Una delle ragioni per cui si produce vino di qualità sui monti di Toledo è Carlos Falcó con il Dominio de Valdepusa. Il marchese de Griñon ha portato avanti fin dai primissimi anni della sua grande storia di bodeguero battaglie importanti in nome dell’alta qualità, indirizzando non solo Castilla La Mancha ma tutta la Spagna verso i vini imbottigliati, passaggio fondamentale per acquisire immagine e prestigio all’estero rilanciando il prezzo. Con il vino de pago ci troviamo al vertice della piramide qualitativa iberica del vino. Pago deriva dal latino pagus  e indica un particolare territorio molto limitato nella sua estensione, più o meno quello che i francesi chiamano Grand Cru. Pago è un’entità autonoma e quindi se si produce olio e/o vino ha il suo frantoio, in questo caso di costruzione italiana, e la sua cantina. Importante è che tutto avvenga all’interno della proprietà (finca) con un stretto controllo della filiera. Il pago ha peculiarità che lo differenziano dal circondario. Sono vini con alma de terruño da uno specifico e rinomato vigneto con caratteristiche di microclima e di suolo uniche e di qualità assoluta e fortemente caratterizzanti. È proprio per questo motivo che siamo onorati di essere stati ricevuti da Carlos Falcò in persona nella sua finca in provincia di Toledo, il Domino de Valdepusa, a Malpica de Tajo. Carlos Falcó, tra i fondatori dell’associazione Grandes Pagos de España, che riunisce una trentina di bodegas con una forte internazionalizzazione, è uno dei più grandi nomi del vino iberico, di formazione professionale agronomo (Univerity Louvain, in Belgio) e studi completati all’Università della California, a Davis. Siamo sulla riva sinistra del fiume Tago, il più lungo della penisola iberica (1008 km). Pago de Familia Marques de Griñon è la denominazione di origine pago che è stata concessa nel 2002 dallo Stato spagnolo e questa è la prima finca della storia i cui vini si possono fregiare dello status di Vino de Pago (VP status). Carlos Falcó, esperto gastronomo, nel 2014 ha ricevuto il Grand Prix de la Culture Gastronomique. Oltre all’olio di cui abbiamo già parlato in un altro articolo, possiede diverse tenute vinicole in Spagna, in differenti denominazioni come Rioja, Ribera del Duero, Vinos de Madrid, raggruppate sotto il nome Pagos de Familia Marques de Griñon. Tante le amicizie e le collaborazioni, a cominciare da Emile Peynaud, uno degli uomini insieme ad André Tchelistcheff cui la moderna enologia deve di più. Ringrazio personalmente a nome della mia testata giornalistica online il marchese per una cosa molto preziosa che ci ha regalato in una vita ancora oggi molto impegnata su più fronti, a dispetto della sua carta d’identità: il tempo. Il tempo è quanto di più prezioso ciascuno di noi abbia perché non possiamo prendercelo indietro. 

Ingeniero agronomo innovatore e pioniere. Trecentocinquantamila le bottiglie prodotte, una forte vocazione internazionale con la presenza in oltre 40 paesi, tanta sperimentazione e una grande varietà di vitigni fra autoctoni e internazionali, come cabernet sauvignon e graciano piantati per la prima volta in Castilla La Mancha da lui, merlot, chardonnay, petit verdot, syrah, garnacha. I primi due vini realizzati sotto la direzione di Emile Peynaud sono stati il bianco Marques de Grinon Rueda Superior 1982 (uscito sul mercato l’anno successivo) e il rosso Marques de Grinon Cabernet Sauvingnon 1982 (presentato a Londra nel 1986). Negli anni ’70 è stato lui a credere nel vitigno cabernet sauvignon quando nessuno in Spagna ci credeva e grazie alle sue frequentazioni francesi a ricercare i cloni migliori per piantarli. Nel 1974 introduce il sistema di irrigazione goccia a goccia (riego por goteo), per evitare ipermaturazioni e garantire l’equilibrio delle uve e negli anni ’90 introduce la forma di allevamento Smart Dyson (SD) per l’areazione e la maturazione corretta ed omogenea delle uve, che conferisce più tannino e antociani con un buon risultato finale improntato sul bilanciamento di frutto, acidità e alcol. Il metodo di allevamento della vite a chioma divisa dimostra che il rapporto tra quantità fogliare illuminata e quantità di uva prodotta è più importante di altri indici più diffusi come la produzione per ettaro o la produzione per vite. Dà risultati di maggior qualità e consiste in un cordone speronato con una divisione dei tralci in verticale: una parte della vegetazione viene palizzata verso l’alto e l’altra verso il basso. La parte discendente si realizza sul lato del filare meno esposto alla luce nelle ore più calde per evitare ustioni sui grappoli scoperti. Nasceva così in Spagna una viticoltura moderna e sensata, vocata agli investimenti e alla qualità: corretto impiego della risorsa idrica e pratica di gestione della chioma (cosiddetto canopy management) per l’equilibrio vegeto-produttivo, due aspetti allora non compresi appieno. “Il vino è la luce del sole catturata dall’acqua”. Questa frase di Louis Pasteur è riportata nel sito di Richard Smart, consulente e ricercatore australiano e grande fautore delle “chiome aperte”, oltre che autore del bestseller Sunlight into wine. E qui ci torna alla mente Galileo Galilei con la sua frase “il vino è un composto di umore e di luce”.

