STOP AND GO AL CASTILLO DE PERELADA DI FRANCESCA FIOCCHI

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Quanti secoli di cultura in una copa de vino? Trovo che questa sia la domanda per introdurre il nostro recente viaggio in Spagna lungo una ruta del vino creata su misura e ricca di suggestioni che dai pressi di Girona ci ha condotti nel cuore della Murcia. Il nostro primo Stop And Go al Castillo de Perelada, casualmente nei giorni del festival, ci ha permesso di coniugare e concentrare enogastronomia, arte, musica e storia in un solo luogo facendoci toccare con mano quanto il vino occupasse un posto importante nell’età medievale, vino come simbolo di vita, gioia, festa e amore. La chiesa (iglesia) del Carmen annessa al castello, uno dei palchi più importanti del festival, ci rimanda al primo miracolo di Gesù: la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Al Castillo de Perelada l’arte del vino si tramanda da sei secoli, precisamente dal tardo Medioevo (1300 circa), grazie all’opera dei frati carmelitani. In una copa l’unicità di un territorio che sa dimostrare quanto gli elementi naturali riescano a condizionare il risultato finale. Siamo nel nord della Catalogna, oltre Girona, a meno di cinquanta chilometri dal confine francese e a circa centocinquanta da Barcellona. Qui la tramontana, che soffia forte, diventa componente dei vini. Siamo al centro della pianura empordanesa, nella comarca dell’Alt Empordà, fra il mare e la montagna: a Figueres, il capoluogo, nacque e visse il pittore Salvador Dalì. Cap de Creus, poco distante, sulla Costa Brava, è la punta più a est della Spagna e compare in molti suoi dipinti. Salvador Dalì grande amico di Miguel Mateu Pla, l’imprenditore che acquistò il sito medievale nel 1923, capostipite di una nuova generazione di  business man e proprietari terrieri che è arrivata fino ai giorni nostri con la famiglia Suqué Mateu, mentre la quarta generazione è lì scalpitante, pronta a prendere il testimone. Nel verde entroterra, l’Empordà, oggi 1770 ettari di vigneti, fu la porta di ingresso della vite nella penisola iberica grazie ai Greci. Quella del Castillo de Perelada, 174 ettari, è una realtà in forte espansione in un territorio dall’enorme potenziale vitivinicolo. Sono una ventina le varietà coltivate. Il Castillo fra Do Empordà e (la più estesa) Do Catalunya produce quattro milioni di bottiglie. Altri quattro milioni solo di Cava con la bodega di Vilafranca del Penedes, acquistata nel 1979, di cui due milioni sono di brut riserva da uve parellada (maggioritaria), macabeu, xarel-lo. La punta del Cava di Perelada è il Gran Claustro, sulle trentamila bottiglie, uno speciale brut nature 45% chardonnay, 45% pinot nero e 10% xarel-lo, che noi degustiamo su una terrazza panoramica immersa nei vigneti di fronte a Cap de Creus, mentre un piacevole venticello ci rinfresca dalla calura estiva. Otto le loro cantine in tutta la Spagna, nelle principali denominazioni di origine: Empordà, Catalunya, Priorat, Rioja, Cava, Ribera del Duero, Rueda, Malaga-Sierras de Malaga. Senza tralasciare, visto il successo, il marchio Blanc Pescador, omaggio ai pescatori della Costa Brava (vini con o senza invecchiamento in botte),  il marchio di Cava Privat, che Perelada ha comprato da Alta Alella, e la bodega Oliver Conti, con una capacità di cinquantamila bottiglie all’anno, acquistata con i suoi quindici ettari di vigneti. E ora l’acquisizione di un altro colosso del vino: Chivite, storica famiglia produttrice di vini in Navarra dal 1647, famosa soprattutto per i rosati. Ma non è tutto. Nel 2019 la nuova bodega, opera di architettura integrata nel paesaggio dello studio RCR, prima in Europa con la certificazione ambientale energetica LEED® BD + C (US Green Building Council), con capacità di 1.900.000 litri di vino e 2.240.000 bottiglie. Due le parole d’ordine che hanno guidato la progettazione: identità e riconoscibilità del territorio dell’Empordà.

