MARCO FELLUGA E RUSSIZ SUPERIORE, UNA STORIA DI INTUIZIONI di Francesca Fiocchi

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Torno a parlare del Friuli. E lo faccio con uno dei suoi più grandi rappresentanti: Roberto Felluga. Dei più grandi perché, a parte la qualità indiscutibile dei vini e una imprenditorialità che sa restare legata alle dinamiche della terra, è una persona sobria e nel corso dell’ intervista utilizza più volte le parole “rispetto”, “ambiente”, “serietà”, “crederci”. Con la capacità di raccontare e sapersi raccontare in modo pacato, attento, riflessivo. E in un mondo urlato non è poca cosa. Ammetto che conoscevo di più il Mongris, il Col Disore, il Carantan e fratelli, poco o quasi per nulla la persona dietro: la sensazione è di una completa sintonia, quasi un prolungamento naturale, tra uomo e creazione, tra uomo e vino. L’occasione è stata la presentazione al Diana Majestic di Milano del libro “Una storia di intuizioni”, sottotitolo “Le sessanta vendemmie di una dinastia di viticoltori da 5 generazioni”. Già si dice tutto. È da un’intuizione, da una visione anche sfumata, da un percepire che ha più sostanza del tangibile che si generano i sogni. La storia ha inizio nella seconda metà del 1800 in Istria, quando si portava il vino con le barche, e finisce per ripartire con nuova linfa sul Collio Goriziano: prima Grado, negli anni Venti, per vendere Malvasia e Refosco, e nel 1938 finalmente Gradisca d’Isonzo, dove nel 1956 nasce l’azienda Marco Felluga. Per Russiz Superiore, a Capriva del Friuli, bisogna aspettare una decina d’anni: è del 1967 l’acquisto della proprietà, le cui origini risalgono al 1273. Simboli delle due aziende sono, rispettivamente, il leone (della Serenissima) e l’aquila (degli Asburgo). La forza e l’eleganza.

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Già, Roberto Felluga e il Collio, un legame virtuoso, un valore aggiunto che crea ricchezza in termini di essenza. Perché quando il vino nasce da un’etica la sua qualità non è solo dentro la bottiglia, ma anche tutt’intorno, nell’ambiente e nel profondo rispetto della vita delle persone. Chi fa vino in questi termini non rimane più solo agricoltore e imprenditore, ma diventa custode silenzioso delle colline, del loro paesaggio. Diventa testimone di un’epoca e interprete dei suoi cambiamenti. Facendosi carico di una responsabilità che prima di essere individuale, e professionale, è sociale. E questo è un po’ il senso delle sessanta vendemmie. Il libro scritto da Walter Filiputti è un riconoscimento a Marco Felluga, papà di Roberto, che ha da poco compiuto 90 anni. Un uomo che ha lavorato alla costruzione del Consorzio Collio e della Doc, arrivata poi nel 1968. Un uomo lungimirante che ha sempre creduto nel valore della comunicazione. Un uomo che si è sempre posto nell’emisfero opposto a quello dell’omologazione. “Sessanta vendemmie sono il massimo cui un uomo possa aspirare”, dice Roberto Felluga. “Abbiamo maturato tanta esperienza sul campo, per 5 generazioni. Il libro non è solo uno sguardo al passato, ma un ponte verso il futuro. Un futuro che si nutre di storia, senza perderebbe la sua identità”. E continua: “Non volevamo stupire, non è stato un atto di esibizionismo, volevamo raccontare. E abbiamo cercato di farlo con una compostezza raffinata ma al tempo stesso minimalista, sobria”. Con uno stile che fa di complessità, struttura ed eleganza un trait d’union con i vini. “Il libro doveva avere una sostanza senza tradire quell’eleganza che rende riconoscibili Marco Felluga e Russiz Superiore. Esistono due realtà agricole oggi: chi cerca solo il profitto e chi vive la professione con altri valori guida, come l’attenzione per l’ambiente e per il sociale”. Il confine tra artigiano e imprenditore è labile, solo i più bravi e seri riescono a collocarsi in entrambi i ruoli. E ad essere credibili in entrambi i ruoli. “Un agricoltore oggi deve essere imprenditore. Significa non subire il mercato ma cercare d’imporre. Bisogna avere le idee chiare, a partire dalla potatura, e avere presenti tutti i passaggi, non solo il lato commerciale. Ci vuole coerenza, senza inseguire le mode. Devi capire le necessità dell’azienda tua e dei tuoi collaboratori, non perdendo di vista le radici”.

