RONALDO… E IL GAP DI PREZZO DEL VINO ITALIANO. di Francesca Fiocchi

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Il vino da trentamila euro, o più, che ha fatto impazzire Ronaldo durante l’ultima mini vacanza a Londra con la sua Georgina è naturalmente francese. Già il prezzo è indicativo della provenienza. O meglio sono due: un Pinot Nero della Borgogna (Cotes de Nuit), il Richebourg Grand Cru,  da 20mila euro  e il Pomerol Petrus 1982 di “soli” 10mila: in questo secondo caso siamo vicino a Bordeaux per un vino che di regola è realizzato con uve merlot 100%, ma che nelle (rare) annate in cui il cabernet franc giunge perfettamente a maturazione ne viene aggiunta una piccola percentuale. Prezzi che naturalmente si rivalutano nel corso del tempo. Il primo, produttore Henri  Jayer, è il vino più costoso al mondo, supererebbe anche il Pinot Nero di Romanée Conti Grand Cru. Questa notizia per dare seguito alle migliaia di visualizzazioni di oggi del post nella nostra pagina Facebook. Ma l’abbiamo postato non per fare del gossip. Non per parlare di Ronaldo e di come impieghi i suoi soldi, che al di là delle sterili polemiche lette, perché in Italia non ci va mai bene niente, fa bene a spenderli come meglio creda, calcolando che non sono soldi pubblici ma guadagnati col suo lavoro. Un lavoro strapagato? È un altro discorso. Forse sarebbe più onesto chiedersi se  Ronaldo sia un enofilo, o se al contrario il vino sia stato acquistato solo come status symbol – e qui mi dispiacerebbe vista l’importanza delle bottiglie, che meriterebbero di essere apprezzate nella loro essenza, ma, ripeto, non mi stupisco certamente della cifra. Dopo di che, la polemica sui “soldi spesi in quindici minuti”. Ebbe’? Potevano essere anche cinque minuti. Il problema vero non è Ronaldo, ma questo provincialismo nostrano che ci attanaglia e che non risparmia nessuno. Se avesse preso un Bonarda a cinque euro lo avrebbero criticato perché avrebbe speso troppo poco. Un francese non si stupirebbe e risponderebbe che il vino li vale e che lui è facoltoso, come tanti arabi o altri personaggi che questi vini se li possono permettere quotidianamente. Il problema dell’Italia sono gli italiani e questa mentalità becera che in fondo ostacola la crescita dei nostri vini. Noi ci stupiamo e gli altri crescono. Capirei le critiche se fosse un politico che sperpera i soldi pubblici per i suoi vizi, ma è un privato cittadino e ci sta.

La curiosità non dovrebbe investire Ronaldo, e qui il problema di fondo, ma il prezzo di un vino. Come può un vino arrivare a costare tanto? Li vale questi soldi al di là di perfezionismo e competenza? Perché solo i francesi ci riescono? Perché il vino più caro in Italia è il Masseto, che arriva sui mille euro, più o meno? Forse perché la nostra qualità è inferiore? Perché la storia non è dalla nostra? Perché dire “cru” e “domains” fa più “fighi”? Ma soprattutto, perché in Italia continuiamo a utilizzare termini francesi? Il rosé è il rosato. Il cru è quello che gli inglesi chiamano “single vineyard” e da noi è la menzione geografica aggiuntiva, anche se qui non siamo aiutati perché in Italia non esiste una classificazione gerarchica dei microterritori come quella vigente in Francia da secoli. Ma perbacco, difendiamo la nostra italianità! Abbiamone cura… E questo vale anche per noi giornalisti, nessuno esente.

La qualità dicevamo. Quella del vino italiano, sempre più orientato all’export,  aumenta. Ne sono testimoni i tanti riconoscimenti in prestigiose guide e concorsi internazionali. Da ultimo la Top Ten di Wine Spectator di questi giorni che vede al n. 1 il Sassicaia di Tenuta San Guido, icona dei SuperTuscan, un  riconoscimento che giunge nell’anno in cui il vino festeggia i 50 anni della prima annata messa in commercio, il 1968. Fra i primi dieci della celebre rivista USA abbiamo altri due vini italiani: al 3° posto il Chianti Classico Riserva 2015 di Castello di Volpaia e al nono posto l’Etna San Lorenzo 2016 di Tenute Terre Nere. Cantina Soave, che celebra proprio quest’anno i 120 anni di storia, è  Italian Wine Producer of the Year all’International Wine & Spirits Competition, uno dei concorsi enologici più longevi  e prestigiosi del mondo. Qualità in aumento, vini di altissimo profilo, ma i prezzi sono sempre gli stessi. Il nostro modello ampelografico, con centinaia di vitigni, ci avvantaggia rispetto ai francesi, che possono contare solo su una decina di varietà. Quindi il focus del problema, di cui si è dibattuto in questi giorni a una tavola rotonda moderata dal giornalista e produttore vinicolo Bruno Vespa, non è dove facciamo bene ma dove sbagliamo. C’è un evidente gap comunicativo e di strategie di marketing rispetto alla Francia, che riguarda il sistema Italia e non le aziende singole. Il problema è a livello di politica economica nazionale e di valore e tutela del paesaggio e delle denominazioni che, per quanto prestigiose, non sono ancora in grado di dettar legge sul mercato.  È la politica, sono i nostri rappresentanti in generale, e non le aziende, che ci devono credere per primi. Creare valore e aumentare i prezzi: questo va fatto.  Perché la nostra qualità merita di più. In gioco c’è la viticoltura del nostro paese, la nostra storia millenaria. Una qualità diffusa in crescita, di cui anche il mondo cooperativo, secondo uno studio presentato da Nomisma in questi giorni, è custode. Un mondo cooperativo che è presidio del territorio e del vigneto Italia soprattutto in zone svantaggiate dove l’agricoltura risulta frammentata ed estrema. Perché il vino frutto di un’agricoltura eroica e della fatica umana si vende ancora a 10 o 15 euro? Il problema non è regionale: è nazionale. L’Italia vanta illustri personaggi nel mondo del vino: Mario Soldati, Luigi Veronelli, Giacomo Tachis, Giorgio Grai, per citarne alcuni. Da oltrepadana cito anche Gianni Brera. Personaggi che in cantina o con i loro scritti hanno contribuito a dare valore al vino. Bruno Vespa è diretto: “Come si alza il prezzo delle bottiglie?”. L’export vale 6 miliardi di euro. Il prezzo è identificativo della qualità di un vino all’estero, lo posiziona sul mercato. Come ricorda Stefano Cordero di Montezemolo dell’Università di Firenze, i francesi hanno un prezzo medio quattro volte superiore al nostro per logiche economiche e competitive che vanno al di là della tecnologia e delle competenze enologiche. Inseguire il mercato francese ha poco senso, l’Italia deve crescere nella fascia media perché è lì che batte il cugino francese. In Francia per bere uno Champagne di livello dobbiamo spendere molto, in Italia a 30 euro si può bere un ottimo Metodo Classico.

Altre parole chiave sono “identità”, “personalità”, “longevità”. E saper vendere il sogno. Agganciando il vino alla cultura e alla storia dell’Italia e non di un singolo territorio. Non da ultimo, migliorare il sistema fiscale. Mi auguro che la Lega al governo sappia farsi carico di queste istanze non perché tra i produttori vinicoli di certe zone ha preso un mare di voti ma perché crede nel sistema Italia nel suo complesso.

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