Non chiamiamola viticoltura eroica. In questa frase c’è tutta la filosofia di Aldo Rainoldi e della Valtellina, gente che si è rimboccata le maniche, laboriosa come la gente di montagna sa essere, schiena dritta. Gente che ha fatto di una viticoltura difficile, con i suoi oltre 2500 chilometri di muretti a secco e pendenze spesso proibitive, un lavoro e al tempo stesso un fatto culturale fortemente identitario. I Valtellina hanno raggiunto oggi un livello qualitativo altissimo e una straordinaria longevità, grazie al suolo (leggero, poco profondo e sciolto, mai umido), al clima che vede crescere a lato dei muretti a secco cactus e varie piante grasse direttamente  nel cuore delle Alpi. “Credo che la parola eroica sia un po’ un limite per definire un territorio complesso come la Valtellina. E sottrattiva. Liquidare la nostra viticoltura come eroica non dice nulla. Francamente non mi sento un eroe ma un imprenditore. Per quale motivo si deve fare viticoltura in montagna? Se non c’è un motivo al di fuori dell’eroismo allora è tutto sbagliato, secondo me. Che senso ha fare tanta fatica? Vini buoni ce ne sono in tutto il mondo. Il motivo non può che essere, quindi, la qualità diversa, unica e irripetibile. Il motivo per cui si fa viticoltura in Valtellina non ha nulla a che fare con l’eroismo. Non  c’è nulla di eroico nel fare viticoltura, che qui da noi ha un futuro perché non solo si fanno dei vini buoni ma anche fortemente riconoscibili, vini che non sono replicabili in altri territori. Il focus lo metterei sulla qualità e sulla sostenibilità. Lo scorso maggio in un convegno con la presenza del ministro dell’agricoltura Gianmarco Centinaio si è parlato di salvaguardia del patrimonio terrazzato e in modo accademico è stato spiegato, con  dati alla mano, che dove c’è il presidio di un agricoltore l’incidenza degli eventi calamitosi rientra nella soglia del 5%, quando questo però viene meno l’incidenza è superiore all’80%. Quindi parliamo di sostenibilità ambientale e di paesaggio. La viticoltura non solo genera un’economia legata all’uva e al vino ma è funzionale al turismo e alla tutela del patrimonio idrogeologico del territorio. La Valtellina vitivinicola è qualcosa di più di un semplice fatto produttivo, ha diverse ricadute”, spiega Aldo Rainoldi, presidente del Consorzio tutela vini di Valtellina da giugno dello scorso anno e titolare a Chiuro (Sondrio) dell’omonima azienda vitivinicola. In numeri 200mila bottiglie all’anno fra terreni in proprietà e una rete di oltre 70 piccoli viticoltori conferenti selezionati. Una quindicina le etichette: due bianchi, due spumanti, due sforzati (Fruttaio Ca’ Rizzieri e Sfursat di Valtellina), Sassella, Inferno e Grumello nella versione classica e riserva e un Valtellina superiore blend di diversi vigneti e fasce altimetriche, due IGT e un Rosso di Valtellina. L’azienda, fondata nel 1925 da Aldo, figlio di Giuseppe, già noto all’epoca come commerciante ed esportatore di vini e prodotti agricoli in Svizzera, è una delle aziende simbolo del territorio. La Valtellina è la seconda area di maggior diffusione al mondo del nebbiolo, qui chiamato chiavennasca, e la più estesa viticoltura di pendenza in Italia, nonché la terza a livello europeo. L’età media dei vigneti supera i sessant’anni. “Rivestivo la carica di consigliere del consorzio quando presidente era Casimiro Maule, si parla ormai di tredici anni fa. Poi tre mandati con Mamete Prevostini, di cui uno da vicepresidente. Oggi cerchiamo di raccontare la viticoltura valtellinese in maniera meno convenzionale, più fresca, perché per tanto tempo si è parlato di viticoltura eroica, un termine che, ripeto, non ci entusiasma”.