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(Qui dove nidificano le cicogne)

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Il nostro arrivo coincide con il famoso Festival Internacional de Musica Castell de Perelada (5 luglio – 17 agosto), che nel 2016 ha festeggiato il trentennale e a cui è dedicato il brut Stars Touch of Rosé. Una importante kermesse di musica classica e operistica oggi aperta anche ad altri generi musicali che anima la cittadina di Perelada, richiamando artisti e visitatori da tutto il mondo per l’alto profilo qualitativo delle proposte culturali, sempre più diversificate: musica, teatro, danza, spettacoli multidisciplinari. Ieri l’arrivo di Carla Bruni. Tanta è l’attesa per i tenori Josep Bros e Jonas Kaufmann,  per il compositore francese Jules Massenet, per il pianista Marco Mezquida e la cantante Silvia Perez Cruz (http://www.festivalperalada.com/en/programacio/). Durante il festival l’enologo del gruppo Delfì Sanahuja Font guiderà una storica verticale del Finca Malaveina: dal 1999, prima annata, al 2014, una vendemmia non facile anche nella penisola iberica. E i tappi non saranno sprecati perché un hotel austriaco realizzerà degli originali portachiavi. Prima di parlarvi dei vini, che degustiamo direttamente negli spettacolari vigneti di proprietà, dove si pratica una viticoltura eroica, facciamo un po’ di storia. FLASBACK ⬇

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Il castello fu costruito per ordine del visconte di Rocabertì nel XIV secolo fuori dalla cinta muraria, vicino al convento delle carmelitane. L’elaborazione del vino al suo interno, documentata da manoscritti ben conservati nell’antica biblioteca, è datata dal tardo Medioevo (1300) grazie ai frati carmelitani. Miguel Mateu, nonno dell’attuale proprietario, nel 1923 acquistò tutta la proprietà dai conti di Perelada con l’obiettivo di rivitalizzare la produzione vinicola dell’Empordà e la cultura del territorio: l’imponente castello con torri merlate,  il convento gotico carmelita, oggi sede del museo del vino, di quello del vidrio (vetro) e della biblioteca, un claustro (chiostro) romanico tra i meglio conservati della Catalogna, una chiesa gotica con tetto policromato in legno originale del secolo XIV,  il giardino dove nidificano le cicogne opera del paesaggista parigino Francois Duvillersch. Negli anni il complesso si è espanso. Merita una visita, sia per la cucina sia per la location suggestiva, il ristorante stellato del castello, incastonato tra le sue mura al primo piano, che affianca l’abitazione privata di Javier Suqué Mateu, con sala privé interna e una magnifica terrazza che dà sul giardino, in cui è possibile cenare e degustare anche tutta l’ampia gamma dei vini della casa. Scenografico il carrello dei formaggi, con prodotti super selezionati e di nicchia provenienti da tutto il mondo, intrigante la cucina moderno-creativa modellata sulle tradizioni catalane. Completano l’offerta La botiga del celler, un negozio posto all’altro lato della strada, dove si possono acquistare i vini, un casinò fra i più eleganti di Spagna e un hotel golf resort di lusso a pochi chilometri di distanza. La biblioteca è una delle più prestigiose di Spagna, con oltre ottantamila volumi, manoscritti preziosi gotici e latini, codici miniati e altri libri antiquari e un laboratorio di studio che riunisce i più grandi storici e latinisti. Punto di riferimento per l’opera di Miguel de Cervantes: più di cinquemila volumi tradotti in molteplici idiomi ne fanno una delle più importanti collezioni private, con esemplari preziosi del Don Chisciotte della Mancia, come l’edizione valenciana del 1605.

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(L’iglesia interna al sito medievale)

