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A Firenze, alla Stazione Leopolda, si sono accesi oggi i riflettori sul Chianti Classico con Chianti Classico Collection. Proseguono con le etichette del Gallo Nero e con grandi risultati quanto ad affluenza di pubblico e qualità degli assaggi le Anteprime di Toscana 2019. Noi per l’occasione intervistiamo il personaggio chiave del Consorzio del Vino Chianti Classico, il presidente Giovanni Manetti, titolare di una delle realtà vitivinicole più prestigiose della denominazione: Fontodi. Consorzio che vanta una rappresentatività del 92-93%, fra le più alte in Italia, di cui Manetti è presidente dal 1 settembre 2018. Sarà lui a traghettare il consorzio dalle vecchie alle nuove sfide imposte dalla concorrenza globale e verso la candidatura Unesco del Chianti Classico. Premessa: è difficilissimo parlargli, preso come è fra gli impegni del consorzio e la promozione della sua azienda all’estero. Uno dei capolavori di Fontodi è un supertuscan della prima ora, solo 60mila bottiglie: il Flaccianello della Pieve. Un Igt Toscana di razza da Sangiovese in purezza, che per la sua struttura va “dimenticato” in bottiglia per almeno un decennio prima di i-n-i-z-i-a-r-e a goderselo al suo massimo. Joie de vivre allo stato puro. Estasi.

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Giovanni Manetti, cosa degusteremo nel corso di questa due giorni? E dal punto di vista qualitativo cosa aspettarsi?

<<Sono 197 le aziende che presentano i loro prodotti, un record assoluto nella storia della Collection. Sempre più colleghi hanno il desiderio di partecipare perché la considerano l’evento clou dell’anno, il più prestigioso. Ognuno presenta i propri nuovi vini. Un’ottantina di aziende porta già in degustazione l’annata 2018, che uscirà sul mercato tra un anno. Al momento è proprio un pre-assaggio a fermentazione ultimata, giusto per dare un’ idea della sua qualità. Il 2018 è stato un anno che per quantità ritorna a un livello medio se lo rapportiamo agli ultimi dieci anni e dopo la scarsità della vendemmia 2017. A livello qualitativo è invece considerato fra le migliori annate di sempre. L’attesa è palpabile per le anteprime del Chianti Classico Riserva e Gran Selezione 2016, altra annata su cui si nutrono forti aspettative da parte del trade e della stampa. Quasi trecento i giornalisti accreditati da trenta paesi diversi. Due i momenti importanti dedicati agli operatori, ne aspettiamo almeno 2-3mila in questa due giorni. E non manca la degustazione di Vin Santo, guidata da Daniele Cernilli e aperta sia alla stampa sia agli operatori, una doc che gestiamo sempre noi come consorzio. Il Vin Santo è un’eccellenza che si produce in questa terra da vino rosso, un prodotto di altissima qualità. E poi  si è creata attesa per una nomina importante>>.

Quale?

<<Quella di un famosissimo personaggio del mondo del vino inglese, che diventa ambasciatore ad honorem del Chianti Classico. Mi riferisco a Steven Spurrier, la sua una vita dedicata al vino da varie angolazioni: critico, giornalista, wine merchant, educatore, consulente. E non da ultimo Decanter Man of the Year 2017. Siamo molto felici di questo e lui ha accettato con gioia la nomina, anche perché adora il Chianti Classico e da anni passa le vacanze estive qui da noi. Il Chianti Classico è un territorio con un potenziale qualitativo notevole, ancora in parte da esprimere. Ci sono tendenze molto positive in corso. La più importante è che la direzione dell’alta qualità è stata intrapresa ormai da tutti. Stesso discorso per la sostenibilità ambientale>>.

Il biodistretto è un tema a lei particolarmente caro sia in qualità di presidente del consorzio sia di imprenditore vinicolo…

<<Le aziende biologiche facenti parte del consorzio sono ormai oltre il 40%, un numero che cresce di anno in anno. Sono localizzate in tutti i territori storici. Nell’area di Panzano rappresentano il 95%, e questo è un modello positivo per tutta la regione. A Panzano si è iniziato prima, il lavoro svolto insieme sta dando i suoi frutti. A parte il 40%, constato un impegno diffuso, di tutti, a rispettare di più l’ambiente, la natura, a ridurre l’utilizzo dei prodotti chimici. Una sostenibilità che si vede sia in campagna sia in cantina. Come Fontodi, abbiamo un allevamento di Chianine che producono ottima carne e letame che utilizziamo come fertilizzante. Questo atteggiamento e queste buone pratiche sono fondamentali per raggiungere qualità superiori. E qualità, oggi, vuol dire sempre di più territorialità. Dobbiamo essere bravi a trasferire i caratteri del territorio all’interno della bottiglia. Il rispetto della natura e dell’ambiente è funzionale a questo. Fontodi da anni è impegnata nella ricerca, nella sperimentazione, nella riduzione dell’inquinamento ambientale e nel risparmio energetico. Non solo per una questione di lavoro ma anche per il miglioramento della qualità della vita di tutti>>.

