LA SCOLCA, VERSO UN SECOLO DI STORIA di Francesca Fiocchi

 

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GAVI, 1919-2019. Con questo bel sorriso rassicurante e con l’ inconfondibile (e inimitabile) Etichetta Nera Chiara Soldati si prepara a festeggiare il centenario della sua azienda, La Scolca. Quel My dream vicino al nome evoca emozioni, famiglia, tradizione. In quel My dream c’è tutta la sua storia, personale e lavorativa. C’è passione, il mettersi in gioco, il confermarsi negli anni con credibilità e professionalità. Senza mai tradire le proprie origini. Da certi sogni non stacchiamo mai, continuiamo a viverli anche dopo il lavoro, oltre il lavoro. Perché sono la nostra vita. Sono sogni che strada facendo si arricchiscono di tasselli importanti, a volte inaspettati, che formano il nostro carattere. Ma soprattutto c’è il portare avanti un cognome che implica delle responsabilità, c’è “quel vino poesia della terra” frutto di un approccio etico e d’ avanguardia di cui parlava Mario Soldati, figura di primo piano nella storia culturale del Novecento. Il vino in sé non può e non potrà mai essere un prodotto industriale. Vino, famiglia, tradizione evocano a loro volta una civiltà autentica, che fa della terra e del suo rispetto un mantra. C’è il ritratto di un’ unicità che fa dell’ eleganza e dell’ attenzione per i dettagli, che poi dettagli non sono, un altro mantra. Arte liquida. Piccoli grandi sogni formato bottiglia. E noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

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Il vino di Gavi da uve di cortese, in un territorio fino al 1900 vocato alla coltivazione di uva a bacca rossa, nasce qui, alla Scolca, l’ azienda più antica del territorio. Chiara Soldati, quinta generazione, la incontriamo al Vinitaly tra un incontro di lavoro e l’ altro. Sempre presissima a comunicare con un marchio tutto un territorio. E di questo parliamo. Di numeri, nel caso specifico sotto forma di coordinate geografiche. Iniziamo dalla latitudine 44° 41’, di Graves, i grandi vini di Bordeaux.  Coltivazioni allineate sullo stesso orizzonte del Gavi Docg. I grandi vini nascono tra il 40° e il 50° parallelo ma a ridosso del 45° sono la perfezione. Gavi che come Graves racchiude il concetto di territorio e vino e che sulle colline di Rovereto ha la sua terra d’ elezione. Sono terre rosse, ricche di scheletro, che nei vini rilasciano sapidità, una mineralità articolata e incredibile freschezza, tre costanti del vitigno cortese quando cresce su questi suoli. Le viti che vi affondano le radici godono di condizioni ottimali per il loro sviluppo. Siamo sulle propaggini piemontesi degli Appennini. La Scolca, a Rovereto di Gavi, è il perno della denominazione. Un’ azienda che si identifica fortemente con il territorio e che riesce a valorizzare al massimo il cortese non inventandosi chissà che cosa ma semplicemente rispettandolo, o meglio non snaturandolo, creando vini molto varietali, in cui si percepisce in modo netto il  vitigno autoctono di appartenenza. Vitigno di antico stanziamento in quest’ area. Sono vini quelli di Chiara Soldati di grande equilibrio, eleganza, straordinaria longevità. Anzi proprio in fatto di longevità giocano un campionato a parte. Vini che parlano piemontese, con lo sguardo rivolto verso la Liguria, molto percettibile in questo angolo suggestivo di Piemonte, a cominciare dall’ aria: già si odora il mare. Sono vini lunghi, precisi, con una bella spalla acida e una piacevole tessitura sapida. Di una purezza disarmante e inebriante. Vini integri e ancora bevibili dopo trent’ anni, e oltre. Pensate che a una degustazione a cui ero stata invitata l’ anno scorso al Vinitaly il Gavi della Scolca, fra millesimi 1967, mi aveva impressionato per la straordinarietà dell’ assaggio: dopo 50 anni aveva mantenuto luminosità, intensità di profumi e ancora ma ancora freschezza, non considerevoli gli accenni ossidativi. Per ottenere questi risultati il vino va imbottigliato senza errori. Mi sento di precisare che queste non sono interpretazioni del Gavi, sono il Gavi. Cosa fa grande un vino? Il territorio, il clima, il vitigno, scelte agronomiche improntate alla qualità in vigna, il non rovinarlo in cantina. E in questo caso viti vecchie di 60 anni che producono pochissimi grappoli e regalano millesimi memorabili. Le vigne aziendali più giovani hanno 10 anni di età e questa variabilità offre un range di possibilità ampio, “perché è bello anche bere giovane”, dice Chiara Soldati. Sono vini che regalano magie. Magie che ti incastrano. Difficilmente una volta accordato il palato su queste note si riesce a bere altro. Perlomeno io sono in grande difficoltà a bere altri Gavi, seppur fatti bene, perché divento critica, cerco qualcosa che superi l’ eccellenza.

