FRANCESCO MAZZEI E LA DOC MAREMMA, VERSO I 10 MILIONI DI BOTTIGLIE. Di Francesca Fiocchi

thumbnail“I piedi devono essere ancorati nella realtà delle cose ma i sogni bisogna averli, altrimenti non si va da nessuna parte”. È molto pragmatico Francesco Mazzei, ma il sogno di una grande Maremma Toscana nei numeri e nel prestigio lo accarezza. Passo dopo passo, senza fretta. Partendo da alcuni concetti chiave: territorio, turismo, sinergia, qualità della vita. Francesco Mazzei è alla guida dallo scorso mese di agosto del Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana, costituitosi nel 2014, due anni dopo la nascita della denominazione. I primi obiettivi sono stati raggiunti dal consorzio anticipatamente, basta pensare che nel giro di poco tempo i soci sono passati da nove a oltre trecento, con la conseguente necessità di un nuovo cda espressione dell’allargamento della base sociale. Un territorio in grande spolvero, dove la coltivazione della vite risale al periodo etrusco e fa il pieno di storia, arte, archeologia. E un fiorentino (da generazioni) a prenderne le redini, che si definisce “maremmano d’adozione”.  Se i dati sono il motore del business, rosei sono gli  auspici per la Doc Maremma e per il relativo consorzio di tutela, ente che oggi conta su una rappresentatività sufficiente per l’erga omnes e su diversi progetti da sviluppare. Partiamo dai numeri. Nel 2017 sono state imbottigliate 5.700.000 bottiglie. Il consorzio si assesta su un totale di 4 milioni e la denominazione dispone di una superficie vitata di 8750 ettari, dei quali 1800 sono serviti per la produzione di vini Doc Maremma Toscana. Oggi sono 310 aziende associate, di cui 88 “verticali”, ossia che vinificano le proprie uve e imbottigliano i propri vini, 221 viticoltori, un imbottigliatore. Francesco Mazzei è vicepresidente e amministratore delegato della Marchesi Mazzei spa, di cui fa parte Tenuta Belguardo, nella Maremma Toscana, 34 ettari e 300mila bottiglie, che sforna gioiellini come Tenuta Belguardo, un cru da Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc  con l’annata 2013 23esimo nella Top 100 del 2018 di Wine Spectator (e primo Maremma Toscana a entrare nella prestigiosa classifica). Un manager, Mazzei, con esperienze diversificate e un passato in Barilla e in Piaggio. La sua è una dinastia del vino che risale a 600 anni fa. Come non citare Castello di Fonterutoli, a pochi chilometri da Castellina in Chianti, appartenente alla famiglia dal 1435 e punto di riferimento del Chianti Classico, dove da ben 24 generazioni i Mazzei producono i loro vini più famosi. Nel 1980 Philip Mazzei, amico di Franklin, Adams, Washington e Jefferson, per il 250° anniversario della nascita è stato ricordato come un American Patriot con un francobollo emesso dalle poste americane.

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thumbnail (3).jpg(In foto, percorso enoturistico della Doc Maremma: le colline metallifere, il più grande bacino mineraio dell’Italia subalpina. Le miniere, attive fino alla metà del XX secolo, hanno disegnato il territorio. Da non perdere anche il borgo medievale di Vetulonia, importante centro etrusco).

Francesco Mazzei, la sua presidenza quali elementi distintivi porterà all’interno del consorzio e del territorio?

<<Abbiamo elaborato un decalogo con diversi punti da sviluppare. Tenga presente che noi rappresentiamo una realtà piccola e con poche risorse anche se con tante idee,  quindi dobbiamo focalizzarci su alcuni punti. Come prima cosa la mia presidenza vorrebbe portare avanti le sinergie sul territorio, soprattutto con gli altri consorzi e denominazioni. La nostra provincia vanta una docg, sette doc, due igt e tre strade del vino. L’idea è trovare indirizzi comuni su una serie di temi organizzativi e di comunicazione e promozione. Siamo tutti in Maremma e lavoriamo tutti nella stessa direzione visto che siamo piccoli. Io sono socio della Maremma Doc così come sono socio del Morellino di Scansano Docg. Ci vuole unità di intenti e buon senso>>.

