CARATTERE ED ELEGANZA NEL PINOT NERO FRIULANO di Francesca Fiocchi

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Non solo bianchi. In Friuli la qualità si esprime sotto forma di territori, climi, vitigni differenti come in poche altre regioni italiane. Ma con una complessità gusto olfattiva che crea un unicum senza precedenti, merito di clima e suoli che sanno regalare ai vini note distintive e caratterizzanti. E non a caso il padiglione del Friuli Venezia Giulia in questa cinquantaduesima edizione del Vinitaly è stato uno dei più frequentati, complici degustazioni e verticali che hanno coinvolto il fior fiore dell’enologia friulana. Noi abbiamo avuto modo di degustare al di là dei bianchi conosciuti e apprezzati in tutto il mondo il Pinot Nero, un vitigno che in regione è presente da oltre 150 anni e che fino a 30 anni fa era utilizzato solo come base spumante. Un vino e un vitigno nobile che richiede una cura estrema durante l’estrazione di colore e aromi: occorre fissare al momento giusto il suo sapore, molto particolare e sottile. Un vino difficile da fare ma se i risultati sono buoni è uno dei migliori al mondo. Quello friulano ci ha stupiti per raffinatezza e carattere, sicuramente è un Pinot che ha raggiunto la giusta misura di tonicità. Perché il Pinot nero è un vitigno che assorbe le caratteristiche del terreno dove è a dimora e quindi sa regalare espressioni fortemente identitarie nei vini: il Pinot friulano è altra cosa da quello del Trentino Alto Adige (Mazzon) o dell’Oltrepò Pavese. È un vitigno che predilige i climi freschi e la minor esposizione al sole per non perdere quelle sfumature che lo rendono un grande vino. Da due anni a questa parte in Friuli si è  sviluppata un’attenzione crescente grazie alla Rete d’Impresa “Pinot nero Friuli Venezia Giulia”, un sodalizio oggi tra 9 cantine (che rappresentano 28 ettari di vigneto su 150 complessivi) per migliorare e diffondere la qualità del Pinot nero friulano nel mondo. Connotati tipici: eleganza nordica, piena espressione del frutto, austerità modulata su note più mediterranee, freschezza, lunghezza. Nove cantine, che ricadono nelle Doc Collio, Colli Orientali e Grave, in un raggio di cinquanta chilometri, con espressioni diverse (alcuni lo interpretano con più struttura) ma complementari e con l’obiettivo di promuovere le sottozone. Della rete d’impresa fanno parte Zorzettig, Castello di Spessa, Conte d’Attimis Maniago, Masut da Rive, Russolo, Jermann, Gori Agricola, Ronc Soreli-Antico Borgo dei Colli, Casa Vinicola Antonutti.

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Durante il Vinitaly abbiamo visitato due delle aziende che fanno parte dell’associazione: Castello di Spessa e Conte d’Attimis Maniago. Con la prima siamo nel cuore del Collio Goriziano, a Capriva del Friuli, a una manciata di chilometri dal confine sloveno. Il castello è una dimora del tredicesimo secolo, che oggi fa parte del circuito Relais&Chateaux, in cui soggiornò anche Giacomo Casanova. L’avventura di Loretto Pali nel mondo del vino inizia negli anni ’70 quando acquista la Boatina a Cormons, nell’Isonzo, più il Castello di Spessa. Scavata nella collina la cantina più antica del Collio. Quattrocentocinquantamila le bottiglie annue per un totale di 80 ettari vitati,  di cui quasi due a Pinot nero per 6mila bottiglie. Due i Pinot nero prodotti, entrambi Collio Doc: il Casanova e il Grand Pinot nero. Note comuni: eleganza dei frutti rossi, aromi di tabacco e menta essiccata.

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In degustazione, cucita addosso a noi, tre Pinot: nero, bianco e grigio ramato. Tre vini veramente ben fatti, tutti giocati sull’equilibrio. Il Pinot bianco in Friuli è generalmente delicato e morbido (più simile al Pinot nero), mentre il Pinot grigio gioca più su note sapide e corpo. Il  Pinot nero Castello di Spessa che assaggiamo è un campione di vasca, annata 2015, che andrà in bottiglia a metà maggio per essere commercializzato a settembre. La vinificazione avviene con una macerazione non molto lunga e a temperatura non troppo elevata in vasca troncoconica, con un’attenzione particolare alla pressatura e poi alla follatura. Il passaggio in legno è di 24 mesi in barrique, dove svolge la malolattica, poi ancora due o tre mesi in botte grande e a seguire l’imbottigliamento. Ci ha convinti con i suoi tannini fitti ma setosi, l’allungo gustativo e i sentori speziati, di cioccolato e liquirizia che conferiscono complessità a un vino elegante anche se non ancora pronto, che al naso è un trionfo di ciliegia, lampone, rosa appassita e geranio. Lo diciamo, l’enologo è Enrico Paternoster, trentino. La mano si sente, così come lo stacco.

