L’ORANGE CHE PIACE

L’orange va di moda. I winelovers negli ultimi anni li stanno riscoprendo con un trend in crescita, tanto che non è più solo una produzione di nicchia di Friuli e Istria. C’è una fascia di pubblico sempre più attratta da vini complessi, di fascia alta, prodotti nel rispetto assoluto dell’ambiente. Basta pensare che l’uva cresce in maniera spontanea, non serve neanche l’irrigazione. Vino arancione che sarà protagonista domenica 9 e lunedì 10 dicembre al Castello di Agazzano, nel piacentino, nella degustazione dal titolo “Orange Wine – Il nuovo colore del bianco”. Agli orange sarà dedicato uno spazio nella giornata d’apertura del Merano Wine Festival, il 9 novembre. E che, a proposito di festival, ne hanno uno appositamente dedicato. Questo è sintomatico della loro importanza. Tra i migliori orange la famosa ribolla gialla in anfora. Sono vini che hanno conquistato il Giappone, primo mercato, dove il gusto aspro toglie untuosità al pesce crudo, la Corea, dove si utilizza la tecnica della macerazione per cucinare le pietanze, ma anche l’Australia, gli Usa, la Francia. A Londra alcuni wine bar sono appositamente dedicati agli orange.

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Ma cosa significa essere orange, il quarto colore? Gli orange sono figli di un approccio radicale. Alla vita prima, in cantina e in vigna dopo. Un vino macerato è prodotto senza l’ausilio di prodotti di sintesi. Tanti i tentativi di imitazione. Ma non c’è niente da fare: gli orange raggiungono la massima espressione ad Oslavia, sulle propaggini orientali del Collio, scivolando verso la Slovenia. Siamo ai confini della viticoltura italiana. Qui si creano vini immensi, frutto di una mentalità nuova recuperandone una antica, l’antica tradizione contadina: grandi escursioni termiche, clima mitigato dagli influssi del vicino Mar Adriatico, il terreno di ponca, ossia marne e arenarie stratificate di origine eocenica. Quando parliamo di orange parliamo di numeri ridotti: saranno una ventina i viticoltori, per mezzo milione di esemplari. Esemplari perché sono pezzi unici, irripetibili, consegnati da una natura che non è mai uguale a se stessa. Sono frutto di annate straordinarie o pessime. Non sono vini pronti subito, da un anno all’altro: hanno bisogno di un meritato riposo, almeno quattro, cinque anni. Per fare una bottiglia ci vogliono quasi tre piante, perché l’uva deve arrivare sana in cantina. Gli orange non sono vini per tutti. Vanno capiti, a monte. Sottendono una filosofia che fa del rispetto del territorio e della natura un mantra, quasi senza pari.

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(In foto, musica d’autore tra le anfore interrate nella cantina di Josko Gravner)

L’orange è un vino da uve a bacca bianca ma è vinificato come se fosse un rosso. Le macerazioni sulle bucce a volte sono lunghissime e fanno sì che le sostanze in queste contenute si trasferiscano nel vino, donandogli colori carichi di mille sfumature, dall’ambrato all’arancione al bronzo, ma anche sapori più complessi e con più tannini. Sono vini corposi e capaci di invecchiare molto bene. Sono vini affascinanti, ricchi, intensi, che sanno raccontare un lavoro ecosostenibile in vigna ma che in realtà vanno oltre il biologico e il biodinamico. Il segreto è la buccia che ne custodisce la vera identità. Sono vini grezzi, non filtrati, naturali. Un mondo meraviglioso che ha avuto in Stanko Radikon e Josko Gravner due fuoriclasse irraggiungibili. Gravner con le sue vinificazioni in anfore georgiane interrate nella cantina. E poi Damijan Podversic, figlio di questa scuola e rispettoso di ogni forma vivente. Un mondo ancestrale recuperato nella sua bellezza da cantine che trasudano di storia, di tradizioni. Un altro orange degno di nota è il verduzzo friulano Borc Dodon di Montanar Denis o, fuori dagli schemi, la regina del Carso, sua maestà Vitovska Solo/MM di Vodopivec. Vini la cui tradizione si era persa, a differenza che in Georgia. Dal ritorno alle origini al successo mondiale. Visionari.

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