di Francesca Fiocchi

ciao

C’è più filosofia in un bicchiere di vino che in tutti i libri del mondo, sosteneva Ernest Hemingway. Sostiene Gravner e tutta la sua scuola di vino-pensiero. Per i presocratici l’approccio alla vita fa della natura la causa prima e il fondamento della realtà. L’arché per Talete è l’acqua. Non ho trovato sconcertante o polemico ma con un fondo di verità quanto dichiarato durante ViniVeri, a metà aprile, da Josko Gravner, storico produttore di Oslavia, pioniere in Italia del vino in anfora (quest’anno anche Opera Wine ha aperto ai suoi vini estremi e naturali, in particolare alla Ribolla 2003). Gravner ha sostenuto la necessità per un produttore di fare filosofia o meglio di metterla in tutte le cose che fa, interrogandosi quindi sul significato delle scelte e sulle loro conseguenze. L’avevamo constato anche con Damijan Podversic, che qui sul blog abbiamo intervistato più volte. Due esempi di un Friuli metafisico e di vini che prima di essere fisici sono concettuali, estremamente veri: si parte dal profondo rispetto della natura e delle persone per creare vini memorabili. Filosofia che si intreccia con l’etica e non rimane un’astrazione fine a se stessa ma diventa pratica, colorandosi del profondo senso di libertà di un territorio che non scimmiotta nessuno e che vuole rimanere profondamente se stesso, un se stesso non ben definito che proprio per questo è un unicum nel panorama viticolo mondiale. Quanto dichiarato da Gravner, con le dovute differenze stilistiche, è quello che in Friuli, in quello autentico, mi sembra accada da un po’ di tempo a questa parte: una bottiglia racchiude una filosofia di lavoro precisa che fa della sostenibilità ambientale, dell’identità territoriale, del rispetto delle piccole cose un mantra. Un territorio, soprattutto nelle zone di collina, che ha saputo valorizzare la propria storia facendo dell’ altissima qualità l’unica via percorribile. Zone di collina che difficilmente si fanno lusingare da logiche utili solo a fini commerciali, con inevitabili ricadute verso il basso.

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Il Friuli è una terra speciale, non solo per l’autonomia. Crocevia culturale tra le Alpi Orientali e il Mar Adriatico, al confine con la Slovenia e l’Austria, con una grandissima varietà di climi e di suoli, ma anche linguistica, culturale, paesaggistica, basta pensare all’aspro altopiano del Carso. Un territorio memoria storica di vicende legate alla Grande Guerra. Che sta rivalutando da qualche anno a questa parte il ruolo degli autoctoni nelle produzioni di qualità. Un Friuli di riconosciuta vocazione bianchista a livello mondiale, che ha saputo dimostrare che i suoi vini bianchi hanno capacità di invecchiamento e che  sta lavorando bene anche sui rossi come Pignolo, Merlot, Refosco, Schioppettino, Tazzelenghe e non da ultimo il Pinot nero. Vitigni alcuni autoctoni, altri che si sono acclimatati come se fossero autoctoni e ormai fanno parte del patrimonio ampelografico della regione. Sono vini sfaccettati, di straordinaria complessità e struttura, d’espressione caratteriale come pochi altri, vini che quando li bevi senti forte e chiaro che parlano friulano. Cosa contribuisce in maniera determinante a fare grandi i vini del Friuli? Il clima e il suolo. Il clima cambia in un breve raggio: si va da quello sub mediterraneo delle zone costiere a quello alpino delle montagne, con la Bora e le sue sferzate nell’area di Trieste, le forti escursioni termiche, l’influenza del mare. Il terreno  (più di 23mila ettari vitati) è un altro unicum: dalla ponca tipica di Cormons, che regala vini eleganti e profumati, con buona struttura, fragranza e mineralità, ai suoli ghiaiosi dell’area delle Grave, alla piana dell’Isonzo con terreni ciottolosi e ricchi di ferro, all’impervio Carso con la sua terra rossa, rocciosa e calcarea e le caratteristiche doline, avvallamenti dove si coltiva la vite. Carso che regala gioiellini chiamati Terrano, Vitovska e Malvasia Istriana.