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Il Pinot bianco (Weissburgunder), cavallo di razza nel sud ovest della Germania, al confine con la Francia, dove si connota per eleganza, asciuttezza e il giusto grado di acidità dato dal clima, in Italia raggiunge la massima espressione qualitativa (unita al fascino) in Friuli e in Alto Adige. Il Pinot bianco Santarosa del Castello di Spessa prende il nome da una famiglia nobiliare che era proprietaria del maniero dal 1947 fino agli anni ’80. Un vino, annata 2016 (il 2017 uscirà tra qualche mese), che ci ha emozionati con questa interpretazione varietale ed elegante, luminoso, dalla purezza disarmante. Vinificato in acciaio, con pressatura soffice, a temperatura controllata di 18,5 gradi per preservare tutti i profumi primari del vino, rimane fino all’imbottigliamento sulle proprie fecce nobili per acquisire più struttura. I terreni sono di marna e arenaria, 45% di argilla, tradotto significa struttura e sapidità nel vino. Naso profondo e articolato che apre su banana, pesca bianca, mela, biancospino. Con l’aria si evidenziano maggiormente fini note di  basilico e foglie di salvia, fiori d’arancio e frutta tropicale; in bocca l’acidità è ben presente ma equilibrata da rotondità e struttura. Un vino che gioca sul dettaglio con il piglio di un grande vino. Un vero fremito di piacere, sia fisico sia intellettuale.

Joy è un Pinot grigio ramato della tradizione, color buccia di cipolla, di classe e allungo gustativo, da vigneto degli anni ’90, i cui riflessi nel bicchiere sono tipici del frutto maturo. Viene eseguita una macerazione di alcune ore prima della pressatura. Ricordo che tende all’ossidazione, motivo per cui è utilizzata una bottiglia scura. Il risultato è un vino più importante del Pinot grigio, con una parte tannica che è conferita dal contatto con la buccia. Al naso è un tripudio di pera, fiori d’acacia e sensazioni tostate; in bocca ricordi di frutta rossa, buona struttura e sapidità. Con una nota finale di crosta di pane.

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Con Conte d’Attimis Maniago siamo a Buttrio, a sud di Udine, nel comprensorio Doc dei Colli Orientali. L’azienda appartiene ai conti da oltre 500 anni. Sono oltre 100 ettari di cui quasi 90 a vigneto: al Pinot nero sono dedicati due ettari, per un totale di 9mila bottiglie.  Pinot nero che proviene da cloni utilizzati per la spumantistica e da vigneti in pedecollina, nelle zone più fresche. Degustiamo l’annata 2016: un bel vino affinato in vasca sur lies, rotondo, caratterizzato da una notevole freschezza. In bocca spezie, caffè, un bel fruttato di prugna, mora e ciliegia e note vegetali. Due parole anche sul Tazzelenghe 2011, un vitigno che in passato ha rischiato l’estinzione perché solo poche aree si prestano alla sua coltivazione ottimale: Buttrio, Manzano, Rosazzo e Cividale. Questo vino potrebbe tranquillamente stare lì a riposare ancora un po’: per l’elevata concentrazione di tannini va consumato invecchiato in modo da trovare il giusto equilibrio. (Tazzelenghe significa taglia-lingua per l’ elevata tannicità). Al naso è intenso, con sentori di fumo di legno, mandorle tostate e ciliegia selvatica. Di ottima capacità sgrassante.

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Di grande struttura, fitta ma morbida tannicità e ampio bouquet olfattivo è il Pignolo 2008 Conti d’Attimis Maniago: frutti rossi, cuoio, eucalipto, liquirizia e note mediterranee. Pignolo che è una delle più antiche varietà autoctone dei Colli Orientali e che va dimenticato in cantina almeno un decennio prima di essere bevuto. Questo Pignolo inizia ad emozionare ora con la sua ricchezza di gusto e aromi.

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Tenuta di Angoris non fa parte della rete d’impresa del Pinot nero ma ve ne voglio parlare perché il Pinot nero Albertina, l’ultimo nato presentato al Vinitaly, è un altro bel colpo messo a segno dall’enologo Alessandro Dal Zovo, che è riuscito a non perdere gli eleganti aromi di quest’uva. Siamo a Cormons. Vigneti e cantina a basso impatto ambientale. Tenuta di Angoris è un’azienda storica del Friuli, nata nel 1647. Sono più di 600 ettari di cui 130 vitati. Il Pinot nero Doc Friuli Isonzo Albertina 2016, vitigno da sempre coltivato da questa azienda, è dedicato alla nonna di Marta Locatelli (in foto sopra intervistata da Luca Sardella), una figura determinante nella storia della tenuta. Affina per il 70% in acciaio e per il 30% in tonneaux da 500 litri che conferiscono morbidezza e ne aumentano la struttura. Al naso frutta rossa matura, spezie e fiori di campo con una nota di erbe aromatiche e un accenno di funghi e cuoio. In bocca è fresco, sapido, giustamente tannico e di buona acidità, l’apporto del legno bilanciato.

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