da anni sono più alla ricerca di piccoli produttori, con un criterio selettivo che in Italia potrebbe essere quello del FIVI, al Prowein quello della scelta di entrare dentro le collettive di aree geografiche non facilmente reperibili sul nostro mercato, sia per mancanza di numeri produttivi tali da garantire un export su grande scala, sia per la reale domanda del nostro consumatore nazionale, giustamente appagato dai prodotti vitivinicoli nazionali.

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E così si scopre che piccoli produttori cileni, del Sud Africa, ma anche tedeschi, ungheresi, francesi di nicchia e così via sono in realtà ben disposti, almeno sulla carta, a spedire direttamente al consumatore, anche dall’altra parte del mondo. Dunque potrebbe non essere così improbabile, se una sera vi trovaste da me a tavola con alcuni miei amici commensali, godersi un piacevole Tokaji Aszù Chateau Dereszla 5 Puttonyos del 2010 (11,5% vol.), oppure un Graf Adelmann Das Lied von der Erde, Süssmund 2016 (100% Riesling, 12,5% vol.), ritornando in Italia un Bertani Soave Vintage 2015 (100% Garganega, 12,5% vol.), oppure un giovane Chardonnay in purezza del 2017 da Jordan Stellenbosch, dal Sud Africa (13,5%Vol.). Per i rossi potremmo passare da un Porta Cabernet Sauvignon (13,5% vol.) della Valle del Maipo cilena, oppure degustare un’anteprima di Syrah (etichetta in via di definizione) frutto di un territorio d’eccezione, ai confini del Chianti, oltre i 500 m slm, fra aree fresche e boschive su fondo di galestro, frutto della genialità di Simone Zemella, promettente enologo, poi ancora degustarsi un Nebbiolo in purezza Longitudine 8 di Villa Guelpa 2016, della zona di Lessona, finendo con un IceWine di Manz. Non è questo forse il mercato globale?

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