LAZIO PROTAGONISTA A GOLOSARIA. Di Francesca Fiocchi

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Lazio in grande spolvero. Il vino da “fraschetta” è uno stereotipo superato. Grazie ad aziende che stanno puntando senza compromessi sulla qualità e che danno immagine alla viticoltura della regione. Non sono più realtà sporadiche, isolate, ma un numero che cresce di anno in anno, tra conferme e novità. I tempi sono maturi per riscrivere la storia culturale laziale. Un’evoluzione legata prima di tutto al Frascati, antichissimo vino della tradizione enogastronomica del territorio, che sta ritrovando la via dell’eccellenza e che vanta ben tre denominazioni nella doc Frascati e nelle docg Frascati Superiore e Cannellino di Frascati. Da non perdere per chi si trovasse ai Castelli Romani nel weekend di sabato 3 e domenica 4 novembre “Palcoscenico Frascati”, alle Mura del Valdier, evento per la valorizzazione culturale di tutto il territorio, e che avrà nell’intervento di Massimo Roscia una lente satirica ad alto spasso. Frascati ma non solo. Altre denominazioni stanno lavorando bene. Molto bene. E alcune igt che silenziosamente fanno passetti da gigante con espressioni monovitigno di razza, sempre più orientate al concetto di naturale, artigianale, etico. Una sostenibilità che sta cambiando il volto dell’enotavola italiana. E una cultura che punta su vitigni autoctoni e vini monovarietali in territori di storica tradizione di uvaggi. Un esempio su tutti il Bellone in purezza, sul quale si stanno accendendo i riflettori con una critica del vino sempre più interessata a capirne l’evoluzione. Golosaria, nei giorni scorsi a Milano, è stata l’evento-termometro della situazione. Il Bellone 2016 di San Vitis è nella Top Hundred di Marco Gatti e Paolo Massobrio, che premia i migliori cento vini d’Italia. San Vitis è un’azienda giovane che sta dimostrando carattere e che a Golosaria è stata protagonista di una degustazione guidata con i suoi migliori assaggi, tra cui sicuramente il Bellone. Bellone che ha ottenuto tra l’altro un’ottima recensione su La Stampa a cura di Paolo Massobrio. Un vitigno in passato chiamato Uva Pane in quanto consumato con la mollica del pane in fase di vendemmia proprio perché, ostile ai più, si preferiva mangiarne l’uva piuttosto che vinificarla, una sorta di ricompensa per i contadini che davano una mano. Quindi, passi da gigante. E che nell’interpretazione di San Vitis, solo acciaio e monovitigno, ci ha convinti quanto a sapidità e freschezza, con un’acidità ben presente in un vino tenuto un filo più morbido di altri degustati. Bellone che è un vino difficile, asciutto, ma che in questo caso è di grande bevibilità ed esprime al sorso tutta la sua tipicità. Non bisogna aspettarsi da questo vitigno qualcosa che non gli appartiene, così come non bisogna avere preconcetti. Ecco perché ci è piaciuto: primo, per la sua pulizia e la vinificazione in purezza, mentre fino a qualche tempo fa era utilizzato solo in uvaggio con Trebbiano e Malvasia; secondo, per il progetto di recupero valorizzando con il vino il vitigno autoctono, uno dei più antichi di quella pianura bonificata che è l’Agro Pontino, “uva pantastica” di cui parlava già Plinio. E soprattutto complimenti per la scelta di vinificarlo in acciaio, senza l’uso del legno, perché questo ci permette di capirne meglio il varietale.

