PALAZZONA DI MAGGIO, LA STORIA DI UNA BELLA FAMIGLIA FRA EMILIA E ROMAGNA. DI FRANCESCO ANTONELLI

antonella perdisa

L’antefatto è stato il 27 Maggio, quando in occasione di Cantine Aperte, la Palazzona è stata letteralmente invasa di giovani festanti provenienti da ogni parte del circondario. Ero rimasto colpito da tanta partecipazione, che sottolineava l’indissolubile legame tra vino e convivialità e dimostrava quanto La Palazzona di Maggio fosse oltre che una cantina produttrice di vino, anche un ambiente ospitale, alla portata di tutti, desiderato. Dovevo quindi approfondire l’argomento con più calma, magari con qualche assaggio guidato e qualche racconto in più sul dietro le quinte e la storia che accompagna la famiglia Perdisa, i proprietari (in foto ⬆️ Antonella Perdisa, motore della vinicola insieme al marito e ai figli).

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Con grande soddisfazione, sono tornato, una calda mattina di Luglio. Ad accogliermi Alberto, padre e titolare dell’azienda agricola, e pochi minuti dopo anche Federico, l’unico dei cinque figli di Alberto ad aver maturato la vocazione per la terra e la cantina. La storia della Palazzona comincia molto indietro negli anni, circa nel 1961, quando il nonno di Alberto, Luigi, professore universitario della facoltà di agraria a cui è intitolato anche l’istituto suepriore di Ravenna, decise di acquistare i terreni in cui si trovano oggi i 15 ettari di vigneto. Nell’acquisto era inclusa anche la bellissima villa in stile neoclassico opera dell’architetto Angelo Venturoli, soprannominata “La Palazzona” che dà il nome alla cantina. Sempre al nonno si deve l’introduzione in azienda, ma forse più in generale anche nel territorio bolognese, di un certo numero di vitigni internazionali, considerati i migliori per le caratteristiche di  clima e suolo e che ancora oggi sono fortemente correlati alla tipologia di vini prodotti.

Visto il luogo, la prima analisi verte sul “livello di romagnolità” espresso dal territorio. Ozzano si trova a un attimo da San Lazzaro di Savena e, conseguentemente Bologna. Quindi si direbbe Emilia, in prima battuta. A suggerirlo ci sono sia i limiti geografici tra cui lo storico confine dato dal fiume Sillaro, sia da un punto di vista politico la provincia di appartenenza, per non parlare delle tipiche vocali cadenzate bolognesi. Eppure nell’aria si respira qualcosa di diverso che non è sfuggito a chi ha attribuito a questa sottozona l’appartenenza alla Doc Romagna Sangiovese (oltre alla Denominazione Colli d’Imola per Chardonnay e Dracone, uvaggio di Cabernet Franc e Merlot). Lo dice la via Emilia, che corre troppo veloce verso il capoluogo da dimenticarsi la regione che ha appena lasciato. Le stesse case e osterie, rossicce di terracotta slavata o di un’ocra imperturbabile, sembrano le stesse che si affacciano silenziose sulle piazze di tanti villaggi romagnoli, solo che qui la  “piazza del paese” è sostituita da una lunga direttrice millenaria. Questi indizi ci raccontano che non esistono per i vini leggi assolute o limiti di spazio e tempo. Il Sangiovese simbolo della Romagna vinicola qui è concreto: si insinua alle porte di Bologna come un cuneo nel terreno.

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Cominciamo assaggiando l’unico bianco prodotto, il Maleto Colli d’Imola Chardonnay 2016. La Palazzona più che alla differenziazione punta alla specializzazione, direi orientata soprattutto a vini rossi d’annata dotati di longevità e struttura. Maleto, il bianco, è realizzato esclusivamente con uve Chardonnay, mantenendo solo una piccolissima parte di bucce in macerazione, a seconda delle annate, per avere un colore più intenso. La fermentazione malolattica è evitata grazie a frequenti travasi, utilizzati anche con lo scopo di favorire una pulizia del vino senza l’utilizzo di prodotti chiarificanti. Al naso lo ricordo particolarmente ampio e intenso, con note spiccate di fiori bianchi e gelsomino. Meno intenso e persistente al palato, ma con una moderata freschezza che lo rende godibile anche con piatti sostanziosi a base di pesce; un’altra nota positiva è la presenza di molti polialcoli e glicerina, che conferisce a questo bianco una piacevole oleosità.

