INCONTRO CON L’AUTORE. di Francesca Fiocchi

thumbnail (2)Inauguriamo oggi la nostra rubrica “Incontro con l’autore”. Una serie di interviste agli scrittori sui libri che hanno come tema il vino e/o la vite e/o i loro personaggi. A tenerla a battesimo Patrizia Passerini, romagnola, autrice di “Andare per vini e vitigni” (il Mulino, pp. 171, € 12,00). Intervista realizzata in margine alla conferenza stampa per l’inaugurazione della necropoli e del nuovo Centro di Documentazione Etrusco Rocca di Frassinello, nella Maremma toscana. Un modo per ritrovare l’Italia degustando vini e cultura.

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Patrizia Passerini, quando nasce la sua passione per il vino?

Ho sempre provato grande suggestione nei confronti della terra dove cresce la vite, paesaggi che assumono colori e sfumature diversi nel corso delle stagioni che indicano il tempo che passa e la vita che si rinnova. Uno dei miei primi ricordi di bambina è una vigna che cresceva accanto ad una casa di campagna dove trascorrevo le vacanze. Per me il vino è sempre stato un modo per ritrovarsi, per fare festa nelle calde sere d’estate o per stare accanto al fuoco a parlare sorseggiando da un bicchiere. Soprattutto mi ha sempre incuriosito sapere da dove proveniva il vino, quale era il suo territorio, la sua storia… Quando alcuni anni fa ho iniziato a lavorare in un’azienda di e-commerce di vino, ho ritrovato tutto questo e molto di più: la voglia di scoprire, di conoscere questo mondo straordinario. Dalla scoperta sono passata al desiderio di raccontarlo, iniziando a realizzare eventi per comunicare la storia e la cultura del vino.

Quali territori la colpiscono in modo particolare? E per quanto riguarda il vino, quale messaggio deve portare con sé per essere ricordato come memorabile?

Ogni vino, se ben fatto e di qualità, custodisce i suoi segreti. Cercare di comprenderli è il nostro compito e la nostra sfida, credo. Pertanto non riesco indicare una tipologia di vino preferito, ma piuttosto provo grande curiosità e desiderio di avvicinarmi a vini rari e poco conosciuti. I territori vinicoli che amo? Quelli estremi, dove è presente ogni giorno il lavoro dell’uomo, che vuole dire fatica, sudore, ma molto di più: ostinazione, determinazione nel lavorare la vigna laddove le condizioni sono ostili. Vedere una vigna che cresce a picco sul mare, o sulle pendici di un vulcano o che si arrampica sui fianchi di una montagna regala emozioni profonde e intense. Il ricordo di un vino nasce proprio da questi momenti: un vino mi deve comunicare un’emozione e un’esperienza.

Come nasce l’idea di questo libro? Si avvicina il Natale e la corsa frenetica agli acquisti: perché comprarlo?

Il libro è nato dal desiderio di raccontare la bellezza del nostro paese attraverso la storia del vino. Per lavoro e per passione, nel corso del tempo sono spesso andata alla scoperta di territori legati alla viticultura e mi ha sempre sorpreso il fatto che si tratti di luoghi bellissimi dal punto di vista del paesaggio e della natura, che accolgono spesso nei dintorni un castello, una villa, un monastero, una pieve, un sito archeologico, espressioni del nostro patrimonio artistico. Perché tutto questo? Perché la storia del vino accompagna la storia dell’uomo e attraverso di essa possiamo conoscere civiltà, popoli, culture che si sono susseguiti ed incontrati in ogni regione, in ogni paese, in ogni lembo di terra. Credo che questa bellezza vada raccontata, per renderci sempre più consapevoli della nostra straordinaria ricchezza. Ciò che caratterizza il mio libro è l’idea del viaggio, la creazione di un itinerario che si svolge dal sud al nord della penisola per unire i luoghi alla storia, all’arte e alla cultura attraverso il vino.

Raccontiamo qualche curiosità del lungo cammino della vite e del vino fino a noi.