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PAROLA D’ORDINE: RIDURRE I CONSUMI DELLE RISORSE NATURALI. Mario Soldati sosteneva che il vino non deve essere un prodotto industriale. “Sono d’ accordo. Mi scontro con realtà che fanno speculazione, numeri, e gli interessa solo questo. Il vino con la “V” maiuscola fa parte di una cultura millenaria, non lo si può banalizzare. Io vado in vigna per capire quando devo iniziare la vendemmia, seguo tutto il percorso”, spiega Felluga, presidente regionale di Confagricoltura, sezione vini. “C’è chi ha una forte presa di coscienza e desidera fare qualcosa per il nostro pianeta, qualcosa che parte dall’animo, dal crederci veramente, dalla serietà, dalla morale. Servono comportamenti inequivocabili: non si può essere una cosa e il suo contrario. Dobbiamo saperci mettere in discussione, sempre, nessuno ha la verità in tasca”. A proposito delle sue aziende: “Stiamo andando oltre il biologico e il biodinamico, sperimentiamo. Da un po’ di tempo non facciamo il diserbo, non utilizziamo concimi chimici ma il letame per fertilizzare il terreno, solo energia da fonti rinnovabili. Ma sono scelte etiche, di vita, prima che professionali. Siamo anche i capifila di un progetto di sostenibilità ambientale del ministero dell’ Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, “Viva”, con un’attenzione certosina dalla campagna alla consegna del vino”. Il progetto ministeriale punta a migliorare la sostenibilità della filiera attraverso 4 indicatori (aria, acqua, territorio, vigneto) per misurare le prestazioni ambientali e valorizzare gli aspetti sociali ed economici relativi alla produzione del vino di qualità, con prestazioni di sostenibilità sempre migliori. Per un vino più buono perché sostenibile a 360 gradi. È una filosofia che implica un’etica. Il bollino, tradotto, significa misurare l’impatto sull’acqua, sul vigneto, sul territorio, utilizzare solo trattamenti con effetti sull’ambiente inferiori a quelli del biologico. Significa vini sicuri, con poca solforosa, approvvigionamento di uve, competenze e persone locali, ma anche monitorare e proteggere la biodiversità, utilizzare materiali ecocompatibili in vigna, ridurre le emissioni di trasporto fino a utilizzare bottiglie più leggere per l’aria. “Significa ridare il giusto valore all’agricoltura. Sostenibile è anche l’economia che  si mette in moto sul territorio, i cui effetti si misurano in termini di sostenibilità sociale verso la comunità. È una sostenibilità che favorisce lo sviluppo del sistema Paese più in generale. Ed è questo il tipo di cultura che va promosso”, spiega. E che i giovani devono difendere, non solo esigendo un vino buono, ma anche in armonia con l’ambiente.

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Marco Felluga e Russiz Superiore, due realtà rispettivamente da 600mila e 200mila bottiglie all’anno, il 40% della produzione è esportato in più o meno cinquanta Paesi. Per l’80% sono vini bianchi, per i quali la zona è particolarmente vocata, come friulano, ribolla gialla, pinot bianco, sauvignon, uve figlie delle selezioni massali di papà Marco. Ma quando decide di scommettere sui rossi il Friuli dà buoni risultati, per nulla scontati, grazie ad un perfetto acclimatamento dei vitigni che li rende autoctoni. La filosofia è la stessa per entrambe le aziende: rese basse, identità, riconoscibilità. Un uso sapiente del legno per Russiz Superiore, solo acciaio sui monovitigni bianchi per Marco Felluga, mentre il Collio Bianco Molamatta e il Pinot Grigio Riserva Mongris sono vinificati e affinati in parte in legno.

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Quel Collio candidato Unesco, sulla via formale della Docg, territorio di vini longevi, che sfidano il tempo e lo superano, proiettandoti in questo angolo di mondo, crocevia di popoli e culture. Qui dove il mar Adriatico mitiga la temperatura e le Prealpi Giulie proteggono il territorio dai venti freddi del Nord. Qui dove le escursioni termiche fra giorno e notte sono fondamentali per le vigne. Personalmente, ricordo come se fosse ieri un Pinot di Roberto Felluga di trent’anni, incredibile quanto a tenuta. Nel sottosuolo dei vigneti di Russiz Superiore, a Capriva, è stata scoperta, oltre a numerosi reperti fossili, una barriera corallina che conferisce salinità ai vini. I vigneti dell’azienda Marco Felluga, invece, si dividono tra Farra d’Isonzo, San Floriano del Collio, Oslavia e Cormons. Il terreno è costituito dal flysch, ossia la ponca, una stratificazione risalente a milioni di anni fa di marne friabili e arenarie più dure. Ne risulta una terra di ottimo drenaggio e ricca di carbonati di calcio, manganese e magnesio. Nel bicchiere tutto questo lo percepiamo in termini di mineralità e salinità. Sono vini di grande struttura e freschezza. “Il vino si fa in vigna e non bisogna rovinarlo in cantina”, dice Felluga. “Il progetto è nel vigneto. Mio padre fece una selezione massale quando non si parlava ancora di cloni e io vado avanti con questa. Ho cloni di oltre 50 anni che considero un patrimonio solo nostro. Lo sguardo alla ricerca è fondamentale: noi sperimentiamo ma è la ricerca che con gli anni ci dice se siamo sulla strada giusta. In cantina facciamo ricorso al controllo della temperatura e a presse pneumatiche, con una maggior micro-ossigenazione dei rossi per la complessità, il discorso è inverso sui bianchi. Una delle mie sfide è riuscire a tenere bassissima la solforosa. Oggi non siamo ancora in grado di fare un grande vino senza questo additivo enologico proprio per una questione di sanità del prodotto”.

