IL DOTTOR BALANZONE di Thomas Coccolini Haertl

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Nei giorni del Vinitaly, al centro del padiglione 1 dedicato all’Emilia Romagna, fra le aziende presenti nell’area della collettiva emiliana, la TENUTA FOLESANO ha presentato BALANZONE, la nuova etichetta di questo piccolo produttore dei Colli Bolognesi che si rifà ovviamente alla storica maschera carnevalesca del dottor Balanzone, uno dei vecchi della commedia dell’arte. La caratteristica che colpisce subito è la forma della bottiglia, originale ed elegante: fa pensare ai gloriosi tempi dei fiaschi da osteria a cui questo vino si rivolge in primo luogo, oltre che al pubblico amante del BIO di nicchia. Questo vino da preziosi vitigni è un omaggio alla maschera di Bologna: il dottor Balanzone che saggio ed eloquente ma anche ironico e gaudente rispecchia l’anima autentica della città: così recita la controetichetta, ove sono riportate le principali informazioni, fra cui la gradazione di 14,5% Vol., di questa prima annata 2016 fatta con uve cabernet (50%), merlot (30%) e sangiovese (20%) tutte provenienti dalla tenuta. Durante la visita in cantina avevamo avuto modo di anticiparvi la notizia, ora questo vino è una realtà e rappresenta perfettamente la filosofia di Andrea Berti, factotum aziendale, cioè l’arte di una piccola produzione su pochi ettari curatissimi, totalmente in biologico sui vitigni del Balanzone. Ma Berti sta lavorando molto anche su albana e barbera, credendo all’evoluzione ottimale di questa uva al passo con il clima attuale.

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Già, il clima. È difficile pensare ad un mondo che non sia in constante e continua evoluzione. Se non si è insensibili alle religioni monoteiste, oppure se comunque si è orientati ad una visione più laica dell’universo che quanto meno tenga conto della filosofia come orientamento di vita, appare chiaro che l’uomo si trovi sulla Terra in una sorta di passaggio, probabilmente così breve rispetto alle ere terresti misurate in milioni di anni che il suo apporto al nostro pianeta sia significativo solo per la razza umana, ma non per la Terra. Vorrei sottolineare così il mio avvicinamento ai colli bolognesi prendendola molto alla lontana, del resto non ha senso parlare di cambiamenti climatici, quando ci si trova sul territorio, se non si comprende la ragione del mutamento della Terra in una visione più ampia. Credo che oggi la cosa più semplice sia colpevolizzare l’uomo in particolare, vedendolo come la causa primaria del degrado del nostro pianeta. Ebbene, già definirlo nostro, iniziando a riflettere seriamente, è un errore, ritornando alle fasi della Terra, alle sue ere e all’effimera durata della presenza dell’uomo su di essa rispetto all’unità di misura in milioni di anni. Nell’era classica prima, con i sofisti, durante l’illuminismo europeo del XVIII secolo poi, l’uomo ha modificato la sua visione con la critica della ragione, introducendo la scienza e in particolare i dettami della fisica newtoniana, emancipandosi dalla religione con la conseguenza di un duro scontro con il cristianesimo che è agli atti della storia. Nasce così una visione dell’uomo arricchito dall’apporto scientifico che si colloca al centro dell’universo, convinto che il suo stato evolutivo lo abbia eretto ad erede della figura di Dio come creatore di un universo perfetto. In questo quadro, trovo difficile immaginare la razza umana come l’animale intelligente in grado di distruggere la Terra; certo, le forze messe in campo dall’evoluzione tecnologica creata dall’uomo possono essere impressionanti, ma sempre e solo se rapportate alla nostra evoluzione all’interno della specie. Il pianeta Terra mette in gioco forze di proporzione abnorme rispetto a quanto prodotto dall’uomo, se pensiamo ad esempio alla forza distruttiva di un terremoto di vaste proporzioni, oppure all’esplosione di un vulcano, le cui conseguenze sull’atmosfera possono essere devastanti per centinaia di anni. Solo alcune di queste forze della natura da sole sarebbero in grado di ridimensionandone drasticamente la presenza dell’uomo sulla Terra in pochi istanti. Potremmo però anche solo limitare la nostra riflessione al concetto di entropia, osservando che il pianeta Terra è vecchio, anzi molto vecchio e la sua anzianità evidente emerge nella costante e irreversibile corrosione della materia, riducendo le catene montuose, in milioni di anni, a rocce poi a massi quindi a sassi, infine a ghiaia, sabbia, polvere, svanendo nell’entropia universale. Perdonate la rapidità del passaggio, ma il concetto chiave svela che nessuno scienziato catastrofista, oggi, può avere più ragione di uno scienziato positivista, se si vuole imputare alla sola razza umana il degrado della Terra.