Qual è oggi il potenziale della Maremma?

<<La denominazione nasce nel 2012 sulla scia dell’Igt Maremma Toscana. Questo non vuol dire che tutti i vini prima rivendicati come igt siano stati convertiti in Doc Maremma, perché ovviamente la doc comporta un disciplinare, degli adempimenti e dei costi. Oggi come Maremma Doc imbottigliamo circa 6 milioni di bottiglie, con l’obiettivo a breve di arrivare a 10 milioni. Se da una parte è facile incrementare sul 2017, che è stata un’annata disastrosa sul piano della quantità, dall’altra il vero nocciolo della questione è che dobbiamo fare in modo che aumentino le rivendicazioni come Maremma Toscana invece dell’igt che è l’alternativa.  Abbiamo un bacino molto grande da cui attingere. Tolti il Morellino, Montecucco e le altre denominazioni, avanzano 6mila ettari, di cui 1800-2000 sono rivendicati come Maremma Toscana e 4000 come igt. In teoria è tutto papabile, anche se non riusciremo a portarne a casa 4000. Dobbiamo darci un obiettivo di crescita importante, perché 6 milioni di bottiglie a un livello di prezzo medio competitivo sono poche: è diverso se si facessero 6 milioni di bottiglie di Brunello posizionate a 50 euro. Il nostro fatturato come Doc Maremma si aggira sui 30 milioni nel 2017>>.

Nota una maggiore attenzione alla Doc Maremma, messa all’angolo in un passato recente?

<<La Doc Maremma  è di ultima generazione, ovvero non nasce da un piccolo territorio che ha una vocazione concentrata su un vitigno o un numero ristretto di vitigni, ma è simile a quelle del Nuovo Mondo, dove c’è un territorio vocato a  fare vino e si producono Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Merlot e così via. Intanto, la Maremma è un territorio vasto e molto articolato, si va dal mare alla montagna, da suoli vulcanici a est del fiume Fiora a formazioni marnose-pelitiche sui rilievi collinari tra il Fiora e l’Ombrone, a suoli argillosi-limosi nell’Alta Maremma, sui rilievi costieri di bassa collina e sulla piana alluvionale. L’Amiata arriva a 1800 metri e influenza la viticoltura. Abbiamo individuato 14 areali con caratteristiche pedoclimatiche diverse e con una notevole biodiversità, quindi va da sé che non si può concepire un solo vitigno o un blend che vada bene per tutti. Accanto al canonico sangiovese, al ciliegiolo, all’alicante piuttosto che al pugnitello, troviamo vitigni a bacca rossa internazionali come cabernet sauvignon in prevalenza, cabernet franc, petit verdot, syrah, merlot>>.

Da qui la necessità di rivedere il disciplinare?

<<È già al ministero, ne stiamo aspettando l’evoluzione, ma siamo fiduciosi. C’è solo un cavillo sull’imbottigliamento in zona di produzione e nelle aree limitrofe o fuori zona, che però non è un fatto rilevante: l’importante è che non ci sia più l’obbligo del sangiovese al 40% come cardine del Maremma Toscana Rosso quando non è esplicitato il vitigno. Ci auguriamo che i vini del prossimo futuro non abbiano la presenza di un solo vitigno prevalente, ossia sangiovese per i rossi e vermentino/trebbiano per i  bianchi, ma che ci possano essere, da sole o congiuntamente, le prime cinque varietà a bacca rossa e bianca del territorio per un minimo del 60%, questo per la ragione spiegata prima, ossia perché ci sono zone vocate per certi vitigni e meno per altri. Saranno ammesse anche nuove varietà come cabernet  franc e petit verdot, molto diffuse in Maremma, e il pugnitello, autoctono del territorio. Onestamente ci sono altre due denominazioni in zona centrate sul sangiovese e non capisco dove nasca l’esigenza di andare a fare qualcosa che possa entrare in competizione. Io produco anche il Morellino e la Doc Maremma deve essere complementare: non bisogna farsi la guerra da soli, in questo caso io la farei a me stesso>>.