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COLLIO, DOC FRIULI, DOC DELLE VENEZIE. E quel divario incolmabile tra pianura e collina. “La Doc Friuli può essere un’opportunità se andiamo tutti nella stessa direzione, mantenendo il profilo qualitativo alto e non cedendo alle logiche della speculazione utili solo a fini commerciali. Le denominazioni storiche restano e la collina, che da sempre ha percorso la via della qualità, bisogna continuare a valorizzarla”, dice. Con una ferita aperta conseguente al cambiamento del nome da Tocai a Friulano dopo una lunga diatriba con l’Ungheria. “Le risorse pubbliche per la promozione del Friulano sono state distratte da politici come Claudio Violino, allora assessore regionale alle Risorse agricole. Al contrario di quanto è avvenuto in Alsazia con la scomparsa della menzione delle uve in etichetta e l’indicazione di Grand Cru e Premier Cru sul modello Borgogna: qui la promozione è stata fatta subito, in maniera forte e chiara, senza tentennamenti. Da noi invece si è avuta non solo una non corretta comunicazione del nuovo marchio ma anche la diminuzione degli ettari di Friulano e al suo posto in pianura son arrivati Glera e Pinot Grigio”. A proposito della nuova Doc interregionale Delle Venezie del Pinot Grigio, che sta ridisegnando il volto della regione: “Questa denominazione nelle mie aziende non la useremo mai, il mio Pinot Grigio non esce come Delle Venezie. Detto questo, all’ inizio ero più critico, oggi devo dire che possiamo contare su un maggior controllo della filiera e quindi del prodotto finale, e questo è positivo. Dall’altro lato è difficile riscontare un filo comune nei vini che escono sotto questa denominazione perché il territorio su cui si estende, ossia tre regioni del Nord Est, è molto vasto. Io faccio parte di questo progetto come tecnico, per portare la mia esperienza e difendere la qualità sopra ogni cosa. Doc Collio e Doc Delle Venezie sono formalmente sullo stesso piano ma il livello qualitativo percepito è differente”. Un impegno quello di Roberto Felluga a superare i particolarismi e a valorizzare l’esperienza, memore di quanto insegna papà Marco: “Il vino ha più valore quando riesce ad agganciare la storia al fatto”. Pinot Grigio che occupa il 29% della produzione friulana ed è la varietà più diffusa, seguito da sauvignon, friulano, che è rimasto un vitigno da collina, ribolla. Già 170 anni fa a Gorizia si produceva Pinot Grigio e se ne analizzò il mosto il 3 ottobre 1847 col pesa-mosto Wagner appena brevettato.

RIBOLLA GIALLA, QUALE FUTURO? “È una varietà autoctona importantissima nel nostro territorio, una delle poche rimaste, un’identità con una storia di 800 anni in collina”, spiega Felluga. Un vitigno che ultimamente si è diffuso anche in pianura, dove le rese arrivano a 180 quintali per ettaro. “Mi spiace che non sia sempre stato fatto un discorso sulla qualità, ma spesso sulla speculazione con investitori che pensano solo a guadagnare e non a valorizzare la storia. Bisogna valutare bene le rese per ettaro, che devono essere basse, già si fa fatica in collina con rese da 100 quintali. E dobbiamo mantenere la varietà in regione. Come Confagricoltura siamo stati bravi a concludere un accordo politico che impedisce a Veneto e Trentino di piantumare questa varietà, che quindi resta a casa sua nelle province di Pordenone, Udine e Gorizia. Per quanto riguarda la Ribolla spumante, se ci crediamo dobbiamo attrezzarci affinché in 5 o 10 anni tutta la produzione avvenga in Friuli Venzia Giulia”.

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DOCG COLLIO. “Il percorso è tutt’altro che concluso. C’era un accordo a far passare tutti i vitigni come Docg, ma qualcuno non la vedeva così. Comunque è solo un tassello finale che formalizza quanto nei fatti sta accadendo da tempo”, precisa. Riconoscimento Unesco e Docg che vanno a conferire veste formale a una realtà immanente quanto a qualità percepita, perché il territorio rispetta i parametri più ristrettivi, dal valore alcolometrico a quello degli estratti, quindi già opera come Docg. Una produzione, quella del Collio, che si attesta su 6,5 milioni di bottiglie vendute all’anno e una denominazione che si estende per il 100% sulle colline, con 1450 ettari vitati, 350 aziende agricole e 180 imbottigliatori. Territorio puntellato di chiesette, frutteti, oliveti, due corsi d’acqua dolce, l’Isonzo e lo Judrio. “La Docg andrà a valorizzare l’intero territorio più che i singoli brand aziendali e i vitigni. La scritta Collio Docg sarà al centro con il riferimento alla sottozona”. Come tutte le conquiste della storia nulla è semplice quando si tratta di mettere d’accordo più teste. Ma il Collio ha un pregio lodevole, al di là di singole vedute, che sono più che altro dettagli: di tutelare la qualità, di crederci, di riuscire a pensare in un’ottica di territorio, con un senso di appartenenza che esclude gli intrusi, forte, percettibile. E invidiabile.