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Suché Mateu, una famiglia eccezionale, di grandi imprenditori e solide tradizioni. Con interessi in vari settori e amicizie altolocate. Miguel Mateu Pla era figlio di Damian Mateu, cofondatore della  Hispano-Suiza, una delle più note aziende automobilistiche spagnole, produttrice anche di motori aeronautici: fu lui a introdurlo nel mondo imprenditoriale. Don Miguel portò avanti parallelamente la passione per la politica come sindaco di Barcellona e ambasciatore di Spagna a Parigi. In particolare, si contraddistinse per una spiccata sensibilità artistica, influenzata dall’amicizia con Salvador Dalì. Nel castello dipinti, mobili, sculture medievali e rinascimentali di valore inestimabile. Negli anni ’70 con la morte del capostipite è il genero Arturo Suqué, marito di Carmen, unica figlia di Miguel, a perseguire il sogno di produrre vino di qualità eccellente ed esportarlo, facendo del castello una delle bodegas più prestigiose del paese. Con Arturo e Carmen, che ha ereditato l’amore paterno per la cultura, nasce il festival del castello di Perelada. La coppia ha tre figli: Javier, Miguel e Isabel, una donna dinamica e colta che si occupa soprattutto del festival. Oggi con Javier, amante e fine intenditore del vino, si punta sull’internazionalizzazione e sulla sperimentazione come non era mai avvenuto. Javier unisce genio, capacità imprenditoriali, visioni. Ed eleganza nel porsi, nel vestire, nello spirito.

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I vini sono opera del super enologo Delfí Sanahuja Font, che sa coniugare potenza e concentrazione con eleganza e freschezza. Un lavoro di intuito il suo, di sincronismo, di raccolta delle uve al perfetto grado di maturazione, cercando di rovinarle il meno possibile in cantina, grazie anche all’utilizzo di piccoli accorgimenti come la pressatura soffice, la fermentazione lenta a temperatura bassa e controllata, l’uso sapiente del legno. Il risultato sono vini morbidi, dai tannini integrati, che parlano la lingua del proprio territorio. E con un’acidità rinfrescante che dona un’infinita piacevolezza al sorso. L’azione del vento è fondamentale: allontana le malattie fungine e concentra acidità e zuccheri nell’acino. Il cambiamento climatico ci ha messo del suo: oggi si registra una lieve escursione termica che apporta più aromaticità. Un Empordà molto eterogeneo, grazie a suoli di una complessità unica: declivi di ardesia, vallate sabbiose, terreni con sedimenti fluviali, limosi, argillosi o principalmente ghiaiosi determinano una ampio range di possibilità, con differenze significative nei vini. Cinque i poderi (fincas) del Castillo de Perelada in Alt Empordà: Pont de Molins, Malaveina, Garbet, Espolla e la Garriga (dove si trovano le vigne più vecchie). Espolla è la più vicina ai Pirenei e vi si coltiva anche la monastrell: da questi suoli neri, ricchi di ardesia e molto acidi si ottiene un cru di grande carattere. Interessante anche finca Oliver Conti, una terra granitica, acida e povera di materia organica, l’unica biologica, di cui segnalo i monovarietali di Gewurztraminer e Cabernet Franc.

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Il nostro primo stop è a Finca Malaveina, in località Garriguella: da qui si dominano il Mediterraneo e la Serra de l’Albera, la catena montuosa più orientale dei Pirenei, che corre fra la Spagna e la Francia. Diciannove gli ettari spalmati su suoli di argilla rossa, con ciottoli che facilitano il drenaggio. Le varietà coltivate sono merlot (principalmente), cabernet sauvignon, cabernet franc e garnacha (che ha preso il posto del syrah). Degustiamo il Finca Malaveina 2014, un tinto da uve merlot (65%), garnacha tinta (19%) e syrah (16%), sessantamila bottiglie. Un coupage ben integrato di cui apprezziamo il bilanciamento e l’armonia: il sapore, l’intensità, le spezie e le note fumé del syrah; la struttura gustativa del merlot, che conferisce rotondità e un bel frutto succoso, con gli aromi tipici del sottobosco; la garnacha tinta, tra le varietà più coltivate in Spagna e di antichissima tradizione nelle aree viticole del Mediterraneo, che dà vini ricchi in alcool, con intensità aromatica, struttura e un grande potenziale di invecchiamento. Un vino da macerazione lunga e fermentazione controllata a 25°C, ventuno mesi in barrique di rovere francese Allier. Al palato si presenta sontuoso, con tannini rotondi, elegante e con una piacevole freschezza che sostiene il sorso. Un fuoriprogramma qui in vigna è il Cava Stars Brut 2016, metodo classico con un minimo di dodici mesi sui lieviti, da garnacha  (in prevalenza) e pinot nero. Garnacha che per utilizzare una metafora dell’export manager Patrice Lesclaux è un bambino indisciplinato: produce poco ma quando lo fa dà buoni risultati. Un rosé color cipolla come quelli francesi di Provenza, molto delicato al naso,  che proviene dai terreni più alti e calcarei del Penedes. Il risultato è un cava di spiccate mineralità e freschezza e gusto pieno, che invita a un nuovo sorso. Un tributo al festival e ai suoi artisti.

