Con le olimpiadi invernali Milano-Cortina del 2026 il sistema enoturistico Italia si giocherà una grande opportunità, ma bisogna saperla cogliere. “Il primo balzo in avanti è stato fatto con l’expo del 2015 ora aspettiamo, dandoci da fare, il secondo. Solo che questa volta non avremo a disposizione sei mesi per promuoverci ma dovremo concentrare tutto in un mese, dovremo arrivare super organizzati, senza commettere l’errore del 2015, pensare che Milano fosse invasa dai turisti, che arriveranno in seguito, prima dobbiamo creare una vetrina attraente e dobbiamo essere già pronti a gestire il dopo olimpiadi, a sfruttarne la grande cassa mediatica. Expo è stato un punto di svolta nel richiamare turisti che arrivano ancora oggi a Milano, a distanza di quasi cinque anni”, commenta Carlo Pietrasanta, vicepresidente dalla mente vulcanica e anima esecutiva e propositiva del Movimento Turismo del Vino Lombardo (MTV), ottantacinque cantine associate e presieduto oggi da Caterina Brazzola, ma con un passato da presidente dell’associazione a livello nazionale (“a gennaio avremo l’assemblea e vedremo il da farsi”). Due i sogni, anzi tre quelli che gli stanno a cuore fra le tante scadenze: “Per le olimpiadi del 2026 sogno di creare una vera rete di promozione del territorio che partendo da Milano arrivi fino a Cortina. Qualcuno ha proposto la strada del vino, ma il punto è fare la strada dei vini coinvolgendo tutti. L’altro sogno è che Milano faccia un salto culturale dal punto di vista enogastronomico con la creazione di un museo interattivo sul cibo e sul vino. Ma non dovrà trattarsi, per intenderci, di un museo legato alla storia come quello, seppur ben fatto e ricco di reperti, della Fondazione Lungarotti a Torgiano: a Milano dovrà nascere un museo in grado di far vivere ai visitatori esperienze sensoriali con tutto quello che la tecnologia può offrire, perché Milano è questo, è una città veramente europea e all’avanguardia. Nelle prossime settimane andrò a tirare la giacca a un po’ di politici. Dobbiamo trovare una sede, degli attori trasversali che siano imprenditori del vino. Non nascondo che mi piacerebbe avere come compagni di viaggio Vinitaly, Unione Italiana Vini, Federdoc, Federvini: grandi associazioni e grandi imprenditori per mettere a fattor comune esperienze e risorse. A Milano abbiamo tanti musei: la Pinacoteca di Brera, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia e quello del Risorgimento, per citarne alcuni. Ora i tempi sono maturi per creare un luogo dove fare analisi sensoriale non solo del vino ma anche del formaggio”. Incontro Pietrasanta alla Porta del Vino in piazza Cinque Giornate a Milano, ex casello daziario di accesso alla città, che dopo un periodo in disuso ha ricevuto una nuova vita con destinazione enoturistica per la promozione delle eccellenze produttive (dal vino al formaggio) del territorio lombardo. Nei progetti anche il recupero della terrazza, un vero bijoux per degustazioni all’aperto (“ma se ne parlerà più avanti”). Il terzo sogno, invece, dovrebbe realizzarsi a inizio marzo 2020: “Spero di riuscire a far partire tutti i sabati dalla nostra sede milanese un pullman che chiameremo Giro cantine per visitare a turno i territori lombardi. Lo proporremo anche ai grandi alberghi della città, che avranno così l’opportunità di offrire un servizio in più alla loro clientela che ormai non è più solo business. Invece per il turista esigente che desiderasse vivere un’esperienza luxury il tour operator potrebbe organizzare una macchina con autista o mini-van da quattro o sei persone con proposte personalizzate. Il vino ha bisogno del turismo e sarà sempre di più così. Non dobbiamo solo pensare ad andare all’estero con il made in Italy, ma occorre sviluppare sinergie con tour operator per portare i turisti qui da noi, creando un indotto economico attraverso pacchetti turistici in grado di abbinare arte, cultura, gastronomia, relax”.

Carlo Pietrasanta è stato ed è una delle colonne portanti del Movimento Turismo del Vino.”Il vino è un’esperienza da regalare e di cui godere come le altre. I turisti vengono a Milano con la curiosità di conoscere la Lombardia vinicola e rimangono stupiti della varietà dei vini, la qualità è ormai un plus acquisito. C’è voglia di scoprire cose nuove, di nicchia, di un bere non omologato,  perché ormai il mondo si è fatto piccolo, tutti viaggiano e proprio per questo vogliono vivere quell’esperienza distintiva, unica. C’è la voglia di ascoltare il racconto come solo noi italiani sappiamo farlo: famiglia, valori, tradizioni radicate sono il nostro vero plus, il nostro vero made in Italy”. Poi l’affondo: “Milano non significa solo moda e finanza. Milano deve dialogare con il suo territorio per far capire al turista che nel raggio di cento chilometri esistono realtà produttive importanti anche per il loro valore storico, culturale e paesaggistico”. I turisti sono soprattutto europei, canadesi, americani. “Di asiatici ne vengono meno. Il mercato cinese è molto interessante ma è da formare, va aiutato là a migliorarsi con strumenti efficaci, ed è quello che sta facendo molto bene Vinitaly International. Con la comunità cinese di Milano, la più importante quanto a numeri, avvieremo un progetto di formazione già a partire dal 2020. Gli americani invece sono molto preparati e nonostante questo accettano consigli, restano affascinati quando gli spieghi che il Valcalepio è un taglio bordolese ma della terra bergamasca, quindi con sfumature completamente diverse da quelle cui sono abituati”.