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Una viticoltura sana, quella di Sanvitis, che ci ha fatto venir voglia di scoprire il Lazio degli autoctoni se questi sono i risultati, calcolando che si tratta di un’azienda nata solo nel 2015, da tre amici: Sergio, Massimo e Riccardo, provenienti da esperienze lavorative diverse. Con loro Alfredo un viticoltore ingegnere che dimostra talento. L’azienda recupera l’antico interpretandolo in chiave moderna ma non modaiola. Amici che decidono di scommettere su una regione riservata dal punto di vista enoico, ma con una grande varietà di vini grazie a un territorio eterogeneo, modulato su colline, laghi di origine vulcanica e oltre 300 chilometri di costa. Con un patrimonio di vitigni e vini il cui riconoscimento non è ancora pari al loro effettivo valore. Il rilancio è partito, si intravedono grandi margini di sviluppo grazie ad aziende come questa che stanno lavorando con serietà e obiettivi chiari, senza strafare. Oggi sono 26 le doc (ventisette con la doc interregionale Orvieto), tre docg e sei igt per 28mila ettari vitati e oltre due milioni di ettolitri di vino. Noi crediamo che sugli autoctoni si giocherà la sfida del futuro. Sfida che permetterà al Lazio di differenziarsi da altre regioni. Perché la strada da percorrere non è quella di scimmiottare qualcos’altro che non appartiene per cultura, ma quella di trovare una propria unicità, una differenza qualitativa e di gusto. La parola chiave deve essere distinzione, quindi originalità, naturalità, forte identità. Bene con la Malvasia Bianca di Candia, il Trebbiano Giallo, il Bellone e con il rosso Cesanese, che dà vita a vini di struttura e con una certa eleganza. E poi lavorare, lavorare, lavorare. In campagna, in cantina, nel marketing, nella comunicazione. Perché il Lazio può diventare forte. E noi ci crediamo.

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San Vitis significa Bellone, Trebbiano, Malvasia di Candia non aromatica, il blend Flaminio e il rosso Cesanese. Vinificazioni solo in acciaio, lieviti naturali, conversione biologica e due diverse zone di produzione per circa undici ettari vitati: Castelli Romani e Olevano Romano. Segnaliamo tre vini in particolare che ci hanno colpiti. Il primo è il Flaminio 2016, un igt Lazio interpretazione moderna del Frascati, da trebbiano, malvasia e una piccola percentuale di passerina. Ma solo da uve migliori, motivo per cui la sua composizione può cambiare di anno in anno e motivo per cui è fuori dal disciplinare del Frascati. Il naso è intrigante, ricco, complesso, come il suo colore. Ottima la corrispondenza, sorso lungo ed elegante, con una vena agrumata sempre presente in questi vini e un tono speziato, buona freschezza e ottima armonia. Riconoscibili le uve. La pressatura è a grappolo intero, la fermentazione a basse temperature, la malolattica svolta naturalmente, per un vino che riposa tre mesi sulle fecce fini e ulteriori tre in acciaio. Pronto già dalla primavera successiva alla vendemmia, dimostra grande beva e si sposa magnificamente con i crudi di pesce. Ottima pulizia per la Malvasia di Candia non aromatica, dagli ampi aromi primari agrumati, con residuo zuccherino non molto alto e basso livello di solforosa. La freschezza è trasversale al sorso. Ma il progetto è interessante anche sul Trebbiano Giallone, che non è per niente il solito vino della casa, anche se deve ancora crescere. Visti i risultati raggiunti in tre anni siamo fiduciosi.

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Un piccolo gioiello è il Cesanese di Olevano Romano 2015, una doc in una delle più importanti aree vitivinicole della regione, con un trend in crescita. È un vino che si fa bere con grande soddisfazione, chiara dimostrazione di una via percorribile anche sui rossi. Il clima è quello laziale, mediterraneo, con buone escursioni termiche. E qui si vede lo stile dell’azienda. Frutti rossi e neri eleganti che evolvono in complessi aromi quasi terziari, floreale di viola, tannini vellutati, un’acidità presente che regala freschezza. Di grande suggestione e buona persistenza. Godibile senza essere eccessivamente impegnativo. Ma c’è un progetto su un nuovo rosso, probabilmente da vitigni autoctoni. Per ora top secret.

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