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La Scolca, 70 ettari di vigneto, ha saputo farsi un nome all’ estero, trainando tutto un territorio, per la precisione l’area sud-est del Piemonte. Ricordo che Giorgio Soldati, grande ambasciatore del Gavi, enologo e studioso della vigna, grazie anche alla sua frequentazione dell’ università di Bordeaux, ha fondato il Consorzio del Gavi nel 1993, un quarto di secolo fa, ed è colui che ha voluto fortemente la Docg. Giorgio e Chiara, padre e figlia, o Chiara e Giorgio in un’ ottica di futuro sempre più palpabile che nell’ ultimo periodo ha visto Chiara impegnata in azienda con nuove responsabilità. Non esce Gavi che non abbia superato una prova congiunta di assaggio, padre e figlia a confronto, meticolosi, perfezionisti, sempre alla ricerca dell’estrema qualità. “Un vino per me è pronto se sento l’armonia, il bilanciamento. Non ci deve essere una nota stonata”, spiega Chiara Soldati. “Noi lavoriamo sur lie, senza additivi chimici, senza chiarifiche. Il vino è limpido naturalmente per decantazione statica. In vigneto lavoriamo affinché l’ alcol, i sentori, il grado zuccherino e tutto quello che ne compone l’ aspetto gustativo sia in perfetto bilanciamento”. L’ utilizzo della neve carbonica, della cosiddetta tecnica di vinificazione a freddo, preserva l’ integrità dell’ acino e i precursori degli aromi regalando vini dai profumi amplificati.

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Qualità è un concetto e un presupposto che si realizza grazie alla serietà del produttore e a come impiega le condizioni ambientali, produttive, culturali del territorio in cui lavora.  “Dobbiamo difendere il nome della nostra azienda nel mondo, un nome che si è imposto con determinazione e spirito di sacrificio puntando dritto sull’ eccellenza. Viaggiando molto all’ estero, dove abbiamo un fatturato importante, ho imparato che per competere devi essere credibile e costante, non devi mai abbassare l’ asticella qualitativa. Bisogna investire nella ricerca agronomica perché c’è un mondo enologico che sta lavorando bene, agguerrito, dove se non parti da un certo livello in su non hai chance di stare in quel determinato mercato. All’ estero di noi apprezzano identità, qualità, costanza nel prodotto, solidità, tradizione. E l’ entusiasmo. Io non stacco mai, lavoro tantissimo, credo in quello che faccio e mi metto in gioco in prima persona sacrificando tanto del mio tempo personale. Siamo piemontesi, siamo fatti così”. A proposito di tornare a giocare un ruolo nella politica del territorio dice: “Con gli anni si acquisisce consapevolezza, maturità e anche tanta libertà. Ritengo di fare un buon lavoro e di essere una brava professionista. Se me lo chiedessero, lo valuterei. Ma sono soddisfatta della libertà che ho raggiunto. Il mio dovere di cittadina lo sto facendo dando risorse al territorio e posti di lavoro. E credendoci”. Sull’ export, che valorizza il made in Italy, ci racconta di aver firmato un accordo in Armenia e uno in Sri Lanka, più altri progetti in varie parti del mondo. “Quello che ci contraddistingue è l’ essere pionieri”, continua. Due gli eventi con i buyers in Spagna e l’International Boat Show di Sochi, dove è la madrina. “Siamo partner di Ferretti Group, presente con una variegata e magnifica flotta di yachts negli International Boat Show, coniugando lusso, stile ed eccellenza. Ci sembra un connubio perfetto. Il vino è studio, ricerca, frutto del territorio ma dobbiamo anche comunicarlo”.

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L’Etichetta Bianca ha segnato la nascita della Scolca. Se nel Gavi dei Gavi Etichetta Nera, vino portabandiera dell’ azienda e suo pilastro economico, le vigne hanno raggiunto i 60 anni di età, qui ne hanno 25 e sono situate nel cuore di Rovereto, gran crù della denominazione. Anche questo è il Gavi che ti aspetti: varietale ma dominato dalla personalità del territorio, diventando così testimone prezioso di un’ identità più radicata. Il Gavi dei Gavi D’Antan, invece, è un lavoro di formazione culturale, un vino da lunghissimo affinamento, anche fino a dieci anni in vasca d’ acciaio sui lieviti autoctoni presenti nell’ uva. Si fa subito riconoscere nel bicchiere per una progressione gustativa incalzante e ancora vibrante, che al palato potrebbe far pensare all’ uso del legno per via dell’attacco tostato, ma in realtà la botte neanche la vede. È un vino che si ottiene solo in grandi annate, che sa sfidare il tempo senza fenomeni ossidativi. La 2006 in degustazione si racconta da sola con la sua incredibile brillantezza, la delicata spinta agrumata, una bocca freschissima e una pienezza che coniuga finezza e potenza. Di tessitura elegante e grande bilanciamento su un tono minerale di pietra focaia. Io la abbino con un Grana Padano 36 mesi e una goccia di miele. Oro fluido. Sì, cent’ anni portati con smalto.

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