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Come dicevo è sui rossi che la cantina scommette maggiormente, a ragione. Vini che sono il risultato finale di tante variabili che li rendono tutti incredibilmente fini ed eleganti. Innanzitutto grazie ai suoli, principalmente argillosi con alcuni inserti di sabbie gialle e sabbie calcaree. Anche a livello climatico la posizione è avvantaggiata: la collocazione dei terreni in una conca consente un grande irraggiamento solare unito a una protezione dai venti e dalle perturbazioni più violente, permettendo una ottimale maturazione dell’uva. La scelta aziendale da alcuni anni è indirizzata verso una gestione biologica del terreno e di tutte le fasi produttive, che va da sistemi di lotta integrata avanzata all’utilizzo di materiali completamente biodegradabili anche per i macchinari utilizzati a un diserbo del terreno esclusivamente meccanico. A partire dal 2019 usciranno le prime etichette con la certificazione biologica. Sull’aspetto qualitativo diventa particolarmente rilevante il lavoro svolto da Federico in vigna e in cantina. Federico produce il vino per gli altri con la stessa cura che avrebbe se lo facesse per se stesso. Irruento, verace, poco incline al compromesso. Tra un assaggio e l’altro mi ha confidato qualcosa di importante: “Il vino mi ha insegnato la calma”. Date queste premesse non risulta difficile capire come tutti i vini usciti sul mercato siano di elevata qualità; secondo una visione quasi più francese che “romagnola”.

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La  spinta qualitativa comincia dalle basse rese per ettaro: appena 80 quintali sull’Ulziano, il Romagna Sangiovese considerato l’entry level dell’azienda. Di questo ho sentito l’annata 2017, di colore rubino, caratteristico al naso con una piacevole nota di viola e rose, unita a un sentore etereo; al palato molto rotondo e ampio, meno fresco di come mi era stato presentato. Poi una chicca, Ulziano 2009, direttamente dalla cantina privata di Alberto. Per come sono fatto e per come intendo il vino, l‘Ulziano 2009 è stato il mio preferito, il primo vinificato da Federico secondo le sue “dritte”. Ha impiegato pochi minuti ad aprirsi, rivelando poi al naso una nobiltà che pochi Sangiovese fatti nella pedecollina hanno. Il colore non appariva per nulla cotto o imbrunito, ma al contrario ancora acceso e brillante, segno che il vino nella bottiglia ha saputo preservarsi da solo dall’azione dell’ossigeno. Naso elegante, più verso spezie e terziari che non sui classici frutti rossi. Lungo e persistente pur non essendo un riserva. Credo che la capacità di invecchiamento di questo vino provenga proprio dalla qualità della materia prima e dalle sostanze solubili al suo interno, piuttosto che dalla naturale acidità del Sangiovese.

A seguire una piccola verticale di Dracone Colli d’Imola Rosso, 2013, 2010 e 2007 che ha dimostrato un sincero racconto d’annata. Dracone è in un certo senso il cavallo di battaglia della Palazzona di Maggio. Uvaggio di Cabernet Franc, Merlot e in misura minore Petit Verdot. Un vino opulento, austero, particolarmente premiato e apprezzato sia in concorsi nazionali sia all’estero. Di un color rubino scuro e impenetrabile. Ho apprezzato la vicinanza espressa nelle annate 2013 e 2007, caratterizzate da profumi intensi con spiccati sentori balsamici e in particolare di liquirizia, con una leggera evoluzione sulla seconda, che ben si sposa al corpo e alla struttura di questo vino. Particolarmente curata la lavorazione: raccolto a mano (come tutte le uve) nel mese di settembre e vinificato in vasche di acciaio. Segue un affinamento in vasche di acciaio e fusti di rovere da cinquecento litri per almeno diciotto mesi. In bottiglia per altri diciotto. Lo immagino sia come vino da meditazione, da dosare e apprezzare sorso dopo sorso, sia anche come ideale abbinamento con certi piatti sostanziosi della cucina locale, anche bolognese. Infine Le Armi 2011 Romagna Sangiovese Superiore Riserva: il privilegio di assaggiare una delle ultime bottiglie esistenti. Un vino da collezionista più che altro, realizzato solo in particolari annate favorevoli e dove il concetto di qualità è spinto all’estremo. Grappoli diradati e ridotti di misura a mano, con una resa di appena 40 quintali per ettaro. L’affinamento avviene in fusti di rovere da cinquecento litri per ventiquattro-trentasei mesi. Un vino di quelli che si bevono poche volte (almeno per il sottoscritto) e, come si può immaginare, estremamente promettente sia per sentori sia per soddisfazione gustativa. Insieme a Le Armi siamo poi finiti a tavola come da pura e antica tradizione. Mi sono sentito a casa, in confidenza come con amici che conosco da tempo pur non avendoli mai incontrati prima. Significa che amiamo il vino e quindi parliamo la stessa lingua.

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