Alla domanda come sia cambiato nel tempo il settore enoturistico risponde: “Da quando siamo partiti è successa una vera e propria rivoluzione copernicana. Ciò che mi lascia più favorevolmente stupito è l’ascesa della componente femminile delle aziende vitivinicole: le figlie, le mogli, le sorelle del titolare sono riuscite a esprimere quelle capacità e quella sensibilità che gli uomini non hanno e che sono fondamentali nel settore dell’ospitalità. In Champagne questo discorso è partito in anticipo, già nell’Ottocento, con le grandi vedove, penso a Barbe – Nicole Ponsardin vedova Clicquot, che hanno saputo portare avanti maison famose. Da noi è solo nel 1993 con l’arrivo dell’enoturismo che si è verificata la svolta, l’arrivo delle donne in cantina a gestire importanti servizi di incoming. Nel 2015 quando divenni presidente nazionale del MTV mi prefissai come obiettivo di arrivare a una regolamentazione legislativa dell’enoturismo, cosa che accadde con la legge di bilancio approvata nel 2017, dove inserimmo quattro commi, primi pilastri della disciplina del settore. Nel marzo del 2019 il decreto attuativo del ministro Centinaio ci ha dato la possibilità di partire. Adesso Regione Lombardia, grazie all’assessore Fabio Rolfi, ha emanato il decreto per lo schema di scia semplificata per l’esercizio dell’attività enoturistica. Mi auguro che tutte le altre regioni si diano da fare come la Lombardia. L’enoturismo non si limita alla degustazione, che era già prevista dal decreto del fare del governo Letta, ma è qualcosa di più completo, significa portare la gente a vivere un’esperienza, come quella delle vendemmia e della pigiatura dell’uva con i piedi, fino alla potatura o al gioco della composizione delle cuvée in cantina. Giocare è una delle nuove attrattive, perché coinvolge il turista, lo emoziona”.

Non mancano le considerazioni sulla nuova figura del sommelier, cui sono affidati compiti ulteriori alla stretta degustazione, che vanno a incidere sul racconto del territorio intrecciandosi con la storia e quindi con la cultura. “Certamente il sommelier può essere colui che aiuta ad accogliere il turista in cantina. Anche se devo dire che le associazioni dovrebbero instillare nelle persone che formano un po’ più di umiltà. Ci sono sommelier bravissimi che hanno l’umiltà di ascoltare, ma a volte ci ritroviamo gente, soprattutto negli ultimi anni, che conosce nozioni che poi non ha la capacità di tradurre in pratica per mancanza di esperienza. Spesso ci arrivano persone che sono convinte, perché hanno fatto un corso per sommelier, di sapere tutto. Non è così. Il corso è solo un punto di partenza. Se fossi un ragazzo e volessi accrescere la mia cultura mi iscriverei alla Fisar, all’Ais o all’Onav, ma se volessi diventare un professionista del settore sceglierei l’Aspi perché fornisce una visione internazionale”, sottolinea Pietrasanta. “Uno dei loro obiettivi più importanti è il riconoscimento professionale della figura del sommelier perché oggi chi vuole lavorare in un ristorante è assunto come cameriere. E questo è sbagliato. Così come se devo assumere una persona nel settore dell’accoglienza in cantina devo inquadrarla come bracciante agricola o altrimenti come dirigente aziendale. La legislazione del lavoro non si è ancora adeguata al cambiamento”. E infine una grande novità, i corsi intensivi, dei quali uno è stato da poco avviato in Franciacorta, per creare la figura del professionista dell’ospitalità. “Sarò docente al corso che è partito nelle settimane scorse. Delle degustazioni se ne occupa l’Onav. Si tratta di un corso di formazione a tempo pieno, da lunedì a sabato mattina, della durata di due anni, con due stage in cantina nel periodo estivo, due mesi di studio della lingua inglese e diversi collegamenti con le università. Post diploma o per chi vuole veramente reinventarsi un nuovo lavoro. Spero che parta presto anche in Oltrepò Pavese. Un altro dei miei sogni è riuscire a estenderlo a tutta Italia per dare un segnale forte e concreto del cambiamento culturale in atto”. (http://www.laportadelvino.com)