Novant’anni di Corriere Vinicolo. Un’antologia ragionata degli articoli e un profilo storico dell’Italia dal 1928 al 2018 per condividere con il grande pubblico la storia del giornale di Unione Italiana Vini, raccontando le vicende più importanti che hanno cambiato il mondo del vino a partire dal secolo scorso. Una storia, quella di Unione Italiana Vini, che nasce nel contesto economico produttivo lombardo. Ieri era direttore l’onorevole professor Arturo Marescalchi, oggi Giulio Somma. La presentazione del volume è avvenuta a Milano, al Corriere della Sera, Sala Dino Buzzati, con l’intervento delle grandi firme del noto quotidiano italiano che si sono raccontate sul vino in un originale talk show. E con le video testimonianze di Alzo Cazzullo, Gian Antonio Stella, Aldo Grasso e Isabella Bossi Fedrigotti a confronto con Ernesto Abbona, presidente di Marchesi di Barolo e Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, presidente di Marchesi Frescobaldi, Sandro Sartor, presidente di Ruffino, Domenico Zonin, presidente di Zonin 1821. Presenti il segretario generale di Unione Italiana Vini Paolo Castelletti e l’assessore all’Agricoltura di Regione Lombardia Fabio Rolfi. Moderatore dell’incontro Luciano Ferraro, caporedattore centrale del Corriere della Sera. “È un confronto fra le storie di ieri e quelle di oggi perché il passato ha ancora molto da insegnarci”, commenta Giulio Somma. “Mantenere vivo il dialogo fra passato e presente è in fondo il senso autentico di questo anniversario. I novant’anni del nostro giornale rappresentano un caso particolare, affascinante, di un settimanale dedicato al vino che dopo novant’anni continua ininterrottamente le sue pubblicazioni. Una storia che inizia proprio qui a Milano l’1 dicembre 1928, in un periodo di grande fermento culturale che vede sorgere in città diverse case editrici. È dalla tipografia Enrico Gualdoni che esce il primo numero con testata Il Commercio Vinicolo. Il vino ha un ruolo, una funzione e una presenza nella società e nella cultura che va oltre il peso economico del settore”. Il direttore continua: “Si parte da una serie di iniziative editoriali più piccole precedenti, che per oltre venticinque anni avevano raccontato le attività dell’unione lombarda fra i negozianti di vino, unione che rappresenta il primo nucleo fondatore di un’associazione tra operatori del settore in Italia e che poi si evolve nell’Unione Italiana Vini. Una realtà, quella del commercio e della produzione di vino lombardo, che dopo oltre centoventi anni continua ad essere una parte molto importante della nostra associazione, così come la vitivinicoltura di questa regione rimane tra le realtà produttive leader del nostro paese”.

Non mancano le riflessioni economiche. Se l’ultima indagine di Nomisma Wine Monitor sottolinea che i vini toscani dop vengono venduti al 75% in meno dei vini di Bordeaux all’estero, come si può far recuperare valore, quindi aumentare i ricavi delle aziende che faticano a produrre e vorrebbero incassare un po’ di più? Risponde Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi: “Scienza e cultura vanno di pari passo. Il vino è un prodotto di cultura, anzi non c’è prodotto che ha avuto nei secoli dei secoli la stessa attenzione, penso all’Odissea, al Vangelo. Quest’anno noi enologi festeggiamo il nostro congresso a Matera. Tra bere il vino e degustarlo c’è un’enorme differenza. Bere è l’azione meccanica senza cultura, degustare è invece l’approccio culturale dove coinvolgiamo non solo i cinque sensi ma l’anima e il cuore. Questo preambolo per dire che i francesi sanno fare cultura e ne fanno un plus per aumentare il valore del proprio vino, noi ancora no. Ed è questa la strada”.

Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana ricorda i primi articoli sul vino “che risalgono al 1900, circa vent’anni dopo la nascita del nostro quotidiano, avvenuta nel 1876. Da allora ce ne siamo occupati sempre di più, soprattutto nell’ultimo periodo, con semplicità e chiarezza, raccontando con il nostro stile, al di là di una terminologia tecnica. Sono quasi 130mila gli articoli del Corriere che parlano di vino, a testimonianza di come il giornale sia sempre stato attento alle dinamiche di questo settore e ai suoi risvolti sull’economia. Uno dei primi pezzi fu dedicato ai dazi, una questione che ciclicamente ritorna. Tante nostre firme se ne sono occupate nel corso degli anni, alcuni erano molto di più di semplici narratori, mi riferisco a Mario Soldati, Alberto Moravia, Luigi Veronelli”.

Per Aldo Cazzullo “il vino è convivialità, ci dice chi sono gli italiani, ma è anche fattore di coesione sociale, soprattutto negli ultimi tempi che è diventato sempre più importante dal punto di vista dell’economia produttiva”. Il giornalista, storica firma del Corriere della Sera, invita i colleghi “a essere seri e presenti sul campo per raccontare, con l’approccio sempre e solo sui fatti”. Con l’augurio che l’informazione sappia parlare ai giovani: “Un’informazione corretta racconta ai ragazzi che il vino è cultura, ha millenni di storia e li riguarda perché è fabula narratur, ossia è una storia che riguarda la nostra identità collettiva, quindi ognuno di noi”.

Gian Antonio Stella ci parla di politica, di Prosecco, di Tocai. “La sfida è stata vinta dagli ungheresi ma noi avremmo potuto giocare in modo diverso e meglio quella partita che ci ha impedito l’utilizzo di quel nome. Tutto dipende dalla politica e da quanto pesa il paese in quel momento nella storia comunitaria”. Stella ha scritto e interpretato lo spettacolo teatrale La tavola e il potere. In vino veritas, in cibo identitas, dove parla del rapporto fra i potenti, il cibo e il vino.”Offrire un grande pranzo e una bella bevuta agli ospiti è un’affermazione di potere. Tutto ciò che si mangia è potere e il vino in qualche modo perfino qualcosa di più perché è lo sfizio, aggiunge: classe, divertimento, lo stare bene, il senso di compagnia. Per secoli il cibo e il vino hanno viaggiato insieme”. Il 5 settembre del 2017 Stella ha puntato il dito contro il Prosecco attirandosi accuse di retorica e disfattismo, perché il vino è economia oltre la querelle tra grande e piccolo produttore e deve generare valore. “Vale per il Prosecco quello che vale per tante altre cose. Alcuni faticano a capire che tu senti amore se fai un atto di denuncia, ce la prendiamo con chi amiamo, dietro le denunce, a meno che uno sia prezzolato, c’è la voglia di far cambiare delle cose. Trovo inutile arrabbiarsi con chi punta il dito, è molto più produttivo andare a ritoccare i difetti, grandi o piccoli. Se nella media ci ritroviamo con dei prezzi che non corrispondono perché inferiori a quelli valutati dal giornale degli agricoltori c’è qualcosa che non funziona. E dirlo non significa fare un danno ai produttori seri, significa cercare il cambiamento. Sono occasioni di riflessione queste. È proprio perché vogliamo arrivare a vini ancora più buoni e onesti che diciamo queste cose”.