Come si traduce tutto questo nel vino? Qual è la caratterizzazione?

<<Riscontriamo più purezza, più carattere di territorio. Stanno emergendo sempre di più le differenti origini delle uve. Il Chianti Classico non è più un vino omogeneo ma all’interno della produzione cominciano a emergere le note distintive di Radda piuttosto che di Castellina, Gaiole, Castelnuovo Berardenga o Panzano. Lungo la strada chiantigiana, che attraversa tutto il Chianti Classico, lo scenario cambia ad ogni collina che si incontra: alcune sono più ripide altre più morbide, così come la presenza di bosco, le altitudini, la posizione e i suoli variano significativamente a stretto giro. È una grande bellezza, una risorsa. Ogni villaggio sa regalare caratteri diversi, caratteri che stanno emergendo nei vini rendendoli unici. Questo è positivo perché andrà a differenziare l’offerta, a intercettare i gusti dei consumatori, fornendo anche indicazioni sul luogo dove nasce un determinato prodotto. Sono appena rientrato da un breve viaggio tra Oslo e Monaco, dove ho passato due giorni con la bottiglia in mano a versare vino ai clienti, sia sommelier di ristoranti sia responsabili di enoteche o semplici appassionati. Sa cosa mi hanno chiesto? Di parlargli del territorio, del suolo, dell’esposizione, della latitudine. Nessuno chiede più quanti mesi in barrique faccia un vino. È in corso un forte, tangibile cambiamento nella cultura del consumatore>>.

Il ruolo di educatore a chi spetta?

<<È un’azione combinata tra aziende, consorzi e i nostri clienti. Quando vendiamo il vino a un ristoratore o a un’enoteca, sono poi questi professionisti che passano le informazioni al consumatore finale. È un’educazione a catena, i messaggi si trasferiscono da un livello all’altro. È proprio per questo che diventa importante visitare i territori e le aziende, per saper successivamente spiegare quel vino e raccontarlo con la dovuta conoscenza, attenzione e passione>>.

Di biodistretto si inizia a parlare anche in Maremma…

<<È un modello virtuoso che fa proseliti. Il biodistretto del Chianti, che coincide con i confini della denominazione Chianti Classico, nasce nel 2016. Quello di Greve in Chianti-Panzano è stato il primo, nel 2010, poi è arrivato Gaiole. Panzano è una grande frazione del comune di Greve, però i biodistretti non potevano nascere all’interno di una frazione ma doveva essere coinvolto tutto il comune. Da lì in poi è avvenuta la contaminazione: è come quando si lancia un sasso nello stagno e i cerchi si allargano sempre di più. Il biodistretto è interessante perché instaura un dialogo a tre: tra aziende che producono, amministrazioni locali e cittadinanza. Spesso i cittadini che abitano su un territorio viticolo non conoscono le nostre problematiche. In passato gli agricoltori erano considerati tra i responsabili dell’inquinamento, invece oggi non è più così grazie al dialogo. Bisogna far sapere che abbiamo grande cura per l’ambiente, per il benessere di tutti. E questa cosa piace molto, alla gente arriva>>.

In Toscana la politica è sensibile a questi temi?

<<Sì, ci aiuta. La Regione Toscana sta per far uscire una legge specifica sui biodistretti, che va a normarli, a regolamentarli con attenzione. Anche i sindaci del territorio hanno introdotto buone pratiche: dalla gestione differenziata dei rifiuti ai cibi bio nelle mense scolastiche al verde pubblico gestito solo con metodi biologici. È un’attività che viene svolta da tutti, insieme, e secondo me va nella direzione giusta. Anche a Montalcino se ne sta parlando, anche lì sta per nascere un biodistretto>>.

Quali sono gli obiettivi che si è posto da presidente?

<<L’ulteriore valorizzazione  della denominazione, far emergere il valore del territorio, il costante, continuo miglioramento della qualità, salire nel posizionamento a livello di prezzo e di fasce di mercato. Quindi, puntare sul mercato delle fasce premium, dei vini più importanti. Oggi all’estero il range è ampio, ma ci sono anche tanti Chianti Classico che occupano le fasce più alte a tutto vantaggio dell’immagine del territorio. All’estero cercano il brand aziendale, ma pure il nome della denominazione ha un valore che sta crescendo. Nel corso del 2017 sono stati tantissimi i riconoscimenti ai vini Chianti Classico: uno è stato inserito nella  top 10 di Wine Spectator e la nostra denominazione è stata l’unica in Italia con tre vini nella top 100, più vari premi delle guide nazionali e articoli in aumento sulla stampa estera, dove si sottolinea il valore di questo territorio. Non da ultimo dobbiamo cercare di dare una remunerazione sempre più significativa a tutti gli operatori della filiera>>.