Ecco la seconda tranche di aziende il cui percorso virtuoso intercetta tutta la filiera, cui abbiamo fatto visita nella scorsa edizione di Vinitaly:

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(Con Stefano Cosma e Cinzia Girardini della Cantina Produttori Cormons)

CANTINA PRODUTTORI CORMONS

Siamo a Cormons, in provincia di Gorizia, nel Collio (1600 ettari vitati), territorio dalla caratteristica forma a mezzaluna, che beneficia del clima mite dell’Adriatico e dell’azione della Bora ma è al contempo protetto dalle Alpi Giulie. La ponka, marna arenaria di origine eocenica, è ricca di minerali e oligoelementi. Il confine con la Slovenia è vicino, palpabili i richiami asburgici e le influenze mitteleuropee. La storia dei vigneti del Collio inizia in età pre-Romana e attraversa il Medioevo. Collio che è stato uno dei primi territori italiani a ottenere il riconoscimento della Doc nel 1968. Cantina Cormons è una cooperativa che riunisce più o meno 150 viticoltori friulani che devono rigidamente attenersi a degli standard qualitativi nelle pratiche agronomiche e nelle operazioni colturali per ottenere uva di qualità omogenea. Cantina che ha brindato con il proprio Vino della Solidarietà, vendemmiato dai ragazzi dell’Anfass di Gorizia, all’inaugurazione dello stand dell’Ersa e della regione Friuli Venezia Giulia allo scorso Vinitaly, dove è stata premiata per il packaging innovativo (“Etichetta d’oro” per il Collio Sauvignon 2017,  “Etichetta d’argento” per la Ribolla Extra Dry), frutto dell’opera di restyling voluta dalla direzione di Andrea Russo, che ha segnato un importante cambiamento di rotta a livello di immagine. Il Gran Verduzzo è stato inserito tra i 50 migliori vini spumanti del mondo dalla rivista Wine Pleasures (medaglia d’oro con 97 punti, categoria Metodo Charmat).

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(L’enologo Luca Belluzzo)

Abbiamo degustato lo spumante Pinot (bianco) Chardonnay Brut Grande Cuvée e due selezioni: una Malvasia e uno Chardonnay in purezza. Chardonnay che nasce in Borgogna e trova in Friuli una zona d’eccellenza. La Malvasia Cosmos nr 68 Doc Isonzo, solo 3300 bottiglie, è dedicata all’anno di fondazione, il 1968 appunto, ed è prodotta per la prima volta dopo 50 anni dalla nascita della cantina. Un vino che fa fermentazione e affinamento in botti di legno da 40 ettolitri. Le vigne hanno 80 anni e conferiscono al naso sentori di pepe bianco e pietra focaia, oltre che una buona acidità sostenuta da mineralità e sapidità tipica della zona della Doc Isonzo.

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Cosmos nr 108 Chardonnay Riserva Doc Collio, annata 2016, fa fermentazione e affinamento di 10 mesi in barrique nuove, anche qui 3300 bottiglie prodotte. Naso di vaniglia, frutta matura a polpa gialla, pesca su tutti, note di fiori bianchi tra i quali l’acacia. Degustandolo si sente una maggior cremosità rispetto alla Malvasia, derivante dalla zona della Doc Collio, un terroir che dona grande struttura, che in questo caso viene mantenuta fresca e longeva da una sostenuta acidità dovuta alla concentrazione delle uve. Parliamo di vini con 14-14,5% di alcol. A completare il profilo sensoriale note di burro e pietra focaia. Lungo il finale, con retrogusto di miele.

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Il Pinot Chadonnay Brut Grande Cuvée (10mila bottiglie) è un metodo Charmat morbido, rotondo, 36 mesi di affinamento su lieviti e altri sei in bottiglia. Ben esaltate le note fruttate e aromatiche, con accenni di pane fresco e vaniglia che ritroviamo anche al gusto. Sorso fresco. Sono tante le storie che fanno Cormons. E sono tutte storie che ne custodiscono l’armonia.

