GIORGIO GRAI: “IL BELLO DEL MONDO DEL VINO DI OGGI? LA SUA STORIA”

Giorgio Grai la storia del vino in persona. Forse l’ultimo grande artigiano. Di sicuro, uno dei migliori nasi al mondo: tanti i consigli, al di là di collaborazioni lavorative, che ha dispensato nella sua carriera. Lo incontriamo allo scorso Vinitaly. Gli anni, che hanno portato saggezza ma non smussato gli angoli, non sembrano aver intaccato la sua forma fisica, ma nemmeno la lucidità mentale. Disquisiamo sul futuro del mondo del vino. Gli chiedo se contino gli uomini e se oggi ci sia un personaggio capace di fare da traino a un intero territorio, come era stato per l’Oltrepò Pavese il Duca Denari. “C’è il vuoto, perché c’è una grande presunzione e una grande ignoranza, intesa come non conoscenza. C’è un plagio assoluto, sono pochissime le persone che usano la loro testa. Molti non hanno ancora capito che prima di andare incontro al mercato devono andare incontro alla natura. E la natura è un elemento non modificabile. Una delle grandi cose che ho insegnato è il rispetto per se stessi, che significa rispetto per gli altri, per il Creato”. Diretto come pochi. Gli chiedo cosa apprezzi di questo settore oggi. “La storia. Ho avuto il piacere di conoscere dei grandi personaggi, di vivere cose straordinarie con i Quintarellli della Valpolicella, con gli Allegrini, personaggi che se passavo a casa loro a tarda notte si stava insieme ad assaggiare i vini, a provarli. C’era attenzione per le cose, perché allora mancavano, e si voleva far bene, nulla poteva essere lasciato al caso. Non c’erano sovvenzioni, aiuti, non c’era la comunità europea. Quando sbagliavano, avevano sbagliato e avevano perso loro”, risponde. Non si dimentica di ricordare i suoi grandi amici. “Mario Soldati ha scritto una bellissima pagina su di me in Vino al Vino, io l’ho letta dopo per caso. Eravamo in ottimi rapporti, era un po’ irruento ma in senso positivo. Io e Gino Veronelli eravamo molto amici, quando era nella merda mi chiamava per venirne fuori. C’era l’onestà di trovare strade logiche per uscirne. Abbiamo passato settimane insieme fra conferenze e dibattiti, abbiamo fatto divulgazione, mi ha portato in giro dicendomi che dovevo ascoltare le sofferenze dei contadini e aiutarli. Era uno che andava sul campo”. Aggiunge: “Qualsiasi errore che potesse fare era un errore onesto. I grandi personaggi ci hanno lasciato dei compiti da eseguire, insieme alle loro idee. Ma purtroppo quando uno se ne va è più semplice dimenticare che ricordare e fare fatica per continuare con tutto il patrimonio che ci è stato affidato”. E poi il Collio. “Il Collio è sparito perché sono spariti gli uomini, come Mario Schiopetto. Il Collio non è mai esistito, sono esistiti questi personaggi che hanno portato avanti la sua storia”. Nel racconto non può mancare Giacomo Bologna. “Un uomo irripetibile. Altro personaggio indimenticabile. Quando uno trova tutto fatto non capisce la fatica che si fa per ottenere qualcosa. Giacomo aveva una forza da leone, ha sempre superato tutto, abbiamo  discusso, lavorato e io l’ho aiutato moltissimo. Era pieno di idee, contrapposto a se stesso”. Gli chiedo quale sia il fil rouge nei suoi vini, a cosa sia rimasto fedele negli anni. “Non sono rimasto fedele ai vini ma alla natura, perché io devo proporre il risultato finale di un ciclo, perlomeno dalla fioritura alla maturazione. Dopo è compito mio interpretare l’andamento della natura, e ci si riesce con il mestiere, non c’è analisi che tenga. C’è anche un fattore di sensibilità, di avere degustato moltissimo, c’è la conoscenza tecnica delle cose. E poi c’è l’intuizione personale. La mia arte è quella della composizione, e composto il vino riesco a capire se dura e quanto può durare, e questo non è trasmissibile. Nei corsi, oggi, vanno a insegnare ciò che non hanno mai imparato”.