VINI CON L’ANIMA

 

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Oggi vi presento tre produttori vinicoli con i loro vini speciali. #WineStopAndGo li ha conosciuti in Friuli Venezia Giulia, ma non sono friulani, in occasione delle attività della onlus Francesca Pecorari. Sono tre bei vini, tre belle storie che mi sento di condividere con voi lettori.

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Matteo Correggia. Qualità ed eccellenza senza compromessi. Anche fra le stelle. Grazie all’amico astronomo Vincenzo Zappalà. Sì, perché a Matteo, scomparso improvvisamente a 38 anni in vigna, è dedicato l’asteroide 1984 EQ, scoperto nel 1984  in Arizona. Oggi la famiglia continua con grandi risultati il suo lavoro, senza tradirne l’anima. Siamo nel Cuneese, sulle colline del Roero. A Canale. E Matteo di queste terre è stato un grande protagonista, il primo a credere nel territorio e nella denominazione e, importando la qualità francese, a tracciare un solco oggi seguito da molti. Matteo intuitivo, visionario, rivoluzionario. Uno che nella metà anni ‘80 ereditando l’azienda agricola decide di coltivare vigne e produrre vino dove fino ad allora si erano coltivate frutta e verdura. Investe su Nebbiolo, Barbera, Arneis e Brachetto. Matteo pioniere dei cru nel 1987. Matteo che nel suo lavoro ci credeva e lo viveva come un dono. Le etichette sono opera di un recente restyling dell’artista uruguaiano Coco Cano. Racconta Ornella Costa: “Coco Cano ha conosciuto mio marito prima di me. Ha disegnato le etichette dei suoi primi vini, una sintonia immediata. Quando gli ha proposto  il disegno delle colline con un sole, colline che nella loro estensione gli ricordavano il mare che lo divideva dall’Uruguay, il progetto è subito diventato il nostro logo aziendale”. Degustiamo il Nebbiolo in purezza Matteo Correggia, dalla vigna più vecchia. Un vino che ha seguito un affinamento molto innovativo per quanto riguarda il materiale utilizzato. “Ceramica al 100%, motivo per cui non potremo utilizzare la denominazione Roero e lo chiameremo Vino Rosso, ma il progetto va oltre la denominazione”, spiega. “È mio figlio che ha scelto questo affinamento così innovativo, come innovativo era mio marito”. Il vino del cuore si chiama Per papà. Sì, il papà di Giovanni e di Brigitta.

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(In foto Giuliana Viberti Clerico con la spilla della Fondazione Francesca Pecorari)

Domenico Clerico. Vignaiolo appassionato, ci ha lasciati l’anno scorso, a luglio. La moglie Giuliana Viberti condivide con noi un bicchiere di Percristina, il Barolo da cru Mosconi, di Monforte d’Alba, dedicato alla figlia scomparsa all’età di sette anni. Come dice Giuliana, il vino dei ricordi, la cui prima vendemmia risale al 1995: “Non posso sprecare tutto, abbiamo creato l’azienda insieme, in quarant’anni. Continuare è il mio modo di essere, oltre che un sentimento”. Siamo nel cuore delle Langhe, tra gente autentica che non si risparmia nel lavoro. Domenico è stato un innovatore, un personaggio-persona la cui mancanza è molto sentita sul territorio, sicuramente uno dei più grandi produttori di Barolo. Sul vino aveva scommesso tutto, tralasciando le colture ortofrutticole subito quando eredita l’azienda di famiglia. Domenico opera una cesura importante col passato: abbandona la pratica familiare di conferimento di uve alla cantina sociale e inizia a vinificarle in proprio. Chiara la decisione di puntare sulla qualità estrema, valorizzando al massimo quello che il territorio generosamente offriva. Degustiamo anche il Barolo Ciabot Mentin Ginestra, un cru della zona di Monforte, di un terreno a 500 metri s.l.m., molto argilloso: essenza pura ed eleganza nel bicchiere. “È un’azienda che abbiamo acquistato nel 2001, la prima, sempre senza soldi, non ne avevamo. È una zona che merita molto: un anfiteatro naturale”. E continua: “Domenico è un ricordo che mi aiuta ad andare avanti. Non era enologo ma faceva lui i vini grazie a tanta esperienza, voglia di conoscere e sperimentare. E con tanto amore”. Oggi sono 21 ettari in alcune delle migliori sottozone di Monforte d’Alba e Serralunga d’Alba. Domenico credeva fortemente che il vino fosse il territorio a farlo. Grandi Uomini. Uomini per cui una stretta di mano aveva ancora un significato.

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Consorzio della Vernaccia di San Gimignano. Uno dei pochi bianchi toscani in una terra di grandi rossi e prima doc italiana (6 maggio 1966). Centodieci soci, ottocento ettari, presidente e produttrice vinicola Letizia Cesani, presente con una Vernaccia perfetta sotto il profilo gusto-olfattivo, premiata con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Tra gli obiettivi del consorzio tutelare l’identità della Vernaccia e al tempo stesso riqualificarne l’immagine svecchiandola. Il vino del cuore è la Vernaccia 40, creato in occasione del suo quarantesimo anniversario e dedicato a Francesca Pecorari. Una decina le aziende del consorzio presenti. Filo conduttore è l’essere un vino sotto traccia, mai urlato, un vino che sa stare a tavola accompagnandola senza disturbare, che si racconta e che va ascoltato, con un buon potenziale di invecchiamento. Col tempo acquisisce note minerali e di pietra focaia caratterizzanti.

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