SARDEGNA. L’ARVISIONADU AMATO DA VERONELLI

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Arvisionadu. Albus Signatus, ossia “segnato di bianco”. La Sardegna racchiude piccoli tesori, semisconosciuti, che ne esprimono tutta la finezza, la purezza e la storia. In questo caso ci troviamo di fronte a un vitigno autoctono tra i più rari e antichi dell’isola, coltivato dai tempi dei Romani e apprezzato da Luigi Veronelli già 50 anni fa. Un vero unicum genetico e una cantina che da questo vitigno prende il nome, Cantina Arvisionadu, con l’obiettivo di valorizzare un vitigno confinato a lungo nell’anonimato e che sa regalare belle sorprese. G’Oceano Igp Isola dei Nuraghi, vendemmia 2016, solo 4mila bottiglie, è un Arvisionadu in purezza che nel bicchiere racconta l’entroterra: secco, fresco, fragrante, tanti frutti a polpa bianca e la sensazione di mangiare l’uva, leggero tannino. Un vino originale e di carattere, vendemmiato a mano, 60 quintali per ettaro, frutto di un territorio dominato da forti escursioni termiche e da un clima mediterraneo. “Sono le sole 4mila bottiglie sulla faccia della Terra, quindi si beve qualcosa di inesistente altrove”, ci racconta Angelo Taborelli al Vinitaly. “Sono stato primario neurochirurgo per vent’anni, il mio socio è stato primario ematologo, ci siamo conosciuti sulla spiaggia”. Il racconto si sposta su Veronelli: “Nei suoi giri alla ricerca di vini diversi capitò in questo paese nel centro nord della Sardegna e si stupì di trovare nell’entroterra al posto del Cannonau del vino bianco. Il Vermentino arrivò molto tempo dopo e sulla costa, non è un vitigno autoctono sardo”. L’Arvisionadu, come dimostrato dalla facoltà di Agraria di Sassari, in botte con particolari lieviti (florizzazione) può diventare un vino da dessert, quindi seguendo un procedimento particolare possibile solo per altri due vini sardi: Vernaccia e Malvasia. E infatti l’Arvisionadu invecchiato in barrique per 4/5 mesi è uno degli obiettivi dei titolari, che per #WineStopAndGo ne hanno aperto una bottiglia in anteprima mondiale, un giorno prima della degustazione ufficiale con l’enologo.

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Siamo a Benetutti, un borgo di quasi duemila abitanti in provincia di Sassari, nella regione storica del Goceano, fra sorgenti termali, foreste millenarie e testimonianze archeologiche che partono dal Neolitico. A una manciata di passi  dalla cantina troviamo la Domus de Jana di Luzzanas, datata 6000 anni fa, sulle cui pareti è incisa una delle più antiche scene rupestri conosciute di un labirinto. Tre gli ettari di terreno coltivati ad Arvisionadu, il resto è Cannonau e Cagnulari, due altri vitigni tipici del territorio, più gli internazionali Syrah e Sangiovese. Vicino al vigneto sorgono le terme romane. A condurre l’azienda due medici: un ematologo proprietario del terreno, Pino Mulas, fondatore del Centro Trasfusionale di Olbia, e un neurochirurgo di Como, Angelo Taborelli. In cantina botti di acciaio e barrique. La scommessa è stata ed è quella di credere negli autoctoni rari, dargli dignità e una precisa collocazione geografica, di immagine e di mercato. E la voglia di essere qualcosa di diverso dagli altri. Di trovare e aprire una strada. I nostri sinceri applausi beneauguranti.

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Nel padiglione Sardegna (e l’abbiamo girato tutto) della Malvasia di Bosa neanche una traccia. Sarà per un’altra volta. O per un tour in Sardegna, dopo la Spagna, alla scoperta di altre chicche…