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Finca Garbet, sul mare, è la più lontana dal castello e la più spettacolare. Sono dodici ettari integrati in un bosco tipico Mediterraneo. Siamo al nord di Cap de Creus, area conosciuta per un’oasi di rara bellezza puntellata da pini d’Aleppo e querce da sughero con alcune tra le specie faunistiche più interessanti del pianeta. L’aspra orografia si caratterizza per i declivi terrazzati che scendono fino al mare, per gli affioramenti rocciosi, per i suoli ricchi di ferro e di ardesia (pizarra) che in Priorat chiamano llicorella, una roccia metamorfica che dona grande mineralità ai vini. La differenza è che l’ardesia della Catalogna non è disgregabile come in Priorat ma è compatta. In finca Garbet  si sono sviluppate viti molto resistenti: da una parte le radici vanno in profondità a cercare nutrienti, dall’altra combattono con il vento. È il terreno ottimale per il syrah, una piccola produzione per un vino che esce solo in annate eccellenti. In questo territorio così scosceso sono presenti tutti gli elementi che rappresentano la filosofia di lavoro di Delfì Sanahuja: l’acqua, del Mediterraneo; la terra, di ardesia; il fuoco, che sta per sole e luce, qui presenti in abbondanza; il vento, ossia la tramontana. L’altitudine varia tra i 3 e i 110 metri sul livello del mare, con pendenze del 70%. Nella parte più bassa troviamo principalmente il syrah. Si può parlare di agricoltura eroica.

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Direttamente in finca Garbet, sulla terrazza fronte Mediterraneo, proviamo un Perealda realizzato in Do Cava: il Gran Claustro, brut riserva nature metodo classico da chardonnay (45%), pinot nero (45%) e xarel-lo (10%), minimo ventiquattro mesi in bottiglia prima della sboccatura, che arrivano a trenta nel gran riserva. Di nerbo, struttura, una complessiva fragranza fruttata, sorso rinfrescante e cremoso. Delicati i richiami tostati, con note di lieviti e panificazione su un bello sfondo minerale e sapido. Ammandorlato nel retrogusto. Non secondariamente, a un prezzo più che ragionevole. Il nome Claustro deriva dal fatto che anticamente riposava nelle cantine sotto il chiostro. Un Cava che nacque grazie al  presidente degli Stati Uniti  Dwight Eisenhower, che visitò la Spagna nel 1959. A Perelada fu chiesto un cava speciale per il banchetto presidenziale. La scelta ricadde su una delle riserve limitate ed ebbe un tale successo che si decise di continuare a produrlo. In futuro avrebbe segnato altri momenti salienti della storia della penisola iberica.

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Chivite in rosa è sempre un bell’incontro. Delicato ed elegante. I migliori rosati di Spagna, amore a prima vista e al primo sorso già da quando li avevamo provati al Tatel di Madrid. Buona vinosità per un rosato beverino dal prezzo veramente competitivo, il Las Fincas Igp, Vino de La Tierra 3 Riberas, annata 2017, da garnacha (60%) e tempranillo (40%). Breve macerazione, “sanguinamento” secondo il metodo tradizionale, fermentazione a bassa temperatura per ventuno giorni in acciaio inossidabile e invecchiamento su una selezione di fecce. Versatile, per la sua acidità presente ma non dominante lo consigliamo con piatti a base di pomodoro dove un bianco molto acido sarebbe eccessivo. Ben bilanciato tra freschezza citrina e consistenza vellutata, con il suo bouquet delicatamente fruttato e floreale non va mai a sovrapporsi al piatto ma lo accompagna come un petalo di rosa (comunque 13,5% Vol.). Elegante pure la bottiglia tipo Sabine, che richiama la freschezza, l’estate, la leggerezza.