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Ebbene, che fare del nostro misero passaggio umano sulla Terra? Ognuno di noi attraversa il cammino terrestre con delle consapevolezze e, ritornando al nostro argomento primario cioè il vino, il viticoltore deve dunque prendere atto che i mutamenti del clima a livello locale portano ad un innalzamento della temperatura e, in senso più ampio, ad una tendenza alla desertificazione, almeno in questa era geologica, fino alla prossima glaciazione, nel rispetto dei cicli terrestri. Forse l’unica cosa che ci rende dei distruttori, in quanto razza umana, è che l’animale uomo tende a devastare l’habitat locale in cui vive e questo lo rende molto poco lungimirante. Dunque la scelta di interpretare il terroir come luogo da preservare, i cui frutti della terra devono essere il risultato di un percorso biologico, è indubbiamente la scelta necessaria e definitiva, in controtendenza con il comportamento fortemente antropizzante e invadente sulla natura da sempre assunto dall’uomo all’interno del suo microclima vivente. Chi come vignaiolo si trova già in quest’ottica, in anticipo o al passo coi tempi, ha fatto la scelta giusta. Questo lungo cammino non è iniziato con la logica BIO, ma molto prima a onor del vero, perché quando le nazioni europee più lungimiranti introducevano i depuratori per garantire la limpidezza delle acque dei fiumi e dei mari, quando l’uomo iniziava a porsi questi obiettivi ecologici e valutava già l’utilizzo di energie alternative preoccupandosi della pulizia dell’aria non era ieri, ma i primi anni ’70. Probabilmente la crisi industriale ci ha segnato, sia manifestando un ritorno a certe difficoltà finanziarie dimenticate con il boom industriale degli anni ’60, dopo le distruzioni delle guerre mondiali e la conseguente necessità di un forte impulso costruttivo e produttivo di massa, sia creando un senso di riequilibrio globale che passasse anche per un concetto che poi è stato definito come energie da fonti rinnovabili. Ma ci sono voluti altri quarant’anni e il processo è tutt’altro che completato. Questa scienza attribuisce per semplicità all’uomo il dovere di correre ai ripari rispetto a quanto i catastrofisti imputino in larga misura una sua colpa, ma tutto ciò è un concetto che oltre a produrre interessi economici, e quindi ad avere largo spazio sui mass media, banalizza il ruolo delle parti. L’equazione l’uomo salva la Terra=l’uomo vivrà per sempre genera una falsità, perché la Terra nel mentre si autodistrugge, nella logica lentezza delle sue ere geologiche, con o senza l’uomo su di essa, nel lunghissimo cammino di invecchiamento del pianeta, a prescindere dagli animali che lo vivono, semplicemente perché nulla è eterno. Il vignaiolo ha il ruolo importantissimo di individuare quale sia la tipologia di cultivar più adatta per un determinato terreno e il luogo nel periodo storico in cui sta vivendo. Vi sono viticoltori che perdurano su scelte del passato, oppure si affidano ad agronomi che non ascoltano con dovuta attenzione il microclima, oppure hanno enologi che fanno il vino per i grandi numeri e questo li obbliga a realizzare, annata dopo annata, vini che rappresentino poco l’evoluzione, perché sempre necessariamente uguali a se stessi. In quest’ottica il giovane Andrea Berti ha il vantaggio di sposare appieno il detto “chi fa da se fa per tre”, perché rappresenta per la sua cantina il ruolo del vignaiolo, dell’agronomo e dell’enologo. Quindi il suo pensiero, frutto anche degli studi svolti in Francia, è lungimirante. Ha preso in mano la tenuta FOLESANO dei genitori proseguendo il cammino di certe scelte di territorio, come la coltivazione del sangiovese, ma si appresta ora più che mai dopo la rovente annata 2017, a recuperi e trasformazioni che aderiscano alle esigenze climatiche e del terroir, e le uve barbera possono essere davvero una risposta al cambiamento. Siamo nei territori genericamente denominati Colli Bolognesi, in particolare in quelle terre prescelte dagli Etruschi per gli insediamenti, non lontano da Marzabotto, su colline con prevalenza di marne calcaree e un orientamento verso sud sud-est, con pendenze ottimali per l’inclinazione dei raggi solari. Sono luoghi caldi, poco al di sotto dei 300 m slm, proprio all’interno della Riserva Naturale Monte Sole, nella valle del fiume Reno, che in maggior parte è boschiva, garantendo così una giusta escursione termica, fondamentale per caratterizzare i vini di quest’area emiliana.

Da una nostra conversazione a più riprese, fra le vigne e il Vinitaly, Andrea Berti, oltre ad albana e merlot a cui ha dedicato rispettivamente i suoi GARIETE e GUIDESCO (i nomi sono quelli dei Conti di Panico, feudatari di questo territorio), sottolinea la volontà di trovare un cammino condiviso con altri produttori vitivinicoli della zona per potenziare la scelta della barbera autoctona bolognese su un territorio perfetto per questo vitigno. Se è vero che il vino si faceva in Italia già al tempo degli Etruschi, se questi territori, i Colli Bolognesi, sono luoghi ottimali per la produzione del vino a livello nazionale da sempre, probabilmente l’aspetto più interessante ora è quello di dare una evoluzione a questi paesaggi, maturando un senso di distacco dalle grandi produzioni vitivinicole emiliane di pianura con la logica dei grandi numeri e individuando, selezionandoli, i vitigni più adatti al terroir e al clima contemporaneo. Penso a un domani, che mi auguro non troppo lontano, dei Colli Bolognesi come denominazione che cresca di valore fino a produrre vini di grande pregio, come è stato per Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino. Le piccole produzioni BIO, che già esistono, e vini come il RAGGI di FOLESANO, 100% barbera, sono un’eccellenza del territorio che deve fare da traino, non sottovalutando la possibilità di introdurre anche qui le menzioni geografiche aggiuntive.