FOCUS SUI VINI VULCANICI AL MERANO WINE FESTIVAL. Di Francesca Fiocchi

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Helmuth Köcher ogni volta ricerca eccellenze da portare in vetrina nel suo sempre riuscitissimo Merano Wine Festival. Il patron del festival ieri, nella giornata di apertura, ha incoraggiato  il lavoro di alcuni giovani vignaioli liberi nel pensiero, i  vini di Urban Plattner (maso Ebnerhof), Martin Gojer, Christian Kerschbaumer. Sono giovani rappresentanti di quella wild generation che ha interpretato in modo diverso i vitigni autoctoni del territorio, vitigni difficile da riconoscere nella loro identità originaria. Vitigni snaturati? No, scommesse per The Wine Hunter, cacciatore di talenti. Un’altra scommessa è sui Piwi, i vitigni resistenti alle malattie fungine. Poi il grande focus sul preoccupante cambiamento climatico, le nuove opportunità nella produzione e le aspettative dei consumatori. La sostenibilità sarà sempre di più il fil rouge delle aziende del futuro, vere detentrici della cura del territorio e della bellezza del paesaggio. L’altro  grande focus  sposta l’attenzione sui vini vulcanici e sulla loro crescente importanza sui mercati esteri. Vini  di nicchia con un posto di rilievo nel terzo millennio. Vini viscerali che affascinano per la loro condizione di essere al “limite”, figli di un’agricoltura estrema che porta nel bicchiere profondità espressive uniche (in foto sopra, Lanzarote, Canarie, meta di un nostro viaggio incredibile fra le viticolture estreme nel mondo e che è anche la copertina della nostra pagina Facebook Winestopandgo). A Merano con una masterclass dedicata si festeggiano i dieci anni di Volcanic Wines, l’associazione delle doc vulcaniche che nasce nel 2009 da un progetto del Consorzio del Soave, poi esteso al resto d’Italia per valorizzare ad ampio raggio i vini prodotti su suoli vulcanici attraverso una strategia promozionale di brand experience. Vini che nella loro esperienza italiana sono protagonisti di una charity wine masterclass (lunedì 12 novembre, Hotel Therme, h. 10,30 -11,30). Le charity wine masterclass sono seminari aperti a chiunque voglia approfondire vini e territori, il cui ricavato in questo caso è devoluto al Gruppo Missionario di Merano per la realizzazione di un progetto specifico in Africa. Vino vulcanico che spesso significa piante franco di piede e varietà autoctone. Se guardiamo al mondo, Lanzarote è l’isola completamente ricoperta dalla lava, basta pensare che il vulcano eruttò continuativamente per anni creando un deserto lavico su cui oggi insistono le viti, un’esperienza immersiva fra enoturismo e viticoltura.

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Il nostro paese punta sul marchio unico in un’ottica di consolidamento. Grazie al fatto che parte della comunità scientifica sta ascoltando le sollecitazioni dei produttori a riconoscere qualcosa di diverso al sorso. Vini vulcanici che stanno vivendo un momento d’oro anche grazie al libro di John Szabo “Volcanic Wines: Salt, Grit and Power (su Amazon a 27 dollari), che alla sua uscita aveva destabilizzato la comunità scientifica, dove il master sommelier canadese studia il legame fra suolo vulcanico e vino, anche dal punto di vista commerciale e del brand.  Ma di vini vulcanici se ne è tornati a parlare a livello internazionale la scorsa primavera grazie alla Volcanic Wines International Conference, promossa dall’associazione internazionale dei vini vulcanici con l’obiettivo di riunire le regioni vulcaniche del mondo per creare un “marchio del vino vulcanico”, che andrà a identificare quelli prodotti nelle condizioni più estreme del pianeta come vini premium di alto profilo. Tanti i territori vulcanici: dal Cile a Napa Valley, da Santorini a Rias Baixas e Canarie, dalle isole Azzorre e Madeira alle alture del Golan in Israele, da Yarra Valley in Australia alla regione di Puy de Dome (Loira), lista che non è esaustiva. Sono vini che nascono da terreni ricchi di minerali come potassio, fosforo, zolfo e magnesio, rocce laviche, tufi e anche sabbia. Sono vini con alcuni tratti comuni: la percezione salina, la nota amara finale e la grande mineralità, ossia i sentori fumé, iodato, di roccia, che è preponderante rispetto al fruttato. Sono vini verticali e poco piacioni. La Campania, con i Campi Flegrei e il Vesuvio, è la regione più vulcanica d’Italia, con tracce di attività del vulcano persino in Costiera Amalfitana. Ma anche il territorio del Soave e dei Monti Lessini, i Colli Euganei in provincia di Padova, la Valsesia nell’Alto Piemonte, il Lazio dei Castelli Romani, l’Umbria con Orvieto, la Basilicata con il Vulture, la Sicilia con l’Etna, Pantelleria e le isole Eolie, la Sardegna con Mogoro. In totale sono 17mila ettari e oltre un milione di ettolitri. In Italia sono 19 i territori, con i rispettivi consorzi di tutela, che sono riuniti nell’associazione di vini vulcanici. Il marchio Volcanic Wines è detenuto dal Consorzio del Soave che lo ha registrato nel 2013. L’obiettivo è arrivare a una certificazione scientifica. I vulcani hanno un forte potere evocativo, e i loro vini esprimono tutta l’energia del vulcano. Hanno sapori intensi e una complessità multisensoriale che li rende davvero speciali.

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