Il significato più antico e profondo del vino è legato a riti antichissimi che si compivano in onore dei defunti, per assicurare loro una vita eterna. Poi con i Greci il consumo del vino viene ritualizzato attraverso il “simposio”, che letteralmente significa “rito del bere insieme”.  E’ da questo momento che il consumo del vino diventa un atto sociale, una manifestazione del legame tra gli appartenenti ad un ceto aristocratico, per discutere temi filosofici, politici, ascoltare musica, il tutto secondo regole ben precise. Tale idea di cultura del vino arriva nella parte meridionale della nostra penisola attraverso le colonie fondate dai Greci tra l’VIII e il VI secolo a.C. Per i Greci un aspetto fondamentale legato al consumo del vino era la moderazione e il consiglio era di bere al massimo tre coppe di vino: la prima per la salute, la seconda per l’eros e il piacere, la terza per il sonno. Proseguendo si sarebbe arrivati alla violenza, alle urla, sino alla decima coppa, quella della pazzia. In realtà, sappiamo che durante i simposi spesso le cose andavano ben diversamente e si finiva con l’eccedere…

E un personaggio del vino memorabile?

Come non ricordare Juliette Colbert? Juliette, di nobili origini francesi, sposò all’inizio del milleottocento il Marchese Falletti di Barolo e iniziò a trascorre lunghi periodi presso il Castello di Barolo, nelle Langhe. Fu lei che, assieme al Conte Cavour, contribuì a far nascere il Barolo moderno, come oggi lo conosciamo: un vino potente che evolve lentamente con lunghi passaggi in botte. Giulia, come veniva chiamata in Italia, comprese anche che il suo vino andava fatto conoscere e lo fece arrivare presso le Corti di mezza Europa. Ma fece molto di più e si dedicò ad attività filantropiche e di beneficenza, creando strutture per accogliere le ragazze madri e i bambini disabili, per migliorare le condizioni delle donne in carcere, per insegnare una professione alle ragazze sole. Una donna incredibilmente moderna, una vera donna del vino.

Qual è il vitigno italiano più antico? È stato possibile stabilirlo?

La storia dei vitigni è antichissima e complessa. La vite è una pianta che cresce spontaneamente nei boschi, nelle foreste e sappiamo che gli uomini del neolitico ne raccoglievano i frutti. Le tracce più antiche di vinificazione in Italia sono state rinvenute in Sicilia, in una grotta di Sciacca vicino ad Agrigento e risalgono a seimila anni fa, secondo uno studio che è stato pubblicato recentemente. Gradualmente l’uomo iniziò a coltivare la vite, quando passò dal nomadismo alla vita stanziale dedicandosi all’agricoltura e rese la vite selvatica “vite domesticata”. Le origini dei vitigni si possono suddividere in tre grandi gruppi: quelli di origine greca, portati dai coloni greci, quelli frutto della domesticazione locale di viti che crescevano in modo spontaneo nei boschi della nostra penisola, entrambi molto antichi, e quelli originati da incroci tra i diversi vitigni nelle epoche successive.

Il territorio italiano di più antica tradizione vitivinicola?

In tutta la nostra penisola sono presenti tracce che testimoniano come l’uomo si sia dedicato alla coltivazione della vite e alla produzione del vino sin da tempi antichissimi, dalla Sicilia alla Sardegna, sino ad arrivare a Terzo d’Aquileia in Friuli. In Sardegna sono stati rinvenuti in un pozzo nel sito nuragico di Sa-Osa vicino a Cabras semi di vite coltivata, risalenti a tremila anni fa, che indicano come la civiltà nuragica giunse alla domesticazione della vite in modo autonomo.

Degli Etruschi cosa più la affascina? Che tipo di viticoltura era la loro?

Gli Etruschi furono un popolo di viticoltori, contribuendo in modo sostanziale a diffondere la viticultura nel centro Italia e a diffondere la conoscenza del vino, portandola con i commerci sino ai Galli. Furono loro ad iniziare la domesticazione delle viti selvatiche, che crescevano nei boschi e lungo i fiumi. Coltivavano queste viti “maritate” ad un albero, di solito un pioppo, un olmo o un acero, usandolo come mezzo di sostegno. Ciò caratterizzava il loro tipo di viticultura e il loro paesaggio rispetto ai Greci, che utilizzavano un palo per sostenere la vite. Il vino veniva bevuto dagli esponenti della classe aristocratica durante i banchetti, un modello culturale assorbito dai Greci ma con caratteristiche proprie, in un’atmosfera di maggiore gioia verso la vita, allietato da musiche, danze, giochi e arricchito da vasellame per servire il vino, tra cui il cratere, la kylix, il kantaros, le brocche, un ricco corredo che spesso veniva deposto nelle tombe accanto al defunto. Una delle poche parole etrusche di cui si conosce il significato è “ataison”, che significa “vite maritata” e indica l’importanza attribuita da questo popolo alla viticultura. Dunque, ATAISON!

(Sotto, l’autrice  davanti all’opera di David LaChapelle nella tenuta vitivinicola Rocca di Frassinello, nella Maremma toscana)

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