ANGELO GAJA A VINOVIP AL FORTE CI PARLA DI…

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L’intervento di Angelo Gaja alla prima edizione di Vinovip al Forte, a Forte dei Marmi, organizzato da Civiltà del bere, era tra i più attesi. Sede del convegno la Fondazione Villa Bertelli, il titolo “Wine & Money, prospettiva globale”, con l’economista americano Mike Veseth, sul rapporto tra vino e denaro, sulla necessità di strategie veloci ed efficaci nei mercati in crescita e sul ritorno al brand, ossia al marchio forte. Angelo Gaja, vigneti nelle Langhe e in Piemonte, è un vero personaggio del vino, uno che non le manda a dire: diretto come pochi, visione internazionale e al tempo stesso artigianale del lavoro, della politica e della cultura del vino. Forse l’unico vero personaggio – imprenditore che il mondo del vino italiano abbia mai avuto. Credibile. Autorevole. Con una naturale predisposizione aggregante. “La lettera j per tanti è un vezzo, per me no, ho avuto la fortuna di averla di natura”, dice. Gaja, soprannominato in Francia “le roi du Barbaresco”. Ma a lui la definizione di “re” non piace molto. Gaja controcorrente. Gaja tra i primi ad affermare, se non il primo, che nel vino bisognava cercare civiltà. La sua azienda nata nel 1859 è stata la prima a usare le barriques, le bottiglie dal collo allungato e i tappi lunghi più di sei centimetri. E un’infinità di altre cose che meritano uno spazio a parte.

Del professor Attilio Scienza e del cambiamento climatico con la conseguente ricerca sui portainnesti resistenti alla siccità abbiamo già parlato precedentemente. Riportiamo  l’intervento di Angelo Gaja e l’analisi di Nomisma sulle rotte del vino a livello globale. Angelo Gaja che si sofferma sull’eterna lotta tra brand e territorio e sull’esempio di Miguel Torres, il produttore spagnolo che esporta in più di centotrenta paesi e importa vini da piccoli artigiani (e che tra l’altro ha un ottimo mercato online). Focus: far crescere la domanda del vino italiano sui mercati esteri e la difficoltà di aumentare il valore del prezzo medio al litro. Per Gaja bisogna partire dal marketing, dove gli investimenti sono ancora insufficienti. Altro punto importante è il valore degli artigiani. “Le cantine artigiane non portano via il lavoro ai grandi produttori, ma sono complementari, creano utilità al comparto del vino e proprio per questo bisogna aiutarle a crescere. Valentini, in Abruzzo, col Trebbiano fa uno dei più grandi vini bianchi d’Italia. Anche i vini naturali, che siano biodinamici, biologici, organici, vegani, sostenibili, orange, hanno portato beneficio al settore e dobbiamo dirgli ‘grazie'”. E continua: “Gli artigiani vanno liberati dalla morsa della burocrazia, così come vanno aiutate le cantine sociali a fare passi avanti perché loro hanno in mano i viticoltori veri, autentici, che sono una ricchezza straordinaria. Dovrebbero costruire sul brand”. Gaja senza freni. “Si avverte la necessità di un evento culturale annuale e itinerante, in paesi esteri diversi, per promuovere la cultura del vino. Un evento non per andare ad assaggiare qualche bottiglia o tagliato sulle masterclass. Per vendere vino c’è già il Vinitaly, e lo fa benissimo, noi dobbiamo vendere cultura, fare conferenze con testimonial italiani che sappiano raccontare l’Italia. Necessita un evento di un altro livello rispetto alla mera vendita del vino, così come un regista, del livello umano e culturale di Giorgio Grai, ma per far questo ci vuole un altro spirito. E dobbiamo spingere sulla ricerca se cambia il clima”. Per Gaja il vino è lusso non necessità. Un lusso che se esibito con eleganza crea piacevolezza, a dar noia è la volgarità, l’ostentazione fuori misura. E poi il punto fondamentale: “Abbiamo bisogno di trasparenza nel settore, di conoscere i numeri per fare delle valutazioni. Le cantine che continuano a ricevere denaro pubblico per andare avanti non sono virtuose”. E alimentano un circolo vizioso. Marina Cvetic per Masciarelli sottolinea: “Cerchiamo di esportare uno stile che non deve essere abruzzese ma italiano. Ci vuole una tutela o protezione del marchio più forte. Ci vogliono gli ambasciatori del vino nel mondo: a San Paolo come da altri parti dove vivono immigrati italiani non dobbiamo spiegare il Montepulciano. Occorre incrementare marketing, promozione e una forte identità italiana per conoscere dove saremo tra dieci anni”.