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Ma Chivite significa anche rosati  intensi. Tutt’altro vino il Coleccion 125, uscito sul mercato nel 1985, in occasione dei 125 anni dalla prima esportazione, nel 1860. Invecchiato sulle proprie fecce, è giocato su potenza, struttura, persistenza e intensità di aromi e colore, più saporito e strutturato del precedente e di un magnifico color corallo. Degustiamo l’annata 2016, Do Navarra, da garnacha (70%) e tempranillo (un 30% che però si fa sentire), breve macerazione, dieci mesi in barrique di rovere francese, solo 4056 bottiglie. Nasce a Legardeta, nella parte più fresca di Navarra, sottozona Tierra Estella, un’area influenzata dall’Atlantico. In bocca volume e buona acidità, toni tostati e affumicati, una delicata speziatura. Lasciandolo in coppa sale una leggera cremosità. A occhi chiusi farebbe pensare a un rosso. Non per tutti i piatti, ma ci ha conquistati. Sempre 13,5% Vol.

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(Sopra, il creatore dei vini Delfí Sanahuja Font)

Durante la cena organizzata al ristorante stellato del Castello proviamo diversi vini, fil rouge mineralità e freschezza, che si sposano con struttura e intensità. Molto beverino, giovane, perfetto per aprire le danze, è il bianco Nomes, 100% garnacha bianca, una sorta di passe-partout. Più complessità, struttura e ricchezza di aromi nell’altro bianco da uve 60% chardonnay e 40% cariñena bianca: vigne di novant’anni per la cariñena, di trenta per lo chardonnay, invecchiamento in barrique appena percettibile, solo cinquemila bottiglie. I bianchi mi convincono nella loro precisione e pulizia ma sono i rossi le vere super star della serata. Della varietà cariñena degustiamo il monovarietale Finca La Garriga, un vino che non deve risultare molto maturo, motivo per cui la vendemmia gioca un ruolo fondamentale. Vigne di sessant’anni, macerazione, fermentazione controllata a 24° C,  diciotto mesi in barrique di rovere americano per un vino di ottima acidità e carica colorante. Balsamico, note di legno, freschezza ben espressa. Tannini presenti ma rotondi. Tra i più varietali e di carattere degustati nella giornata. Sull’etichetta scrivono samsò  e non cariñena altrimenti si creerebbe confusione con un’altra denominazione di origine. Un coupage indovinato è quello di syrah e monastrell di Espolla, un terreno di origine vulcanica e di color nero che dà il nome al vino. Espolla è la parte più alta e fresca della proprietà e la più lontana dal mare. Segnatevi altri due nomi: Aires de Garbet e Finca Garbet. Il primo vino tradotto in inglese suonerebbe Airs of Garbet, per via della Tramontana che soffia incessante. Suoli di ardesia e l’influsso del Mediterraneo fanno il resto per un monovarietale da garnacha tinta di grande personalità, fresco, sapido e dall’ampio range aromatico e balsamico. Tredici i mesi in botte francese di secondo passaggio da trecento litri. Il risultato è un vino rotondo, dai tannini ben integrati e con potenziale di invecchiamento. Una garnacha molto mediterranea. Il Finca Garbet 2011, 100% syrah si è preso i 93 punti della guida Peñin. Noi per il syrah, abbiamo un  debole, ma per quello fatto bene. Come questo. Bottiglie numerate manualmente per un vino che esce solo nelle annate migliori dal terreno aziendale più vocato per questa varietà di uva: finca Garbet. Macerazione di trentadue giorni, distinte micro vinificazioni di syrah per scegliere il migliore, diciotto mesi in botti di rovere francese nuove da trecento litri, cinque anni in bottiglia. Un Syrah ricco di aromi terziari, con una fine speziatura, frutti scuri maturi, erbe aromatiche e profumi vegetali del sottobosco. A completare il quadro note balsamiche, di liquirizia e caratteristiche organolettiche materiche, legate alla roccia (grafite). Tannini presenti ma ben integrati. La mineralità affumicata lo alleggerisce e rende il sorso indimenticabile. Freschezza anche nel passito, dodici anni in barrique, da uva garnacha bianca e rossa, che è una mutazione della tinta. Nel bicchiere fiori e frutta secchi, lussuose confetture. Una nota ossidativa minima e controllata accompagna il sorso piacevolmente.

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(Sopra, con Toni Gerez, chef stellato del Castillo de Perelada)

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Perelada, sicuramente una delle migliori cose da vedere ed esperienze da vivere in Catalogna nel periodo del festival…

In foto sotto, il ristorante stellato del Castillo de Perelada con alcuni dei vini provati per voi e che consigliamo:

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