I segnali di distensione sui dazi tra Cina e Usa preoccupano il mondo del vino europeo. Gli Usa abbasseranno le tariffe alle frontiere sui beni importati dalla Cina e Pechino si impegnerà ad aumentare gli acquisti sui prodotti made in Usa, pare per un totale di 200 miliardi di dollari per i prossimi due anni, di cui 32 miliardi di dollari riguarderebbero prodotti alimentari. Un contesto preoccupante per il vino italiano, al quarto posto (con una quota del 6,6%) in Cina dopo Australia, Cile e Francia, ma davanti alla Spagna, secondo un’analisi di Coldiretti su dati wine monitor relativi ai primi cinque mesi del 2019. Cina, mercato strategico con crescita ininterrotta nei consumi e nella lista dei cinque paesi che consumano più vino al mondo, in testa alla classifica se si considerano i vini rossi. Cina che insieme ad altri due giganti asiatici, Corea del Sud e Giappone, è pronta per un’area di libero scambio trilaterale, in caldo da decenni, con cui i le tre potenze si intitolerebbero il 24% del commercio mondiale. E ora cosa accadrà nello scacchiere del commercio internazionale con un nuovo equilibrio tra Cina e Usa? Ne parliamo con Fabio Cavalera, già corrispondente da Pechino e Londra per il Corriere della Sera e presidente dell’associazione Walter Tobagi.

Cavalera, lei ha vissuto in Cina per un lungo periodo. Quali grandi trasformazioni dal punto di vista culturale, politico ed economico ha vissuto?

Dal punto di vista economico, gli anni dal 2003 al 2008, in cui sono stato corrispondente per il Corriere, sono quelli di crescita economica maggiore perché l’aumento del pil di anno in anno marciava a doppia cifra. Una crescita visibile ad occhio nudo per quanto riguarda l’aspetto urbanistico, industriale e di apertura economica del paese. Anche da un punto di vista culturale, perché il processo di apertura della Cina al mondo si è fatto più intenso in quei cinque anni. Nel 2008 ci sono state le olimpiadi, quindi lo sforzo della Cina di aprirsi e avere visibilità è stato notevole. Il divario tra campagna e città, invece, è ancora visibile, basta uscire dalle metropoli e lo si vede, però ogni quinquennio sempre meno. La povertà si registra soprattutto nelle campagne, ma è destinata a ridursi ulteriormente. Negli ultimi 15 – 20 anni almeno 500 milioni di cinesi sono usciti da questo stato, che significava guadagnare l’equivalente di un dollaro al giorno. Hanno fatto uno sforzo epocale. Da un punto di vista politico, la Cina è un paese autoritario. In superficie è cambiato poco, di più nella società e nel modo di pensare dei cinesi, persone molto legate al proprio paese, orgogliose, patriottiche e nazionaliste, che però sanno confrontarsi con il mondo. Il processo mentale di apertura è cresciuto e di conseguenza si è verificato un importante cambiamento culturale. È il paese con una adesione al principio del libero scambio maggiore di quella degli Stati Uniti o di altri paesi che sono campioni del liberismo. È chiaro che in tutti questi anni la Cina ha sfruttato bene le sue forze, la sua capacità di importare materie prime e creare valore aggiunto a basso costo per esportarlo, impostando così sulle esportazioni la sua fortuna economica. La Cina gode di una riserva valutaria enorme che ha tenuto stabile il paese. La sua linea economica è questa da anni, sia pur con aggiustamenti dovuti alle crisi  mondiali. Voglio ricordare che nel 2008 se siamo usciti dalla crisi finanziaria è stato in parte merito dello sforzo dell’amministrazione Obama e in larga parte della Cina, che ha tenuto la barra ferma e ha continuato a investire nei titoli di stato americani scongiurando così una crisi molto più catastrofica di quella che è stata. In questo modo l’economia mondiale si è rimessa in piedi.

La tregua commerciale Usa -Cina è quindi una realtà? 

Difficile capire le mosse di Trump, quello che vale oggi potrebbe non valere più domani. Mi pare che sia interesse sia cinese sia americano cercare un punto di equilibrio e archiviare le tensioni commerciali. Ma ora siamo alla prima fase di una possibile riduzione, cancellazione o slittamento dei dazi, che già è un piccolo passo avanti, ma prevedere esattamente cosa avverrà è veramente un’impresa, anche perché tra un anno ci saranno le elezioni e Trump avrà sicuramente bisogno di difendere il suo elettorato. Secondo me si comporterà come ha fatto in questi ultimi mesi, ossia tirerà la corda, la mollerà un pochino, la ritirerà, anche con l’Europa. Se parliamo di rapporti Usa – Cina, Trump ha preso l’impegno di una riduzione drastica del disavanzo commerciale, che è di 300 miliardi di dollari. Questo significa che la minaccia dei dazi rimarrà, poi potranno raggiungere accordi parziali. La Cina ha un interesse enorme a trovare un accordo, ma Trump, che forse non lo vuole dire perché ha le elezioni tra un anno, deve difendere tutto l’elettorato su uno dei punti caldi, ossia il riequilibrio dei rapporti commerciali con la Cina. Comunque non andiamo incontro a un periodo di certezze. Trump minaccerà, introdurrà, toglierà, si fermerà, congelerà, riprenderà. È fatto così. Nelle relazioni internazionali questo comportamento significa instabilità. La sua è una politica aggressiva che non porta risposte.