Il Dominio de Valdepusa, che appartiene alla famiglia dal 1292, tradotto significa 400 millimetri di pioggia annuali e 2800 ore di luce, 50 ettari vitati a 490 metri di altitudine, suoli di argilla e calcare (ph>8). “Abbiamo uno strato superficiale da 30 a 50 cm di argilla spessa che riposa su sottosuolo profondo due metri di calcare risalente al periodo cretaceo, un suolo di eccellente struttura, porosità e drenaggio. I grandi vini nascono da suoli con una buona presenza di calcare, basta guardare la Francia. La regione dello Champagne presenta il 75% di calcare nel sottosuolo, una stratificazione che favorisce il drenaggio e a livello gustativo regala mineralità e i profumi fini e definiti di quella varietà piantata. La consistenza argillosa e calcarea dona struttura, colore, corpo, sapidità e acidità. I terreni di Bordeaux sono argillosi e calcarei e i risultati sono sotto gli occhi di tutti”, spiega Carlos Falcó. “Il team di agronomi formato da Claude Bourguignon paragona i nostri suoli a quelli del Domaine de la Romanée Conti e del Domaine Leflaive. Uno stress idrico controllato favorisce l’equilibrio tra i diversi acidi contenuti nel frutto, gli zuccheri e i precursori degli aromi che poi ritroveremo nel vino”. Le prime vigne di cabernet sauvignon sono state piantate nel 1974, per la prima volta in Castila La Mancha. Oggi i vini sono calibrati dal winemaker Julio Mourelle e dimostrano carattere. Di lungo corso l’amicizia e la collaborazione con Michell Rolland, l’enologo e consulente francese con sede a Bordeaux che In Italia ha collaborato anche con la famiglia Antinori (Toscana). 

Una vendemmia generosa quella del 2018, caratterizzata da un 15-20% in più di produzione. Nel bicchiere una buona acidità, freschezza e aromi sullo stile Atlantico, un alcol più contenuto, vini più varietali, temperature più basse con maturazione lenta delle uve e raccolta posticipata rispetto al normale. Dai monovarietali Cabernet Sauvignon, Petit Verdot, Syrah e Graciano ai blend Emeritus e Summa Varietalis: fil rouge l’impronta del vitigno, l’incidenza del territorio, tanta personalità del produttore che riesce a tenere in perfetto equilibrio integrandoli nella materia del vino fiore e frutto (che non rimbomba) e alcol e acidità,  e ancora struttura, eleganza, longevità. E tanta freschezza e persistenza. L’estrazione tannica è al limite della perfezione. Le nuances minerali. Sono vini ampi, lunghi, profondi più che di potenza muscolare. Il colore brillante rimanda alla luce intensa che illumina il territorio caratterizzandolo con un forte magnetismo. Sono vini capaci di emozionare, frutto di un lavoro agricolo quasi scomparso e di una vinificazione meno interventista possibile. Capace di suggestioni anche il bianco Rueda 2018 da vendemmia notturna e da uva verdejo. Al sorso fragranza floreale, aromaticità delicata con un tocco fruttato di mela renetta e pera, tanta mineralità, acidità croccante e profondità. Un Rueda perfettamente bilanciato e non piacione, giocato sull’eleganza, che dimostra come questa denominazione possa puntare all’eccellenza per diventare il vino bianco di riferimento in Spagna, coniugando complessità e piacevolezza di beva con un tasso alcolico moderato (12,5% Vol.). Un vino sulla scia tracciata da Emile Peynaud, che sa coniugare anche un ottimo rapporto qualità-prezzo. 

El Rincon (regione Aldea del Fresno, Do Vinos de Madrid) a 54 km a sud ovest di Madrid, proprietà del marchese di Manzanedo, è ereditata nel 1994 da Carlos Falcó che ne fa la sua principale residenza nel 1999. Nei primi anni 2000 sono stati piantati 8 ettari di syrah e 1 ettaro di garnacha. Il primo El Rincon vintage esce sul mercato nel 2002, blend 88% di syrah e 12% di garnacha. Siamo a 485 metri sul livello del mare, clima mediterraneo, estati calde e inverni molto freddi, suoli acidi (ph5.5) di granito decomposto su sottosuolo calcareo, vigneti condotti su alti tralicci con sistema di allevamento Smart Dyson. Interessante notare come il granito meteorizzato in contrapposizione al calcare e argilla di Valdepusa caratterizzi i vini conferendogli un profilo elegante e più atlantico. Degustiamo El Rincon 2018 da selezione di garnacha e in piccolissima percentuale di syrah. Un vino  intenso negli aromi di mora e con un bel floreale di viola, con sottili sfumature di mineralità, tannini delicati e di grande piacevolezza per la sua armonia gustativa. Il 2015, 12 mesi in barrique di rovere francese e macerazione fino a 4 settimane, nessuna filtrazione, è un vino elegante nelle sue note speziate, in cui si percepiscono sentori secondari e terziari, un sorso dominato dalla frutta matura, i tannini morbidi. Un tasting creato su misura per noi di Winestopandgo che ci ha fatto comprendere che la qualità del vino in Spagna non è storia recente, proprio grazie a bodegas che fin dagli albori della loro storia si sono identificate con tre markers: territorio e longevità nel bicchiere, internazionalizzazione dei mercati. Una Spagna che negli ultimi quindici anni, grazie anche a chef come Ferran Adrià e i fratelli Roca e alla scuola di alta cucina spagnola, ha saputo rivalutare la sua immagine all’estero giocando la carta del territorio, del cibo e sicuramente del vino. E non da meno grazie a comunicatori come Carlos Falcó, tra i primi a dare piena visibilità ai vini spagnoli sui mercati esteri, diffondendo l’idea del lusso come saper fare artigianale d’eccellenza.