The godfather of american wine. Per gli americani “The Doctor” (che per noi oggi è sinonimo di Valentino Rossi) per il suo approccio scientifico e la sua abilità a capire i difetti del vino. Ma anche “The Maestro”, definizione che distingue non a caso un musicista o un direttore d’orchestra. Musica e vino sono, infatti, due sinfonie affini. Ma chi è André Tchelistcheff, protagonista domani mattina a VinoVip a Cortina del film “The voice of wine” in anteprima nazionale? Per chi non lo sapesse André Tchelistcheff, scomparso nei primi anni ’90, è ancora oggi uno dei più grandi personaggi del mondo del vino, a livello planetario. “Personaggio” in questo caso non è un termine abusato ma quanto di più vero ci sia. Prima di tutto era un educatore, ma non uno dei tanti wine educator di cui pullula oggi il mondo del vino, dietro cui spesso e volentieri si cela solo la vanità di esibire un titolo. Lui era un vero educatore, uno che sapeva coniugare capacità, conoscenza e intuito, allacciando la scienza alla passione. Passione che si riassume in quel suo “I’m 90 years old and still learning everyday”. Lui, emigrato russo che si definiva “child of revolution. I know what it means to lose everything overnight”. Lui che ha cambiato il volto dell’enologia californiana, e non solo. I suoi vini sono la magnifica traduzione di una sua frase famosa, per niente banale secondo cui un grande vino è il risultato di un’equazione che coniuga e contempla a un tempo eleganza, equilibrio, morbidezza, consistenza, complessità, possibilità di pronta beva e capacità di lungo invecchiamento. Il paragone non è per nulla scontato: “Appreciating old wine is like making love to a very old lady. It is possible. It can even be enjoyable. But it requires a bit of imagination”. Il periodo del suo maggior successo è a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Luigi Veronelli scriveva che era il più grande enologo del ventesimo secolo, il più influente in California dopo l’abolizione del proibizionismo. Sicuramente una vita straordinaria la sua. Straordinaria prima che per i successi per quella sua grande e rarissima umanità che lo portava a dialogare con il contadino allo stesso modo che con il grande imprenditore.

In Francia Tchelistcheff studia enologia e microbiologia prima all’Institut Pasteur e poi all’Institut Agronomique, dove diventa ricercatore. Inizia a lavorare nel mondo del vino e presto in Champagne, ad Epernay, per Moet & Chandon. Nel 1937 l’incontro con Georges de Latour, un grande produttore vinicolo che in Francia cercava un enologo sopra la media, un enologo capace di trasferire i parametri francesi nel vino californiano, in poche parole uno stile, quello del vecchio continente, ossia “elegante”. Thchelistcheff che diceva “well, when I think of wine, I think in French”. Ma si sa, gli incontri non avvengono mai per caso. La strada dell’alta qualità era ormai tracciata e a breve i vini della California avrebbero dimostrato che si poteva competere con Bordeaux. Nel 1938 Tchelistcheff si trasferisce in Napa Valley per firmare i successi futuri di Beaulieu Vineyard di Latour (BV), una delle pochissime vinicole californiane sopravvissute al Proibizionismo. E si afferma non solo come winemaker ma diventa un vero e proprio mito, cui l’industria americana ancora oggi deve molto, soprattutto in termini di tecniche di fermentazione, in particolare di fermentazione malolattica. A lui, che prima di tutto era agronomo, si deve l’introduzione dello studio della viticoltura in California, l’attenzione per la vigna perché, come sosteneva, il vino non si fa solo in cantina. Così come erano suoi focus la ricerca delle migliori varietà da piantare per capirne l’adattamento, il concetto di sanità delle uve e di salubrità degli ambienti di cantina. Introducendo tecniche di vinificazione moderne per i tempi. E coniugando il pensiero con l’azione:“I do not believe that technology or science alone can replace natural elements” e ancora “wine begins in the vineyard and always, always, we must come back to the vineyard”. Così pianta varietà internazionali come Pinot Noir, Chardonnay e il famoso Cabernet Sauvignon da cui ottiene i vini migliori di Beaulieu e dell’America intera, molto prima di Robert Mondavi, prima però studiando i suoli per capire dove una determinata varietà poteva dare performance eccellenti. È il primo a piantare Pinot Noir e Chardonnay in Carneros, perché ritenuto da lui un territorio particolarmente vocato. Los Carneros (parte di Sonoma e Napa), a nord di San Pablo Bay, grazie ai suoi studi di ricerca è ufficialmente considerato dal 1983 American Viticultural Area (AVA), prima regione californiana ad essere definita piuttosto che da confini politici da caratteristiche climatiche precise, influenzate dall’Oceano Pacifico, dalla Baia di San Francisco e dalla Catena Costiera. Condizioni ideali per la viticoltura perché in grado di conferire ai vini, e all’uva prima, un’impronta distintiva fortemente caratterizzante. Tchelistcheff che intuisce che il Pinot Grigio può dare grandi espressioni in Oregon e il Cabernet Sauvignon nello stato di Washington. Il suo Cabernet Sauvignon è il primo vino californiano a vincere nel 1939 la medaglia d’oro alla Golden Gate International Exposition. È lui che conia il termine “Rutherford dust” per indicare il terroir di Beaulieu e la frase passata alla storia “God made Cabernet Sauvignon, whereas the Devil made Pinot Noir”. Il 1936 Georges de Latour Private Reserve Cabernet Sauvignon è la prima di una serie di leggendarie riserve monovarietali della storia. È Tchelistcheff il primo a sostenere in Napa che la barrique è fondamentale per ogni vino che vuole farsi grande. Tante le collaborazioni prestigiose: da Beaulieu a Jordan Vineyard & Winery, fino al suo laboratorio privato a St. Helena, non senza citare Robert Mondavi, Louis Martini, Charles Krug, Franciscan e Jordan e Niebaum-Coppola a Napa, Columbia Crest e Chateau Sainte Michelel a Washington. Ma non manca l’Italia, in particolare la Toscana, dove era già consulente di Antinori. E nascono l’Ornellaia prima, Masseto poi. Ancora oggi i due vini Made in Italy più iconici al mondo (insieme al Sassicaia e al Tignanello). A lui devono molto gli enologi che vennero dopo: Joel Aiken e Robert Masyczek. “People spend too much time tasting wine; not enough time drinking it”. Ripeteva.