FIVI/1. I MIGLIORI ASSAGGI SECONDO UNO DEI NOSTRI LETTORI

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Torniamo a parlare di Fivi con i nostri migliori assaggi. Per migliori intendiamo vini capaci di emozionare, vini veri, senza compromessi, rispettosi del territorio in cui nascono e corrispondenti al varietale. Una decina più o meno su quasi duecento vini degustati, per un totale di seicento vignaioli presenti. Impossibile in due giorni degustarli tutti con l’intento di apprezzarli, goderseli, viverli. Rispettare un vino significa degustarlo concedendosi e concedendogli un po’ di tempo. Così abbiamo fatto. Ad assaggiare per Winestopandgo è Alessandro Brandi (in foto sopra, con i vini di Fanti), un lettore che ha scritto alla nostra redazione chiedendo di poter effettuare gli assaggi con noi. E noi gli abbiamo dato voce a dimostrazione che di vino ci si può capire, e molto bene, senza essere per forza sommelier. Basta avere un naso allenato, passione, voglia di scoprire cose nuove, umiltà (che spesso manca a molti sommelier). E tanta serietà. Diciamo che abbiamo preferito affidarci al giudizio libero e indipendente del consumatore, colui che poi i vini li va ad acquistare, spendendo di tasca propria, perché gli piacciono. “Sono vini che mi hanno fatto dire ‘guarda dove può arrivare questo territorio’, tutti di grande pulizia, in cui il vitigno è perfettamente riconoscibile. Quando un vignaiolo è onesto con se stesso può tirar fuori delle meraviglie. Non sono bravo io ad averli intercettati, sono bravi loro ad averli fatti”, commenta Alessandro. “I vignaioli indipendenti vivono con la coscienza a posto e vogliono morire del lavoro che fanno. In questo consiste la loro profonda verità”. E continua: “Quelli degustati a Fivi sono vini che per la maggior parte vanno aspettati. Bisogna cercare di non focalizzarsi sempre e solo sui profumi, ma capirne l’anima. Finora il mercato ci ha insegnato a bere gli odori”. Conclude: “Sono assaggi che dimostrano che si può bere bene in Italia senza dover spendere 200 euro a bottiglia. Soprattutto sono tutte piccole produzioni di nicchia, da raccolta di uve mature e sane. Il consiglio è andare a trovare i vignaioli nelle zone di produzione, parlare con loro, degustare nella magia dei loro territori. In armonia con la filosofia Fivi. Ve lo dice un grande appassionato, sempre alla ricerca di cose autentiche da bere”.

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Ecco i nostri primi tre assaggi, un must have qui a Fivi Piacenza. Partiamo dalle bollicine, dalla Franciacorta per la precisione, un territorio che con questo produttore ha saputo conquistarci, dimostrandoci che la Franciacorta vera ancora esiste ma va cercata. Lui è Rizzini, a Monticelli Brusati (Brescia), ma l’azienda agricola porta il nome della mamma Boniotti Angela. La filosofia produttiva è improntata alla valorizzazione del territorio, parola chiave nella determinazione del vino. La particolarità è che questo produttore imbottiglia annata per annata senza assemblaggio di vini di annate precedenti. Puro come pochi. Si tratta di una piccola azienda (2,2 ettari di vigneto in un corpo unico) in regime di lotta integrata. Perché ci piace? Per la grande selezione delle uve, per il lunghissimo affinamento contro le logiche del business che imporrebbero di uscire prima sul mercato. Siamo di fronte a un Franciacorta senza compromessi, espressione autentica dello Chardonnay, unica uva coltivata da Rizzini, e del suo potenziale evolutivo. In commercio troviamo tre prodotti, tutti millesimati, da 60 mesi di affinamento sui lieviti a salire. L’obiettivo per Rizzini è arrivare ad avere un’uva sana: “preferisco fare un intervento in più in vigna e uno in meno in cantina”, spiega. Il primo metodo classsico, annata 2012 e sboccatura  aprile 2018, ha fatto 60 mesi affinamento, ossia è una bottiglia che è stata sei anni ferma a maturare prima di monetizzare la sua esistenza, un tempo infinito che per il produttore ha un costo. Ottomila le bottiglie prodotte, zuccheri 4 gr/l. Già al naso rivela la sua stoffa con aromi stratificati, note floreali di grande finezza. La bocca è minerale, fragrante, freschissima, con un’acidità che crea dinamismo nell’assaggio. In divenire. Il secondo Franciacorta, annata 2008, 108 mesi di affinamento con sboccatura sempre ad aprile 2018, 3gr/l di zuccheri, è pronto e rivela una complessità crescente, quasi commuovente. La nota di ossidazione voluta non è “champagnosa”, ostile, ma conferisce eleganza. In bocca l’acidità è spiazzante, di ottima struttura e lunghezza. Nulla da invidiare a uno champagne. W la Franciacorta se è questa!

