L’ORO NERO DI BULGHERONI. Di Francesca Fiocchi

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Ad agosto era in Italia mentre noi abbiamo visitato una delle sue proprietà nel cuore del Chianti Classico, Dievole, dove si producono vino e olio dal 1090 e dove sono in arrivo diverse novità. Lui che dal suo team italiano è molto apprezzato: “È una persona umile, ci lascia spazio, di fare e di crescere”. Stiamo parlando di Alejandro Bulgheroni, il petroliere argentino di origini comasche che ama il vino e la Toscana, regione in cui continua a investire dal 2012, anno della sua prima acquisizione, Dievole appunto, a Castelnuovo Berardenga, 12 chilometri a nord di Siena. Ora altri quindici milioni di euro per la nuova cantina, su tre livelli e con tetto verde panoramico, a Castagneto Carducci, recuperando l’ex cava di Cariola, un’area in completo degrado. La cantina sorgerà all’interno della tenuta Le Colonne, sempre di proprietà di Bulgheroni. Bulgheroni che sta lavorando (per ora!) su Brunello, Chianti Classico e Bolgheri. Ma sempre partendo dalla vigna. Questo il focus, questo il primo interesse del petroliere verso il nostro paese: il desiderio di firmare grandi vini. Pertanto, prima l’acquisizione di alcuni fra i vigneti migliori e meglio esposti, per poi costruirgli intorno un progetto basato su cru, sostenibilità e, da ultimo, ospitalità. Concreto e coerente come pochi. E con una piccola rivoluzione legata all’uso del cemento. “Il fatto più interessante non è qui in Chianti Classico dove c’è una consolidata tradizione dei tini in cemento per la fermentazione alcolica, ma è nelle altre tenute, in cui si ripete la stessa filosofia di vinificazione e maturazione, che diventa il nostro tratto distintivo: a Montalcino, dove saremo operativi presto con il cemento, e soprattutto a Bolgheri, dove già lo siamo, è impensabile non usare la barrique. Nelle botti di rovere francese non tostato viene invece svolto l’invecchiamento del vino prima di passare all’affinamento in bottiglia”, spiega l’enologo della divisione italiana Giovanni Alberio, che fa parte di un team composto dal manager Stefano Capurso, dall’agronomo Lorenzo Bernini, con la super consulenza di Alberto Antonini, enologo che vanta diverse collaborazioni prestigiose in Italia e all’estero. Ora l’idea è aumentare sempre di più la qualità e lavorare sulle strutture ricettive.

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(Sopra in foto, intervista all’enologo Giovanni Alberio)

Gli investitori stranieri sono in genere guardati con un po’ di diffidenza. Da una parte si teme il venir meno del legame tipico della tradizione montalcinese fra azienda e territorio, fondamentale se parliamo di Brunello, dall’altra aziende in crisi  che richiedono grandi investimenti, inimmaginabili per un giovane, possono evitare la chiusura e offrire di conseguenza lavoro. La Toscana, del resto, ha sempre più appeal all’estero e il Brunello, il cui prezzo medio a ettaro si aggira sui 700mila euro, fa gola agli investitori. Riflessioni ampie che tratteremo a parte. Vediamo i numeri. Ottocentomila le bottiglie annue prodotte, oltre 330 gli ettari vitati fra Dievole, Montalcino e Bolgheri per un totale di cinque proprietà da acquisizioni nelle principali denominazioni della regione e investimenti pari a circa 130 milioni di euro. Nel dettaglio sono 156 ettari vitati a Dievole, 11 a Podere Brizio (di cui 7 a Brunello) e quasi settanta a Poggio Landi (di cui ben 33 a Brunello) a Montalcino, Tenuta Le Colonne e Meraviglia con rispettivamente 63 e 33,5 ettari vitati entrambe a Bolgheri. E un quartier generale a Madrid per quanto riguarda l’Europa con a capo Enrique Almagro. ABFV (Alejandro Bulgheroni Family Vineyards) è il gruppo finanziario che gestisce l’intero progetto ed è presente con numerose tenute in varie parti del mondo. Ne ricordiamo alcune: in Argentina, dove segnaliamo Bodega Vistalba, a Mendoza, per l’interessante progetto di ricerca che li ha portati a lavorare non solo sul malbec ma anche sul petit verdot; in Uruguay è Bodega Garzon ad aver raggiunto punte qualitative di eccellenza, e non solo con il tannat, ma anche con l’albarino (oltre venti i vitigni coltivati); in California, in Napa Valley; a Bordeaux con Chateau de Langalerie, dove si produce un’ottima riserva blend di Cabernet Sauvignon e Merlot; a Barossa in Australia, dove il Syrah, che uscirà sul mercato l’anno prossimo, promette bene (https://www.bulgheroniwine.com/). I progetti di Bulgheroni spaziano dalla viticoltura alla zootecnia all’energia alternativa. Non dimentichiamoci che è a capo di uno dei colossi mondiali dell’energia (gas e petrolio) e il suo patrimonio personale è stimato dalla rivista Forbes in 3 miliardi di dollari, che lo collocano al primo posto come l’uomo più ricco d’Argentina e tra i cento più ricchi del pianeta.