La distensione tra le due superpotenze quale scenario potrebbe aprire per il mercato del vino europeo? Un crollo dell’export in Cina?

Il mercato cinese del vino ha avuto un grande sviluppo negli ultimi dieci anni. L’incremento delle importazioni enoiche cinesi si è un attimo congelato nell’ultimo periodo, anche per via dei dazi sul vino americano, che ha sofferto un calo drastico delle vendite, più del 50%, in seguito alla guerra commerciale combattuta dal presidente Trump con aumenti tariffari alle frontiere. Di questa situazione si è avvantaggiata l’Italia, che è cresciuta del 6,4% a valore secondo i dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno. Il mercato cinese, potenzialmente enorme per il vino, è fatto sostanzialmente da alcune decine di milioni di cinesi di reddito medio alto, una fascia di mercato in espansione che punta sempre di più alla qualità non solo del vino ma di tutti i prodotti di consumo, di fascia alta e bassa. Non sono convinto che se vengono tolti i dazi sul vino americano quello italiano ne possa avere un grande automatica sofferenza, perché del vino italiano è apprezzata molto la qualità. Certamente soffriamo già rispetto a quei due o tre paesi che non hanno dazi sul vino, come Australia e Cile. Se verranno tolti i dazi ci sarà un po’ di sofferenza all’inizio, ma nel medio e lungo periodo il consumatore cinese saprà apprezzare la qualità del vino italiano.

La Cina è un mercato strategico che può essere rafforzato dall’accordo sulla nuova Via della Seta…

L’Italia, provocando anche una reazione stizzita dell’amministrazione americana, giustamente ha sottoscritto un memorandum di accordo con la Cina soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture. La nuova Via della Seta è un’opportunità straordinaria per noi e anche per l’Europa, che si riflette anche sul settore enoico. Le infrastrutture rendono più facili le esportazioni e aprono porte che prima erano chiuse. Questo è il progetto principe su cui il colosso asiatico sta investendo la sua credibilità politica ed economica. L’Italia in passato ha perso diversi treni per entrare nel mercato cinese, treni che non hanno perso la Germania, la Francia, il Regno Unito e altri paesi europei. Questa volta l’Italia ha fatto bene, starne fuori sarebbe stato un suicidio. Sottoscrivendo il memorandum si aprono le porte per futuri accordi commerciali anche sui beni di consumo e non solo sulle infrastrutture. Quindi anche sul vino. Si agevola tutto il settore del turismo. L’Italia è stata pigra culturalmente, intellettualmente e politicamente, ha perso decenni per provare a capire la Cina, lasciando il campo aperto ad altre nazioni europee. Dobbiamo recuperare terreno. Si è aperto un mercato che non era chiuso, non ci era precluso, ma nel quale facevamo fatica ad entrare. Adesso facciamo meno fatica.

La situazione politica instabile dell’Italia quanto influisce sulle relazioni commerciali con la Cina?

Agli occhi dei cinesi il vero problema dell’Italia è l’instabilità politica, che rende quasi impossibile fare degli accordi di lungo periodo. La volubilità dei governi che vanno e vengono la vedono come un vizio grave. Loro credono che sia più facile trattare con un governo stabile, che sanno che possa durare per una intera legislatura, che con un governo che oggi c’è e magari tra un anno non c’è più. Questo è il motivo per cui in passato hanno trovato più facile dialogare con la Germania o con la Francia ed è il motivo per cui sono molto attenti al processo di costruzione europea. Per i cinesi l’Europa significa stabilità, preferiscono una Europa unita a una Europa disunita, perché per loro è più facile avere un interlocutore unico piuttosto che dieci interlocutori di cui uno, l’Italia, instabile. Essendo molto pragmatici, avrebbero preferito il Regno Unito dentro l’Europa e non fuori, ma al tempo stesso sapevano che era uno degli anelli deboli dell’Unione. Secondo me in questo momento ragionano come ha ragionato la Merkel e come ragiona Macron, ossia che è meglio farla la Brexit e chiudere il balletto per offrire un quadro di certezza, poi certo ci sarà da aprire il capitolo degli accordi commerciali tra l’Europa e Londra. Staremo a vedere.