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Con Fanti siamo in Trentino, sulle colline di Pressano. Il papà di Alessandro, Bepi, classe 1928, è il “giovanotto” che ha vinto il premio Vignaiolo dell’anno, un premio che racconta la sua storia di visioni, di recupero della nosiola, un vitigno autoctono trentino destinato all’estinzione: Bepi lo imbottiglia quando quei pochi ci facevano lo sfuso. Ed è il primo e l’unico, stravolgendo le regole non per il gusto di stravolgerle ma perché crede in un progetto di restituzione della dignità a un vino. Un uomo nobile nell’animo, un anticipatore. Un po’ come il figlio, che parla più volte nel corso della nostra intervista di “rispetto”, “territorio”. Bepi nel 1987 fonda l’associazione Vignaioli del Trentino (oggi consorzio). Di questo vignaiolo dall’animo gentile non possiamo non degustare l’Incrocio Manzoni di cui il figlio Alessandro è il vero pioniere. L’incrocio Manzoni è il vitigno creato dal professor Manzoni negli anni ’30 unendo il Riesling renano al Pinot Bianco e rivela la vocazione bianchista di Fanti.  Un vitigno che ha una concentrazione zuccherina importante che la zona esaspera, ma che al tempo stesso tiene sotto controllo regalando freschezza e mineralità in grado di contrastare il calore dell’alcol. Sono vini capaci di sfidare il tempo. Vini biologici ma senza ostentazione: non sono buoni perché sono sani, prima sono buoni e poi sani. Soprattutto sono vini senza note di riduzione, senza puzze. L’Isidor 2016 è già pronto da bere. Si tratta di un Incrocio Manzoni in purezza che nasce a 600 metri di altezza, in un unico vigneto a Vigo Meano, da terra porfirica e argillosa. L’acidità strutturata è più esasperata che negli altri vini. La breve macerazione e la maturazione sulla propria feccia per almeno 10 mesi rivelano un vino lungo, minerale, sapido, con più profondità e volumetria, oltre che con una spinta di idrocarburi, rispetto al Manzoni Bianco, primo vino degustato incrocio da uve di diversi vigneti ad altitudine di 300-400 metri. Con il Manzoni Bianco siamo sui terreni marnosi e calcarei di Pressano. Sicuramente è un vino meno complesso e aromatico dell’Isidor, ma con tanta pulizia e rispetto del varietale e degli aromi primari dell’uva, ancora in evoluzione, di entrambi i “genitori” (Riesling e Pinot Bianco). Buona acidità e persistenza calcolando che è all’inizio della sua parabola evolutiva: tra otto-dieci anni raggiungerà il massimo. Il Pritianum 2016 è un vino da Chardonnay e Incrocio Manzoni con una punta di Nosiola. Fermentazione in acciaio e legno, dove il legno dosato bene addolcisce il vino senza inficiare la sua dinamicità. Nel sorso freschezza, frutto, mineralità e struttura, quindi piena riconoscibilità dei varietali. Incrocio Manzoni che mitiga lo Chardonnay quando entra in contatto col legno: la banana e il tocco dolce sono bilanciati perfettamente dalla mineralità. Dei tre vini degustati il Manzoni 2008, che Fanti conserva per il suo uso personale e si gode con noi di Winestopandgo, rende merito a una magnum con dieci anni sulle spalle ma che ne va avanti altri dieci senza problemi. “In tutte le zone un potenziale può rimanere inespresso se non c’è un contadino o un enologo che cerchi di capire cosa c’è in campagna. Il vitigno è un mezzo, è la tavolozza, ma il pennello ce l’ha in mano il contadino. Siamo noi che mettiamo la terra nella possibilità di esprimersi: quindi niente forzature, chimica, ma produzioni basse, pratiche agronomiche semplici e volontà di confrontarsi”, ci spiega Fanti.

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Altro vignaiolo interessante è Marco Zanoni di Maso Furli. Siamo a Lavis (Trento). Maso Furli è un maso che risale a trecento anni fa: la famiglia ne diventa proprietaria negli anni ’70 con papà Martino, che da mezzadro si accolla un mutuo trentennale. Maso in Alto Adige significa “casa con proprietà”. In azienda ci sono i fratelli Giorgio e Marco.  Coltivano chardonnay, sauvignon, traminer fra le uve bianche e cabernet sauvignon, merlot, syrah tra i rossi. Anche in questo caso un’azienda biologica che nei vini riesce a tirar fuori eccellenza ed emozione. Lo Chardonnay, annata 2017, gioca su profumi intensi di fiori dolci e frutta matura e in bocca su struttura e acidità che contrasta l’alcol. Siamo sui 300 metri, sulle colline di Pressano. A Marco interessa fare vini per la ristorazione, quindi non piacioni ma strutturati, con la nota alcolica presente. Questo Chardonnay è vinificato al 50% in barrique usate di sette-dieci anni e al 50% in acciaio. Il gusto è secco, senza residuo zuccherino. “Siamo sotto il grammo. Il suo mercato è la ristorazione. Faccio i vini per accompagnare la tavola non per la degustazione come aperitivo”, spiega. Uno Chardonnay giustamente grasso, ma con una grassezza che si autopulisce in bocca con una spalla più acida che minerale. Il Sauvignon, annata 2017, dai tipici sentori erbacei, al 50% fa botte di acacia di origine austriaca tostata e al  50% acciaio. Non viene svolta la malolattica perché l’acidità è un elemento molto importante per questo vignaiolo. Sauvignon vegetale perché il vino è giovane, con i classici descrittori di salvia, pomodoro, foglia di peperone ma con una presenza fruttata. L’uva raccolta matura e la botte d’acacia aiutano  a non focalizzare il naso solo sui primari vegetali ma a intuirne la prospettiva. Il Traminer, annata 2016, è secco, con zero residuo zuccherino. Per ora è vinificato solo in acciaio ma in futuro ci sarà un supporto del legno usato grande e di acacia. Il naso è di un fruttato giallo e rivela un’uva matura. Un vino allegro in alcol ma il problema non sussiste perché è pensato per accompagnare i piatti. Possiamo concludere che è un Gewurztraminer che riconcilia con gli aromatici chi non li ama. Il rosso 2015 da Merlot e Cabernet Sauvignon ha uno stampo moderno ed è giocato sull’equilibrio tra struttura e profumi, presentandosi elegante nella sua giovinezza. Il potenziale evolutivo è di 10-15 anni. Chapeau!

 

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