FIVI/3. I MIGLIORI ASSAGGI SECONDO UNO DEI NOSTRI LETTORI

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Ciao amici. Eccoci agli ultimi tre nostri migliori assaggi al Mercato dei Vignaioli Indipendenti di Piacenza appena conclusosi. Alessandro Brandi, lettore di Winestopandgo e consumatore di vini di nicchia, ci porta a scoprire altri territori e vini: in Trentino, questa volta da Mas dei Chini, con delle bollicine che rasentano la perfezione; in Toscana da Il Colombaio di Santa Chiara (in foto, il brindisi tra due dei tre fratelli titolari dell’azienda); in Piemonte da Giovanni Daglio.  Scopriamoli…

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Con Mas dei Chini siamo a Martignano di Trento. Anche in questo caso come nei precedenti si tratta di una piccola realtà contadina, venti ettari a nord e a ovest di Trento. Qui, da terreni ghiaiosi nascono i loro tre Trentodoc che affinano nella profondità della collina. Cos’hanno di particolare? Fragranza, freschezza e pulizia che uno spumante che arriva a 70- 80 mesi sui lieviti dovrebbe avere. Se è un grande prodotto. La loro caratteristica è la bevibilità anche se siamo in presenza di vini complessi. Il primo che degustiamo è un bell’esempio di non riserva di Trentodoc, millesimo 2010, 70 mesi sui lieviti che nel bicchiere non si sentono. Giustamente grasso, più sapidità che acidità per essere in Trentino, la nota ferrosa che deriva dal terreno è presente. Il Carlo V, da Chardonnay (60%) e Pinot Nero (40%), è la riserva più importante dell’azienda. Con questo vino si arriva a 3 gr/l di zuccheri e a dispetto dei nove anni parlano ancora fragranza e freschezza. Meno su timbri evolutivi rispetto al Franciacorta di Rizzini degustato, altro grande vino che abbiamo incoronato nel precedente articolo. “Questo è più controllato nell’evoluzione, probabilmente le altezze contano. Per intenderci, Rizzini è pronto da bere, invece qui la freschezza, che quasi prevale sulla struttura, può sopportare ancora molti anni di tappo. Il timbro del Pinot Nero regala note di frutta secca, speziature ed eleganza di profumi che si amalgamano con il fruttato dello Chardonnay. Ma berlo ora è un infanticidio”, commenta il nostro lettore Alessandro.

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Scendiamo in Toscana, in provincia di Siena, a San Gimignano, per provare un’otttima Vernaccia, quella dell’azienda Il Colombaio di Santa Chiara. Una realtà  che ha saputo – e sono poche! – ridare dignità all’unico vino bianco in una terra di grandi rossi. Proprietaria dell’azienda è la famiglia Logi da quasi mezzo secolo. Sono dodici ettari in regime biologico che vanno dai 350 ai 390 metri s.l.m., con terreni molto diversi tra di loro nati su residui di mare ancestrale:  sono marne argillose e suoli ricchi di scheletro tufaceo. A essere coltivati solo autoctoni a cordone speronato. Noi degustiamo due Vernacce senza fronzoli, di grande pulizia, sapidità, struttura. E di ottima corrispondenza gusto olfattiva. Due vini con aromi stratificati e complessi ma al tempo stesso fini, delicati e che quindi non vanno a coprire i piatti. In cantina uso di cemento e legno, permanenze sulle fecce anche fino a 20 mesi, poca filtrazione prima dell’imbottigliamento. Il primo vino in degustazione è il Selva Bianca 2017, una Vernaccia di San Gimignano ricca di aromi, che vira dalle erbe aromatiche agli agrumi e rivela una buona tenuta acida nonostante l’annata calda. Il finale è lungo e tonico. Il Campo della Pieve 2016 è un altro esempio di Vernaccia di allungo gustativo in grado di sopportare il passare degli anni.

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Un nome da segnare è sicuramente Giovanni Daglio. Siamo in Piemonte, sui Colli Tortonesi.  Qui la fa da padrone il Timorasso, suo cavallo di battaglia, che noi degustiamo in una verticale di annate dal 2016 al 2013. Un vitigno non per tutti. Che va approcciato filosoficamente prima che a livello produttivo o commerciale. E il nostro “non per tutti” si riferisce appunto a questo. Daglio è riconoscibile per profumi diretti e intensi, straordinaria freschezza che lascia intuire il potenziale evolutivo senza subire i danni dell’ossidazione, persistenza salina, note idrocarburiche e minerali che aumentano con l’età del vino, tanta ma tanta personalità: tutto questo se si parte da grandi uve, raccolte nel momento magico della perfetta maturazione. Il primo Timorasso è un cru, annata giovane,  che si esprimerà in tutte le sue potenzialità con il tempo, non a caso è chiamato Barolo bianco. Un vino di buona mineralità, chiari i sentori di pietra focaia, che daranno però la loro massima espressione con l’invecchiamento, su note di albicocca e scorza d’arancia. Un rosso travestito da bianco per la sua struttura. L’annata 2016 è verticale, di grande purezza aromatica e precisione, con un’acidità ancora più elevata di altre e una freschezza che pulisce la bocca. La 2015 comincia ad esprimere aromi varietali e di fermentazione e gioca anche in orizzontale. Improntata sull’eleganza la 2014, stratificata nelle sfumature: cherosene, pesca, salvia, forse sarà la più longeva di tutte. Con l’ultima annata, la 2013, siamo a cinque anni alla vendemmia, un tempo che il Timorasso mediamente chiede per farsi capire. Descrittore è la pietra focaia, una mineralità profonda, con note aromatiche accentuate, una struttura importante che sostiene l’alcolicità, note idrocarburiche e tanta persistenza. Anche qui capacità di invecchiare grazie all’acidità che rimane nel tempo a dar freschezza. Trovare un bianco in Italia che vinifica in acciaio o cemento con questa capacità di evolvere senza cedere al tempo è raro. Un vino che va dimenticato in cantina per almeno dieci anni.

 

 

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