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(In foto sopra, Dievole, una delle proprietà toscane di Bulgheroni)

DIEVOLE. Dai Malavolti ai Terrosi Vagnoli a Bulgheroni che la acquista nel novembre 2012. Famiglie nobili si sono succedute nel borgo e hanno abitato la residenza dal XVI secolo. Siamo nel comune di Castelnuovo Berardenga, nella campagna senese. Filari di cipressi e lavanda. Seicento gli ettari totali fra cantina, vigneti, uliveti e wine resort, un agriturismo di lusso con 19 camere e nove appartamenti. Più una chiesetta consacrata dedicata alla famiglia, il giardino del tasso per gli aperitivi, quello delle rose per colazioni, pranzi e cene. La villa padronale domina la vallata dai suoi 450 m s.l.m., al suo interno il ristorante Novecento. Il prossimo step sarà la ristrutturazione di altre due ville, dove verranno ricavati nuovi appartamenti per periodi più lunghi e che saranno affittate a corpo intero, con la possibilità di accedere a tutti i servizi della tenuta. Un borgo che è un piccolo universo pensato per un soggiorno completo: piscine, bike rental, possibilità di andare a cavallo e tour guidati nella natura. Come il Natural Path, un sentiero che si estende per 27 chilometri e gira intorno alla proprietà: si può fare a piedi o in bici o in calesse o a cavallo. Ma anche il picnic tour, con vari punti per soste lungo il percorso, il picnic gourmet della casa e la possibilità di optare per un gran tour comprensivo di pranzo. Una regione in grande spolvero, leader nell’enoturismo in Italia, con clientela prettamente straniera: a Dievole sono in maggioranza americani, asiatici, russi, inglesi. La Toscana affascina, complici nei secoli letterati, artisti, mecenati. “A Dievole ci sono alcune cose da rivedere per quanto riguarda l’ospitalità. Sono al via i lavori di ristrutturazione, che prevedono la separazione di reception ed enoteca. Sarà realizzata anche una spa, con l’aggiunta di alcune camere. È un anno di transizione, già è forte il cambio di passo, ma dobbiamo ancora lavorare”, ci spiegano in azienda. “Bulgheroni è partito dalla terra, il core business è il vino. L’ospitalità viene dopo, è un corredo, offrire un servizio in più”. Così il ristorante, inserito nell’hotel, con cucina toscana rivisitata in chiave moderna per lo straniero. In poche parole, non bisogna aspettarsi di trovare la pappa al pomodoro classica. La novità, assoluta nel panorama vinicolo italiano, è il D Wine Club, che noi di Winestopandgo abbiamo visitato per voi e che prevede un’offerta di servizi altamente qualificati e personalizzati, nonché benefit sull’acquisto del vino e sul soggiorno.“Con la parte di e-comerce abbiamo già iniziato lo scorso anno nell’ottica di sviluppare un club sul modello americano”, ci spiegano. Siamo nella cantina vecchia che sarà bonificata per creare una vinoteca con le vecchie annate di Dievole. Esclusiva l’area riservata per cene e degustazioni private anche con i propri amici e anche con i propri vini, conservati in locker nominali, una trentina in tutto, che consentono di avere una comoda cantinetta personale a portata di mano. Per accedervi è indispensabile essere soci del club con una member ship sopra i cinquemila euro rinnovabile annualmente. Ci sarà anche un angolo con possibilità di cucina o comunque ci si potrà avvalere del servizio ristorante. E se a Dievole  tour e visite in cantina sono già attivi, a breve lo diventeranno anche a Poggio Landi, dove stanno ultimando i lavori per un’ospitalità agrituristica in stile Montalcino con cantina ed enoteca. Novità dalla prossima primavera anche a Tenuta Meraviglia, che è la parte alta e panoramica dei pianali con vista sulle isole, dove aprirà un’area di ospitalità alberghiera con dieci suites, e quindi sarà più simile a Dievole che alle altre destinazioni enoturistiche di Bulgheroni.