A settembre uscirà un vino nuovo, frutto di un progetto che parte da lontano, Il Vigna degli Apostoli. “È un Sassella che abbiamo concepito nel 2008, quando acquistammo questo vigneto nella Sassella, a 3000 metri di altitudine. Abbiamo preservato le viti vecchie, rinnovato sostegni e fili per dare la possibilità alla pianta di crescere in altezza e all’uva di maturare bene. Nel 2011 ci doveva essere la prima vendemmia ma una grandinata, ripetutasi nel 2012, non ce lo ha permesso. Finalmente nel 2013 siamo riusciti a ottenere quello che volevamo, ossia l’uva da un singolo vigneto, salubre e perfettamente matura, che abbiamo vinificato separatamente e fatta affinare in botti da 25  ettolitri. È un vino che ripercorre la storia dell’azienda e che fa dell’eleganza e della finezza l’elemento saliente. Esce in commercio dopo sei anni di affinamento, con quasi tre anni di bottiglia. L’obiettivo è far capire dove può arrivare la Valtellina lavorando in una certa maniera”, continua Rainoldi mentre visitiamo l’Infernotto, una sorta di biblioteca della cantina che raccoglie annate importanti, quelle dedicate alla nascita di un figlio. “Compito nostro è essere buoni custodi del territorio e trasferire la cultura, emozionare. Far capire ai nostri ragazzi che oggi produrre vino in Valtellina non è solo un atto produttivo ma è qualcosa di più complesso e radicato”.

Le cinque sottozone storiche, dal lago verso l’alta valle, sono Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. “Sono tutte prestigiose, nessuna è migliore dell’altra. Hanno caratteristiche specifiche, alle volte irripetibili all’interno della medesima area. Alcune sono più conosciute, come Inferno e Sassella, ma negli ultimi anni c’è un ritorno al Grumello e alla Valgella che qualche imprenditore ha avuto la lungimiranza di saper valorizzare, così come la più recente a essere riconosciuta che è la Maroggia. La base ampelografica è la medesima, trattasi sempre di Nebbiolo, che non deve essere inferiore al 90%. Quindi le differenze nei vini sono collegate non tanto al diverso tipo di uva ma all’esposizione, all’altitudine e alla tipologia dei terreni”, spiega Rainoldi. Una viticoltura di montagna, quella di Valtellina, che richiede circa 1200 ore di lavoro annue per ettaro, ossia quattro volte il tempo impiegato nella viticoltura di collina. “La Valtellina è un territorio che regala vini di grande personalità. All’interno del Valtellina Superiore sicuramente l’Inferno gioca un ruolo da protagonista. È un nome evocativo di vigneti con pendenze veramente incredibili. Sono vigneti scenografici e di grande qualità, dove non è infrequente imbattersi in muretti a secco anche alti più di metri. Le viti da una parte trovano limiti a produrre in quantità nei terreni poco profondi ma al tempo stesso questi terreni ci regalano delle uve che in buona parte delle vendemmie non hanno problemi a raggiungere la maturazione completa e restituiscono vini che fanno della struttura e del carattere l’elemento portante. Sono vini che lasciano un ricordo forte, preciso e che coniugano la potenza del territorio con l’eleganza del Nebbiolo”, continua Rainoldi. Vini varietali per raccontare un luogo particolare, difficile ma di grande soddisfazione nel bicchiere. “La raccolta è totalmente manuale nei terrazzamenti. Ci serviamo dell’elicottero in molti vigneti perché è tempestivo e umanizza il lavoro, del resto scendere e salire dai terrazzamenti è faticoso. Inoltre è una scelta economicamente sostenibile rispetto al lavoro a mano di saliscendi che dilaterebbe i tempi di raccolta”. I nostri Stop and Go in Valtellina ci hanno mostrato un territorio che parla la stessa lingua sul piano della qualità e del rispetto del territorio. Un’economia di montagna che genera reddito, lavoro e richiama l’attenzione su una viticoltura che sa generare valore. E che dà valore anche alla vita.