Mettere a nudo una denominazione per trovare una propria verità. Da Villa Galnica a Puegnago del Garda, sede del Consorzio Valtenesi, si riparte per la ricerca e la definizione di un’identità specifica del vino rosa. Al centro del convegno tecnico, in cui hanno preso la parola Carlo Alberto Panont, Alessandro Luzzago, rispettivamente direttore e presidente del Consorzio Valtensi, e Franco Cristoforetti, presidente del Consorzio di Tutela del Bardolino, lo studio quinquennale sulla caratterizzazione dei propri vini rosa affidato al Centre du rosè di Vidauban, il più importante centro di ricerca mondiale su questa tipologia, i cui i risultati finali sono stati presentati durante la mattinata di sabato scorso, secondo giorno di Italia in Rosa, dal direttore Gilles Masson e Nathalie Pouzalgues. Un panel di esperti degustatori provenzali ha analizzato una media di trenta vini all’anno presentati dalle aziende della Valtenesi dal 2013 al 2017, ma si sottolinea che questo è solo il primo step di un percorso più lungo e in salita. “In Provenza gli studi relativi a stile e identità vanno avanti da trent’anni su un numero di vini che rappresenta quasi la totalità delle aziende, il 90%, e questa è la costruzione di una generazione”, sottolinea Gilles Masson. “Ci sono stati cambiamenti importanti in Valtenesi nei vini negli ultimi cinque anni per quanto riguarda profilo sensoriale, analisi chimiche e tonalità di colore. Dati che vanno analizzati per trovare una linea comune nel vino, una sua caratterizzazione. Siamo solo all’inizio della costruzione di una carta d’identità, considerando il fatto che i nostri esperti non sono abituati a degustare i vini della Valtenesi. Bisogna trovare delle parole chiave. Comunque il 90% dei campioni presentati sono buoni vini”. E rimarca: “Il bello del nostro rapporto è che cercate una vostra verità, altrimenti questa bilateralità non avrebbe senso. Non ci avrebbero lasciato venire in Valtenesi se la vostra intenzione fosse stata quella di copiare la Provenza. Non avremmo mai accettato di lavorare con degli opportunisti, ma abbiamo il dovere di lavorare con persone serie che vogliono trovare la propria strada”.

Caratteristica dei vini rosa analizzati è di essere molto più chiari che in passato, con tonalità che virano dall’aranciato sempre più verso il rosa scarico. “Dovete salvaguardare il colore ma attenzione a non diventare troppo chiari per non essere confusi con un bianco o con un grigio”, commenta Nathalie Pouzalgues. “Fino a qualche anno fa si pensava che un colore chiaro non avesse gusto e struttura, invece non è così. Un vino chiaro dà al consumatore il senso di leggerezza. Caratteristica comune della Valtenesi è che la fermentazione malolattica generalmente non viene svolta e la media degli zuccheri è stabile sui 4-5 grammi al litro. Individuando delle parole chiave, cattivi descrittori sono “frutta secca, frutta esotica, sentore vegetale”. Buoni descrittori sono, invece, “frutta matura, frutta gialla, frutta rossa, sensazione di rotondità, equilibrio. L’annata 2017 presenta minor acidità, più maturità, minor tonalità e minor ossidazione”.

Il 2019 è sicuramente l’anno zero del vino rosa italiano, grazie anche alla recente costituzione di Rosautoctono, il nuovo Istituto del Vino Rosa Autoctono Italiano nato a Roma lo scorso 26 marzo dalla partnership tra il Consorzio Valtenesi (riviera bresciana del Garda) e altri cinque consorzi di tutela di vini rosa Doc italiani da uve autoctone (Chiaretto di Bardolino, Cerasuolo d’Abruzzo, Castel Del Monte, Salice Salentino, Cirò). L’organismo che ha debuttato allo scorso Vinitaly ed è presieduto da Franco Cristoforetti, presidente del Consorzio di Tutela del Bardolino, ha tenuto il suo primo cda a Moniga del Garda nel corso della passata edizione di Italia in Rosa (7-9 giugno). Sei denominazioni che rappresentano una massa critica da 25 milioni di bottiglie, sufficiente per autorizzare un pensiero più ambizioso di valorizzazione per far crescere quella quota di consumo di vino rosa che da noi è in aumento ma ancora confinata al 5,5% del totale nazionale. L’obbiettivo sarebbe quello di arrivare almeno ai livelli della percentuale mondiale, pari al 10%. Sognando la Francia, dove su 100 bottiglie di vino fermo consumate 33 sono rosa, 48 rosse, 19 bianche. Dal 2002 al 2014 il consumo mondiale dei vini rosa ha superato la soglia del 10%, con straordinarie performance sia in Francia (+43%) sia negli Usa (+40%). Nel Regno Unito, pur partendo da quote molto basse, si è registrato nello stesso periodo di riferimento un +250%, in Canada +120%, Hong Kong +250%. Da ricordare, a sostegno del consenso intorno a questa tipologia di vino, che la guida Vini d’Italia 2019 del Gambero Rosso ha assegnato per la prima volta il premio per il Miglior Rosato d’Italia, istituito proprio in questa occasione, al Valtenesi Molmenti 2015 di Costaripa, l’azienda di Mattia Vezzola. Quindi se da una parte quel 5% relativo al consumo interno di vino rosè è deludente dall’altra rivela che ci sono margini di crescita. Un’opportunità che va colta creando un’identità precisa, forte, veramente alternativa senza mai tradire questa serietà con cui si è posato il primo mattone di un percorso. Perché, non dimentichiamocelo, dietro il vino c’è sempre l’uomo con le sue scelte. Che fa la differenza.