Il futuro della denominazione si giocherà quindi sull’aumento di valore…

<<Le vendite del Chianti Classico nel 2018 sono state più o meno stabili dopo otto anni ininterrotti di crescita. La scarsa vendemmia 2017 non ci ha aiutati. In generale siamo sui 35 milioni di bottiglie annue per 7500 ettari rivendicati a Chianti Classico. Stiamo monitorando i prezzi: quasi il 55% del vino in commercio è sotto l’osservatorio Maxidata. Non ci accontentiamo più dei numeri di bottiglie vendute ma anche del fatturato della denominazione e del valore delle vendite nei singoli mercati. Abbiamo registrato un aumento delle due tipologie superiori: la riserva e la gran selezione rappresentano il 37% della quantità venduta però quasi il 55% del fatturato globale. Queste due tipologie che hanno un prezzo più alto stanno crescendo nei numeri e questo va nella direzione dell’aumento di valore. Io la chiamo ‘premiumizzazione’. È in atto un migrare, un tendere verso le fasce più alte. A livello di quote di mercato nei vari paesi, l’Italia rappresenta il 23%, il 77% lo esportiamo. I due paesi nordamericani la fanno da padrone: Stati Uniti e Canada occupano rispettivamente il 34% e l’11% dell’export, entrambi in crescita. In totale lavoriamo su 130 paesi. In Giappone, nostro storico e affezionato mercato, che ha una grande conoscenza del vino e un palato raffinato,  le aspettative a fronte di quanto sta accadendo con i dazi sono più che positive. L’economia giapponese è in crescita di nuovo dopo tanti anni. In Cina invece il discorso è un po’ più difficile: va fatto un lavoro a monte di educazione del consumatore con educational mirati, occorre investire  nell’organizzazione di seminari, incoming, partendo dai professionisti del vino, quindi sommelier di ristoranti e responsabili di enoteche in primis, informandoli, portandoli sul territorio, facendoli diventare degli autentici ambasciatori>>.

Di Fontodi cosa ci racconta?

<<Fontodi è il sogno di mio padre. Lui, da industriale della terracotta, attività che portiamo avanti dal 1700, sognava di comprarsi un’azienda e fare vino da condividere con gli amici. Il sogno si è realizzato nel 1968. All’inizio era un hobby. Pian piano ha piantato vigneti, restaurato la cantina e dopo pochi anni ci siamo trasferiti qui in campagna da Firenze. La terracotta e il vino sono due attività per noi collegate e collegate tra di loro. La terracotta è uno straordinario materiale per vinificare, oltre che  rappresentare la storia del vino in Georgia e in Armenia. Noi le anfore da vino le abbiamo sempre realizzate, smettendone la produzione negli anni Trenta, quando non c’era più domanda. La loro reintroduzione si deve a Josko Gravner, che ha recuperato questa antica tradizione rifacendosi ai qvevri georgiani. La terracotta  favorisce il passaggio di ossigeno, l’osmosi, simile a quello di una botte di legno. L’anfora è l’elemento ideale per chi vuole fare vini di estrema purezza. Tuttavia siamo in una fase ancora sperimentale, abbiamo iniziato pochi anni fa, mancano conoscenze, che sicuramente col tempo arriveranno. La terracotta fa parte anche della nostra tradizione toscana. Ho appena visitato il museo etrusco di Vetulonia, vicino Grosseto, dove ancora stanno scavando. Hanno rinvenuto quattro anfore con dna di vino all’interno e una di queste è visibile nel museo ricostruita. L’orcio toscano imprunetino affonda le sue radici nel periodo etrusco>>.

Quali sono le caratteristiche di un grande Chianti Classico ?

<<Equilibrio e armonia. Dal punto di vista visivo è di un rosso rubino più o meno carico a seconda delle zone da dove provengono le uve: quelle più alte producono vini un po’ più leggeri e scarichi ma di grandissima eleganza, quelle più basse sono argillose e conferiscono caratteri di maggior ricchezza e struttura. All’olfatto dobbiamo sentire la ciliegia, rossa o scura a seconda delle aree di riferimento. Un altro profumo è  quello di viola mammola, che è una gioia ritrovare nel Chianti Classico perché conferisce finezza. Al palato la struttura tannica deve essere importante, decisa, in grado di garantire l’invecchiamento del vino, ma mai ruvida e astringente. Altra caratteristica è il finale fresco conferito dall’acidità, che pulisce il palato. E poi la versatilità, la piacevolezza. Il sorso non deve mai stancare, appesantire, ma  essere leggiadro>>.

http://www.fontodi.com/i-vini.html

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