COLLISIONI 2018, IL PROGETTO VINO

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Anche quest’anno, per il decimo anno, è tempo di Collisioni, il festival promosso dalla Regione Piemonte che coniuga agricoltura e rock per raggiungere un pubblico trasversale e valorizzare insieme al territorio di Barolo e delle Langhe il made in Italy di qualità. Una collisione come dice il nome, o contaminazione, tra musica, letteratura, vino e tanto altro, che quest’anno ha preso il via con la cena di gala dedicata ai cinquant’anni del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Collisioni significa wine-tasting, incontri con produttori ed esperti del settore, dibattiti con premi nobel, scrittori, giornalisti, attori, cantanti di respiro internazionale e concerti che animano questo ricco e suggestivo paesino arroccato sulla collina e dominato da un imponente castello.

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(In foto sopra, il castello di Barolo e il suo borgo, che ha origini antiche)

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(Ian D’Agata al lavoro all’Enoteca Regionale di Barolo con un team di esperti da tutto il mondo)

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Ma questo non per parlarvi del festival in sé, di cui si è già scritto abbastanza e pertanto vi rimando al sito www.collisioni.it. Quanto piuttosto per parlarvi di chi sta dietro ormai da quattro anni al Progetto Vino di Collisioni, un’idea vincente che ha integrato la proposta del festival incanalata sul filone artistico, letterario e musicale con una non stop di degustazioni d’eccellenza per sottolineare il valore culturale e fortemente identitario del vino, che qualifica un territorio come l’arte, la musica, la letteratura. Questa figura chiave è Ian D’Agata, l’ideatore, il cui merito è di riuscire a convogliare un incoming di esperti del settore da tutto il mondo per dibattiti, riflessioni, panel di degustazione a ciclo continuo, visite in azienda, incontri di carattere didattico con produttori e consorzi nell’ottica di dar voce alla regionalità e alla ricchezza dello straordinario e complesso patrimonio vitivinicolo italiano con una cassa di risonanza di ampio respiro. Facendo incontrare giornalisti, sommelier, ristoratori, buyers e aziende vinicole. Una figura da cui non si può prescindere nel mondo del vino del nostro paese perché sa coniugare capacità, intelligenza, serietà, credibilità e rigore. Ciò che di lui apprezzo maggiormente è che riesce a comunicare, soprattutto al di fuori del nostro paese, il valore del vino e dei vitigni italiani, comparando prodotti di più annate per capirne l’evoluzione, andando in molti casi davvero indietro nel tempo, quasi sfidandolo il tempo e dimostrando che certe bottiglie possono avere una tenuta inimmaginabile. Questo è il valore storico del vino. E lui è bravissimo nel raccontarcelo.

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Ian D’Agata è senior editor e capo sviluppo area di Europa e Asia di Vinous, la testata internazionale fondata da Antonio Galloni, ed è corrispondente italiano della cinese TasteSpirit. Ma il suo nome è legato a Vinitaly, dove le sue degustazioni per esperti del settore registrano sempre il tutto esaurito. Ian D’Agata, infatti, è più conosciuto come consulente scientifico di Vinitaly Iternational e direttore scientifico di Vinitaly International Academy. È anche autore di un libro dedicato ai vitigni autoctoni italiani, “Native Wine Grapes of Italy”, che nel 2015 ha vinto, e per la prima volta è stato un italiano a trionfare, il “Louis Roederer International Wine Awards Book of the Year”, l’oscar dei libri del vino. Nel 2016 è stato nominato uno degli otto wine writer più influenti del mondo dal premio “Les Plumes d’Or”, assegnato a Parigi da viticoltori, produttori ed enologi francesi. Ed ora il progetto Indigena, di cui è anche curatore, un esperimento culturale voluto dal Consorzio del Barbera d’Asti e Vini del Monferrato e dallo stesso Ian D’Agata, che punta a creare un laboratorio di pensiero permanente su vitigni autoctoni e territorio creando aule studio in due castelli: quello di Barolo e quello di Costigliole d’Asti. Un laboratorio per professionisti emergenti di tutto il mondo a scopo formativo, per capire il collegamento di uno specifico vitigno con il proprio territorio d’origine. Un modo per formare i futuri influencer internazionali del vino, gli ambasciatori del made in Italy che dovranno traghettare le produzioni autoctone nei mercati esteri. In molti casi si tratta di vitigni rari, oltre 800 varietà, dimenticati, patrimonio non solo in termini di biodiversità ma potenziale strumento di business. Vitigni cui gli stranieri sono interessati sempre di più in quanto riflettono l’espressione vera, autentica della territorialità, dell’identità di un luogo. Vitigni spesso non conosciuti all’estero come invece lo sono Cabernet Sauvignon, Merlot e Chardonnay, ma dalle grandi potenzialità e strumento formidabile per raccontare l’Italia. L’autoctono genera complessità. E la complessità è una grande risorsa per un paese.

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(In foto sopra, la piazza centrale di Barolo gremita per il concerto di Elio e le Storie Tese)

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