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Bulgheroni e l’essere pioniere. “Lo sguardo verso l’utilizzo del cemento è uno sguardo al passato: di pionieristico c’è più che altro il ritorno all’origine, la riconquista di un elemento già utilizzato e l’avvalersi di tecniche più evolute nella fabbricazione come il controllo di temperatura affogato nella cassa cementizia, quindi è un cemento modernizzato, anche se a contatto col vino abbiamo sempre un cemento non vetrificato, o grezzo, con il classico scambio di micro ossigenazione. Nel tino di cemento facciamo la fermentazione, anche malolattica. A Montalcino per ora la facciamo in acciaio. Le nostre botti sono grandi, da 40 fino a 70 ettolitri, non tostate e di primo passaggio. La botte per noi rappresenta solo un involucro per la micro ossigenazione, quindi deve essere neutra. Ci interessano vini di terroir, molto varietali”, ci spiega Giovanni Alberio.

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DEGUSTAZIONE. A Dievole tutto è stato squisito. A cominciare dalla cortesia di chi ci ha accolto e dedicato del tempo. Un reciproco scambio che ci ha permesso di approfondire una realtà molto dinamica e in crescita. Ora veniamo ai vini. Il Vigna di Sessina Chianti Classico Gran Selezione Docg 2015 è un cru 100% sangiovese che ci colpisce per pulizia e grande freschezza al naso, che ritroviamo anche in bocca con un tannino ben presente, integrato, ma che sicuramente in bottiglia ha ancora tanto da dare. Un sangiovese che chiude senza spigoli, fresco, persistente e che ha tutte le caratteristiche per un lungo affinamento. Nasce da terreni che sono un mix di argille e rocce tipiche del massiccio del Chianti Classico. Un vino con un tannino incredibile, complesso e semplice allo stesso tempo.

I vini di Poggio Landi sono più morbidi, eleganti, caratterizzati da una sapidità inferiore rispetto a quelli di Podere Brizio, perché i vigneti si collocano nella parte nord est e nord ovest di Montalcino, dove c’è più presenza calcarea, di fossili, dove arriva la brezza del mare e dove l’altitudine, che varia da 180 a 500 m s.l.m, restituisce vini che sono la massima espressione che la diversità di un terroir può dare. Degustiamo il Rosso di Montalcino 2016 Poggio Landi, annata 4 stelle per Montalcino, e Il Rosso di Montalcino 2016 Podere Brizio, primo vino certificato bio di Bulgheroni in Toscana. “In tutte le aziende siamo già certificati bio o in conversione per esserlo”, dice Alberio. Il Podere Brizio è un altro vino interessante perché fa capire la filosofia di lavoro dell’azienda e il territorio. Sangiovese al 100%, è un rosso di ottime struttura e freschezza, con tannini integrati e corpo pieno. “Siamo nel sud ovest di Montalcino, affacciamo la Maremma con terreni molto ricchi, suoli di arenarie e marne rocciose e un microclima che ci porta ad avere vini con un ph basso, che permette longevità, e acidità importanti, ma che si amalgamano bene con il tannino, con il corpo tipico di un clima caldo. Dieci anni non lo spaventano”, continua.