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(Robert Princic, Gradis’ciutta)

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GRADIS’CIUTTA

L’azienda guidata da Robert Princic è sempre un piacevole incontro: nel bicchiere il Collio. Realtà in continua evoluzione grazie a terreni posti a diverse altitudini che consentono la coltivazione di varietà sia autoctone sia internazionali. Un’azienda che ci ha convinti anche con i vini rossi. Prima di parlarvi del Cabernet Franc, spendo due parole su un vino versatile da sempre prodotto nelle campagne friulane: la Ribolla. Capace di emozionare sia ferma sia in versione Metodo Classico (Rebolium-Sinefinis) da vigneti nel Collio italiano e sloveno. Ribolla che si presta alla spumantizzazione perché è acida, sapida e profumata. Ferma – la nostra preferita – è un vino fragrante, di una purezza e delicatezza senza fine agevolata dalle escursioni termiche. Una Ribolla che Robert Princic riesce a tenere nel giusto equilibrio con un’interpretazione rispettosa del varietale e molto armoniosa, profumata: sa di fiori freschi, di un fruttato affilato di mela e agrumi, mai troppo rotonda, con una piacevole acidità citrina e buona mineralità. Conservata sur lie fino ad imbottigliamento, è riconoscibile grazie alle marne silicee e calcaree che costituiscono il suo terreno d’elezione. Altro sorso preciso, fresco e succoso è il Pinot grigio, tipicamente friulano e varietale, dal gusto corposo e pieno, molto equilibrato.

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Il Cabernet Franc, vinificato in purezza, è un vitigno originario del Bordolese ma che sul Collio si è ben acclimatato regalando un’espressività immediata e non banale, anche grazie alla raccolta in epoca tardiva e alla macerazione di circa venti giorni fino ad esaurimento zuccheri, con follature manuali per ottenere la massima estrazione polifenolica dalle bucce. Il profumo è intenso, con sottofondo di frutta scura come ciliegia, mora e mirtillo su un netto ma non invadente erbaceo fresco. Al gusto le sensazioni olfattive si ripetono nel fruttato, nel vegetale e in note di terra bagnata e humus ingentilite da tracce affumicate e di liquirizia. Tannini decisi, freschezza, buona struttura e persistenza. Un esempio di Italia che non ha nulla da invidiare a molti altri Cabernet nel mondo.

In arrivo Enjoy Collio Experience (28 maggio-3 giugno). Tutte le informazioni su www.collio.it

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LIS NERIS

Siamo nel Friuli Orientale, nelle valli dell’ Isonzo. Per la precisione a San Lorenzo Isontino, nel Goriziano. Lis Neris è il frutto del talento di un grande friulano, leggo. E confermo. Sono vini di confine, di grande spessore caratteriale. Qui i ciottoli (claps) si riscaldano durante il giorno e rilascino il calore di notte facilitando la perfetta maturazione delle uve. La Bora che soffia da nord est apporta personalità e sapidità ai vini. Il terreno argilloso è ricco di minerali e grazie alla ghiaia è ben ossigenato. Escursione termica, venti balcanici e vicinanza del mare fanno il resto. Al sorso troviamo un grande Friuli di innegabile vocazione bianchista. Azienda che lavora seriamente e con precisione non sbagliando mai un colpo. Profondità e complessità aromatica in un vino di grande beva che non avevo ancora provato, il Fiore di campo. Un vino che nasce come blend di Sauvignon (10%), Friulano (80%) e Riesling (10%), che oggi si compone in misura paritaria al 40% di Friulano e Sauvignon, il restante è sempre Riesling. Differenza stilistica che si sente molto, sia al naso sia in bocca, con un aromatico maturo che ricorda certi Moscato, come nei Traminer, e note di lavanda. Un’esaltazione aromatica che ha favorito la sua bevuta a bicchiere. Del Sauvignon non si avvertono le note verdi ma solo quelle tipiche della surmaturazione aromatica, in primis la lavanda ma anche un floreale bianco, tracce fruttate e cera d’api. Un vino semplice e complesso al tempo stesso. Pure emozioni dalle terre di confine.