È alla guida del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese da settembre, come direttore. Ci sembra giusto partire da lui immaginando un nuovo Oltrepò che cerca di scrollarsi di dosso le sue mille anime per trovarne una che ne vale mille, una direttrice comune a tutto il territorio. Il momento storico non lo aiuta, ma grinta, caparbietà e capacità, con una buona dose di umiltà e concretezza unite a una visione a lungo termine sì, e non è poco per superare le criticità. Al territorio serve il cosiddetto pugno di ferro in un guanto di velluto. E lui, al termine della nostra lunga chiacchierata a  Torrazza Coste (Riccagioia), sede del consorzio, credo che lo sappia offrire. Anche perché è un outsider, uno che come dicono da queste parti “viene da fuori”. Ed è una persona che sa ascoltare. Carlo Veronese arriva dalla Lugana, terra fra Lombardia e Veneto, che ha saputo creare intorno al vino un enoturismo slow inserito negli itinerari internazionali fra le “best destinations” del mondo. Questo grazie a vignaioli che riescono ad essere veri imprenditori, con una visione internazionale del modo di organizzare il lavoro non sulla carta ma nei fatti. Carlo Veronese negli ultimi tredici anni ha fatto parte del Consorzio Tutela Lugana, di cui dieci come direttore, ma prima ha ricoperto il ruolo di direttore di cantina e per circa dodici anni anche quello di produttore (“l’azienda Marangona continua con mio cugino, che ha una bella mano come enologo moderno”). Lui è la persona cui si chiede di guidare il cambiamento, uno snodo innestato su radici solide, profonde, improcrastinabile. In un Oltrepò che oggi ancora fatica sul prezzo, o meglio fatica a vendere i vini al prezzo rapportato all’alta qualità della sua proposta. Un Oltrepò che ha bisogno di diventare forte per imporsi, che ha bisogno di essere valorizzato ma nel modo giusto, quindi in un modo consortile, con un ente di riferimento a questo deputato e non in mille centri di potere che servono solo ad ingrassare alcune tasche ma non portano avanti un discorso vero e unitario di territorio. “I primi a crederci devono essere gli imprenditori, sono loro che devono volere per primi il cambiamento verso l’alto, la politica può solo fornire un aiuto, ma è la coscienza dei più che deve svegliarsi con la voglia di guardare in un’unica direzione. Per far questo bisogna portare avanti un discorso di promozione della denominazione e dare fiducia alle persone, almeno fino a prova contraria”, ci spiega Carlo Veronese. “Essere parte di un consorzio è una grande responsabilità prima che personale territoriale, collettiva. La responsabilità di far crescere, sì, dei luoghi indicati sulla cartina geografica, ma soprattutto delle persone, e con essi una nuova mentalità. Oggi che l’asticella qualitativa si è alzata in tutto il mondo è molto difficile bere vini cattivi già a partire dall’ entry level di un’azienda, i cosiddetti vini d’entrata, spendendo poco si trovano dei prodotti ben fatti. Questo significa due cose. Primo: chi fa vini importanti li deve fare in maniera eccezionale perché la forbice di prezzo deve essere anche una forbice di qualità. Secondo: bisogna offrire qualcosa in più oltre al vino, creare un plus che aggiunga valore, che si traduca in bellezza, arte, cultura, strutture ricettive. Chi viene in Oltrepò deve poter vivere un’esperienza immersiva non in una singola cantina ma in un territorio che si presenta in modo ragionato e con obiettivi di valorizzazione chiari. Per fare questo bisogna sapere dove si vuole andare insieme”. Continua: “Quando ci promuoviamo all’estero insieme al vino dobbiamo vendere la bellezza di Fortunago, che fa parte del club de I borghi più belli d’Italia, o ancora dell’abbazia Sant’Alberto di Butrio nella valle Staffora dell’Oltrepò Pavese. In qualsiasi territorio vino, gastronomia e turismo devono procedere di pari passo creando interconnessioni. A Codevilla è appena nata l’accademia del tennis e pochi lo sanno. Io se racconto l’Oltrepò non parlo solo dei suoi vini ma delle sue trattorie, dei suoi percorsi naturalistici che si prestano a un turismo slow, a un cicloturismo anche. Non si pensa alla Valpolicella come una realtà staccata da Verona o alla Franciacorta senza Brescia. E non possiamo sempre demandare tutto alla politica: ognuno deve fare il suo, gli imprenditori devono creare bellezza nel loro spazio a vantaggio di tutto il territorio. Vistarino, per esempio, fa storytelling come ho visto fare a poche altre cantine in Italia, ricreando gli ambienti che erano della vecchia azienda di famiglia, con la nuova cantina, puntando sul lavoro di una volta, sulle radici. Le regioni vitivinicole di formazione recente non hanno una storia, un’identità e un’eredità culturale forti come le nostre. E questo è un valore immenso che va recuperato. In Oltrepò si fa vino da sempre, è una terra particolarmente vocata, di grandissime tradizioni, sono storie di famiglie: raccontiamolo al mondo. Sull’esempio di Fortunago, un borgo gioiello, dovrebbero muoversi gli altri paesi collinari: chi arriva in Oltrepò deve trovare le scritte giuste, i cartelli giusti, le aiuole ben tenute, l’ordine. Un’armonia che poi chiude il suo cerchio nel vino. L’aiuto comunitario non si dovrebbe chiedere a prescindere, come si faceva una volta, ma su progetti concreti. Prepariamoli. Sediamoci intorno a un tavolo chiudiamo un libro e apriamone un altro ”.