I vini di Bolgheri raggiungono uno stile preciso che li connota: tutte fermentazioni naturali con lieviti indigeni; uso dei tini in cemento come a Dievole e soprattutto il non utilizzo di barrique o legni piccoli nella speranza di preservare il vitigno e il terroir vulcanico bolgherese; suoli con un’alta attività microbica che mantiene le viti in condizioni di equilibrio. Tutto questo, come da filosofia produttiva aziendale, lo ritroviamo nei vini. Note terziarie sapide eleganti al palato, freschezza e mineralità da terra vulcanica, che al sorso sono il fil rouge di rossi e bianchi, sentori di pietra focaia, di scheletro sassoso. Vini vivi, intensi, di estrema nitidezza. Il Bolgheri Doc Rosso 2016 di Tenuta Meraviglia, annata ottima per Bolgheri, è 70% Cabernet Franc e 30% Sauvignon. Il focus è chiaramente sul Cabernet Franc, migliore espressione del territorio bolgherese. Nota pirazinica percettibile di  peperone verde e foglia di pomodoro, ma ben integrata nel bicchiere. Il Sauvignon va a ingentilire il sorso e apporta più rotondità, frutto, corpo e struttura. È un vino che si completa e sottolinea un’ottima bevibilità e un’altrettanto ottima acidità essenziale per portare nel bicchiere vini freschi e piacevoli. La caratteristica varietale si evidenzia molto bene e non è per nulla strozzata dal legno.

Il Vermentino 2017 di Tenuta Meraviglia è il primo Vermentino (con un tocco di viogner) dell’azienda e per questo gli facciamo i complimenti, considerando che l’annata non è stata favorevole ai bianchi. Anche qui spiccate acidità, freschezza, mineralità e sapidità per un vino fermentato su fecce nobili e affinato nel cemento grezzo per tre mesi. Ha ancora bisogno di un po’ di bottiglia. Piacevole il tono agrumato e di fiori freschi.

L’Arbia Igt Toscana, blend di trebbiano, malvasia, un poco di chardonnay e sauvignon, è di facile approccio ma ben equilibrato: aromatico al naso, accattivante, fresco, giovane e di buona mineralità grazie al territorio di Castelnuovo. “Con l’ampliamento aziendale e i nuovi impianti di trebbiano nella zona semi pianeggiante de Le Due Arbie abbiamo deciso di creare un vino 100% trebbiano per onorare questo grande vitigno toscano. È un Trebbiano fermentato naturalmente in cemento per circa un mese, con una premacerazione di 3 giorni sulle bucce per estrarre aromi, seguono un periodo di otto-nove mesi in botte non tostata e altri tre mesi in bottiglia. “È una produzione limitata, per ora un esperimento. Farà un anno di affinamento tra legno e bottiglia e vediamo come evolve”, spiega Alberio. Un esperimento che noi assaggiamo in anteprima: complessità aromatica, frutta bianca matura e note mielose per un vino che si sente che ha qualcosa da dire in modo chiaro ma non sa bene ancora come. Il potenziale è interessante quanto a mineralità e corpo, considerando che proviene da vigne molto giovani da cui non ci si aspetta questa sapidità.

Il rosato di Bolgheri, 60% syrah e 40% merlot, gode di una struttura che gli permette di accompagnare anche un piatto un po’ più importante come un carpaccio di carne con scaglie di grana e un filo d’olio extravergine di oliva. Il rosato non viene più vinificato per salasso ma sono tolte le bucce dopo un contatto di tre-quattro ore con il mosto. Si espandono nel bicchiere note di lampone maturo, terrose, di polvere di cipria. Il sorso è allungato dalla spina minerale. Ciò che mi colpisce è che all’assaggio si riconoscono sia il Syrah sia il Merlot, segno di una lavorazione che non ha snaturato il varietale. Un vino progressivo, dinamico, che si allarga. Di ottima bevibilità e pulizia perfetta. In questo periodo lo abbinerei anche con una gustosa zuppa di pesce o con una grande pizza.

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Qualche suggerimento per un light lunch nel ristorante interno alla villa padronale? Come piatto d’entrata, porchetta di coniglio su letto di spinaci in agrodolce o un’insalata di cece nero gambero e calamaro ripassato con lardo di colonnata, che noi abbiniamo con un Vermentino o con un rosato; tra i primi, una tagliatella di coniglio profumata di limone e peperoncino di buca o un risotto allo zafferano Dop di San Gimignano, burrata e tartare di gambero rosso, entrambi con un Rosso di Montalcino; tra i secondi, la spunta di cinta senese, giardino di verdure e marmellate di cipolle con un Chianti Classico. Da non perdere assolutamente il tiramisù al vinsanto di Dievole o la crema bruciata allo zafferano. Ritorneremo…

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