Nel consorzio applicherà il metodo manageriale o quello del buon padre di famiglia?

<<Penso che sia necessario cercare in istituzioni come queste dei compromessi. Non si può adottare lo stile da maresciallo tout court. Ci vuole il buon senso ma anche la determinazione e la capacità  di coinvolgere e convincere gli altri tipiche di un manager. Servono anche visione e autorevolezza. Quando ci si  incontra o scontra su alcuni temi bisogna avere la forza o di portare fino in fondo il proprio pensiero o di convincersi che forse ci sono delle soluzioni migliori. E qui entra in gioco la flessibilità>>.

Qual è il piano di sviluppo all’estero della Doc Maremma?

<<Essendo una realtà giovane deve prima di tutto radicarsi sul suo territorio. A livello internazionale puntiamo su paesi amici come la Germania, mercato storicamente importante perché i tedeschi frequentano la Maremma. L’idea è di muoversi in ambito europeo con uno sguardo attento al Nord America, almeno per il momento. Le ricordo che parliamo ancora di 6 milioni di bottiglie, ossia un seminiente>>.

State già pensando a Vinitaly e Prowein?

<<Andremo a entrambi in assetto congiunto con altri consorzi. Queste fiere devono avere un riferimento geografico per gli operatori. Sinergia, vino e territorio sono necessari per incrementare l’incoming. Io sogno, ma nemmeno troppo, che il vino nel lungo termine possa diventare motore dello sviluppo della Maremma, come è avvenuto nel Chianti Classico, a Montalcino e lo sta diventando a Bolgheri. Tenga presente che la Maremma è una zona con un’importante fruizione turistica che generalmente è concentrata sulla costa. In realtà abbiamo un potenziale prodotto turistico interno destagionalizzato di qualità altissima: borghi medievali, paesaggi incontaminati, storia, architettura,  archeologia. Per fare un esempio, stanno lavorando molto bene sulla costituzione di piccoli musei sulla storia mineraria dell’Amiata. E poi, non da meno, facciamo leva sulla Maremma pulita, un ambiente sano perché in zona non si è mai sviluppata l’industria. Da un lato questo è un problema per l’economia territoriale, dall’altro è un’opportunità per la qualità ambientale e della vita, non a caso il mare della Maremma da più di dieci anni è il più pulito d’Italia. Proprio perché notiamo una sensibilità crescente su questi temi stiamo lavorando a un protocollo, al quale i nostri soci potranno aderire in modo libero, che vada nella direzione della sostenibilità. Non vogliamo imporre niente, non vogliamo dire ai nostri soci di andare in regime biologico, ma  facciamo uno sforzo tutti o chi può per togliere la chimica, che non è il disciplinare del biologico ma è uno step importante in quella direzione. Vorremmo che la viticoltura facesse la sua parte per migliorare la qualità ambientale. Sempre sognando, vorremmo che un giorno la Maremma nella sua vastità diventasse un biodistretto. Ma una cosa è fare il biodistretto a Panzano, un’altra è parlare di distretto per una realtà come la Maremma, con la varietà di situazioni che possiede>>.

Toscana, terra di vini rossi strutturati, ma del Vermentino e dei rosati cosa ci dice?

<<Il  Vermentino è un fenomeno dirompente in Maremma, un filone che dovremo potenziare. Il nostro è un Vermentino molto diverso da quello sardo: è giocato più sulla piacevolezza che sull’importanza o sull’essere muscoloso, austero. Credo che la Maremma Toscana potrebbe prendere la paternità del Vermentino continentale. È un filone da incentivare e promuovere. Così come i  rosati, la cui zona è sicuramente la Maremma con tre vitigni particolarmente adatti: il ciliegiolo, il sangiovese e il syrah. Per rosati un po’ più robusti il syrah, per una maggiore acidità il sangiovese, per puntare sulla piacevolezza il ciliegiolo, oppure dei blend. Sto investendo personalmente in questo territorio, ci credo, altrimenti non mi sarei preso l’impegno>>.

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