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(Cesare Pillon presenta il suo libro “Manuale di Conversazione Vinicola” a Villa Bertelli)

In chiusura l’analisi di Denis Pantini di Nomisma, diviso in tre punti: trend dell’import per tipologia e quote dell’Italia; export di vini Dop italiani per quanto riguarda ruolo, trend e variazioni nei principali mercati di sbocco; le tendenze più recenti nel consumo del vino attraverso una lettura dei cambiamenti in quattro mercati top. Nell’ultimo quinquennio si è ridotta la spinta propulsiva della globalizzazione dei  consumi (volumi), mentre l’export registra + 4% volumi e +20% valori. Nel primo quadrimestre del 2018 l’Italia è in grande spolvero per quanto riguarda l’import di spumanti nel mondo, tranne che in Canada (totale import 2,3%, import da Italia -12,8%). L’export italiano degli spumanti  negli ultimi cinque anni è sempre più in crescita rispetto ad altre tipologie di vino. Lo abbiamo già scritto che nella fascia media di prezzo la qualità degli spumanti italiani è superiore a quella della Francia, dove per bere bene bisogna spendere di più. Tra i mercati migliori per la vendita di spumanti figurano Cina (con un import da Italia del 44,8% a fronte di un totale import di 25,19%) e Russia (21% da Italia su un totale del 37%), a seguire Giappone (con l’Italia a 17,2% rispetto a un 10,59% complessivo) e Usa (dove a fronte di un -4,1% del totale import, l’import dal nostro paese è del 13,8%). Buono il dato anche in Germania con l’Italia che sfiora il +4,3% su un totale import di -6,3%. Germania dove a crescere di più però è il cava con un +28%. Sempre nel medesimo quadrimestre di riferimento, per l’import di altri vini imbottigliati l’Italia è in crescita nei mercati asiatici. Se raffrontiamo la situazione nel 2012 e nel 2017 dei vini fermi imbottigliati per quanto riguarda la quota dell’Italia sull’import totale (a valori), vediamo una crescita su alcuni mercati, in testa Svizzera e a seguire Svezia, Russia, Finlandia, Francia, Messico e Polonia, un calo in Norvegia, Danimarca, Romania, Corea del Sud, Brasile, Cina, Hong Kong.

Quattro le piazze per il vino italiano analizzate: Germania, Usa, Cina e Svezia.

GERMANIA. Negli ultimi cinque anni il consumo di domestic wine è cresciuto a volume del 3% a fronte di una stazionarietà dei consumi a livello complessivo. Tra il 2014 e il 2017 mentre l’export di vini fermi è diminuito complessivamente a valori del 3% (Italia -1%), quello dell’Austria è cresciuto dell’11% (+31% i bianchi dop), top exporter insieme a Sud Africa (+17%). Sul fronte spumanti, consumo in crescita del Prosecco (+38% import a volume 2017 rispetto al 2016), anche se nell’ultimo anno si registra un recupero del cava (+28%) e un aumento delle importazioni di spumanti francesi (+7% escluso lo champagne).

USA. Nel 2017 negli Stati Uniti l’import di vini fermi dall’Italia è aumentato a volume di appena l’1% contro un 16% dalla Francia e un 6% dalla Nuova Zelanda. La crescita francese è imputabile al successo dei rosè sul mercato Usa le cui vendite complessive, nell’ultimo anno, sono aumentate a valore del 64%, e dove la Francia detiene una quota del 60%. Anche nel primo quadrimestre del 2018 le importazioni a volume di vini fermi sono maggiormente in crescita da Francia (+12% rispetto al +2% da Italia) e da Nuova Zelanda (+23%).

CINA. C’è da dire che grazie agli Accordi di Libero Scambio (FTA) e alla relativa esenzione dazio (o riduzione progressiva) le importazioni a volume in Cina di vini fermi imbottigliati da Australia e Cile sono cresciute rispettivamente del +213% e del + 257% tra il 2012 e il 2017 (rispetto a una crescita a livello totale del +108%), trend che si conferma nel primo trimestre di quest’anno con un +55% a volume e un + 26%. La Cina oggi rappresenta il primo mercato di export per i vini fermi australiani.

SVEZIA. Tra il 2012 e il 2017 le vendite di vino biologico sono passate da 100 a 436 milioni di euro, rappresentando oggi il 22% dei consumi totali di vino nel paese. Il tasso di crescita medio annuo è passato dal 10% del periodo 2010-2013 al 42% del 2013-2017. L’Italia è leader di questo segmento con una quota di mercato del 42% (era il 36% nel 2015).

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