BUSINESS STRATEGIES PER L’EXPORT DEL VINO ITALIANO

Un libro che consigliamo per comprendere le tendenze e le dinamiche dei mercati del vino. Le incognite dell’effetto Brexit, i cambiamenti nella gestione dei monopoli canadesi, le performance dei vini rosati negli Stati Uniti, il nuovo approccio alla sostenibilità Systembolaget svedese e molto altro nel volume presentato a Milano nei giorni scorsi (e a dieci anni dall’ultima edizione) “Wine Marketing. Scenari, mercati internazionali e competitività del vino italiano – Edizione 2018”, di Denis Pantini, prezzo di vendita 50 €, realizzato da Nomisma Wine Monitor con il supporto di Business Strategies, la società fiorentina di cui è ceo Silvana Ballotta, impegnata da anni nella consulenza aziendale tesa all’internazionalizzazione delle imprese italiane dell’agroalimentare e del vino in modo specifico – Wine Monitor è l’osservatorio del vino di Nomisma sul mercato del vino. Un mercato in cui lo sfuso scende, sale l’imbottigliato, per un export italiano pari a 459 milioni di bottiglie in più rispetto a dieci anni fa, con un +69% a valore, una performance di tutto rispetto, superiore a quanto messo a  segno dai vini francesi nello stesso periodo (+33%), ma meno di quelli neozelandesi (+160%). Rispetto alla seconda edizione, pubblicata nel 2008, il volume si arricchisce della visione sul futuro del vino italiano di tre grandi imprenditori italiani: Lamberto Frescobaldi (Marchesi Frescobaldi), Matteo Lunelli (Gruppo Lunelli), Ettore Nicoletto (Santa Margherita Gruppo Vinicolo).

Si apprende che nel corso degli ultimi dieci anni il vino italiano è stato protagonista di importanti cambiamenti e conquiste. Tra queste, la riduzione dell’export di vino sfuso (-15% a volumi) nonché la crescita dei consumi di spumanti: leader delle esportazioni di bollicine è il Prosecco. “Grazie ad una crescita del 240%, oggi l’Italia contribuisce al 23% di tutto l’export mondiale in valore degli spumanti, contro un peso di appena il 10% del 2007. Ovviamente il nostro ruolo diventa quello di leader nel caso dei volumi esportati, arrivando a pesare per il 43% del totale, contro il 21% degli spumanti francesi e spagnoli” ha sottolineato Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor e curatore del volume. I vini rossi fermi, che continuano a rappresentare l’architrave del nostro export con un’incidenza del 40%, non sono riusciti ad eguagliare tali performance, fermandosi ad un +56%. Rispetto a questo trend, anche i vini rossi Dop della Toscana (che rappresentano quasi il 60% dell’export vinicolo regionale) sono cresciuti nel decennio di un +52%, contro una progressione nell’export degli altri vini (rossi Igp, bianchi, rosati e spumanti) vicina al 100%. Oggi il 56% dell’export di vini toscani è concentrato in soli tre mercati: Usa, Germania e Canada, ma si stima che nei prossimi anni il consumo di vini rossi dovrebbe aumentare, oltre che negli Stati Uniti, in Russia e Cina, mercati dove attualmente finisce appena il 4% del vino regionale venduto all’estero.

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MERCATO CINESE. In una recente intervista al Sole 24 Ore Silvana Ballotta (in foto sopra) commenta che il peso dell’Italia sulle importazioni cinesi, anche se aumentato, è ancora minimo: con un totale di 18 miliardi di euro il made in Italy vale solo l’1% del totale delle importazioni cinesi e l’Italia occupa il 22° posto nella classifica dei Paesi fornitori. Una quota che si abbassa ancora di più se si considera il solo import agroalimentare, allo 0,5%, mentre il mercato vinicolo si attesta intorno al 6%. La Cina è sì tra i dieci mercati di sbocco dell’italia, ma il valore equivale più o meno a quello che esportiamo in  Belgio e in Polonia. In Germania il nostro export vale 4 volte tanto. Un gap da colmare, ma ci sono potenzialità di crescita. Per il vino, in Cina trainato dai rossi, la nuova classe medio-alta cinese sarebbe uno dei mercati ideali. Mercato cinese in cui la Francia dà al Belpaese parecchi punti di stacco. Cina che si conferma primo mercato di export per i vini fermi australiani (+16% a volume nei primi 9 mesi dell’anno), grazie all’esenzione da dazi. Tante le possibilità ancora da esplorare. Calcolando che il Pil del Paese negli ultimi 38 anni è cresciuto a un tasso del 9,6%, un risultato incredibile. “Le forti potenzialità di crescita per il mercato cinese derivano da consumi di vino ancora ridotti e soprattutto concentrati solo in alcune fasce della popolazione, con maggiori capacità di spesa e risiedenti nelle aree urbane delle città più popolose”, ha dichiarato Silvana Ballotta. Nei prossimi cinque anni infatti, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, il reddito medio pro-capite in Cina dovrebbe aumentare del 50%, con più di 6 cinesi su 10 concentrati nelle aree urbane. “Ed è proprio alla luce di questi fattori di scenario che ci hanno convinto una volta di più – nell’obiettivo di supportare le imprese italiane del vino a cogliere tali opportunità – ad essere presenti direttamente su questo mercato con una nostra Wine Academy”, ha concluso Silvana Ballotta. Perché il consumatore cinese va prima di tutto educato.

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