Quello che sto per raccontarvi è un viaggio avventuroso Milano – Armenia in moto. Un uomo, un giornalista si misura con i suoi limiti lungo strade fuori dalle classiche rotte turistiche. Il viaggio di Andrea Greco inizia il 20 maggio scorso e termina il 20 giugno, un mese dopo e con 10mila chilometri sulle spalle. In Armenia, patria di Noè e dell’Arca, in un canyon al confine con l’Iran e la Turchia, ricco di grotte naturali, per vivere un’esperienza unica: arrivare ad Areni nella caverna dove seimila anni fa vinificavano, primo esempio al mondo di cantina vinaria, sulle tracce del primo brindisi della storia. Nella provincia del Vayats Dzor si concentra ancora oggi la viticoltura armena.

Il rapporto uomo moto è un po’ zen: rischioso, faticoso, a volte azzardato ma sicuramente permette di guardare il mondo con i propri occhi, di ascoltare con le proprie orecchie e di riflettere senza compromessi. La moto riflette la personalità dell’individuo, il suo mondo interiore. Greco ci insegna che il viaggio in motocicletta è la metafora della vita e richiede impegno per trovare il proprio ruolo. Tecnica, razionalità e pazienza si saldano inevitabilmente alle emozioni, alle intuizioni, al caso che gioca un grande ruolo e ha sempre ma sempre l’ultima parola. Nulla è programmato nel dettaglio semplicemente perché non può esserlo. E un vero motociclista lo sa bene. Forse proprio per questo è diventato un motociclista: per il gusto della sfida, per la volontà di misurarsi con sé stesso, con le proprie capacità di improvvisazione, con gli inevitabili problemi, le preoccupazioni, i pensieri fluttuanti, i momenti belli e i momenti brutti. “Questa passione non so come nasce, mi abita fin da piccolo. A tre o quattro anni mi voltavo a ogni moto che passava. Ho iniziato guidando di nascosto la Moto Guzzi di mio papà, che me la vietava. Ma lui non era pazzo per le moto come me”, ci racconta Greco, 53 anni, milanese cresciuto a Roma. “A un certo punto mi sono trovato a fare un lungo viaggio perché avevo delle ferie arretrate e ho unito alla passione per la moto un motivo giornalistico. Sono partito da Milano, con una media di trecento chilometri al giorno, poi Roma, Brindisi, Igoumenitsa, attraversando tutta la Grecia, la Turchia, la Georgia fino all’Armenia, dove nel villaggio di Areni ho visitato la prima cantina di vinificazione della storia. Qui gli archeologi hanno rinvenuto una grotta scavata sul fianco roccioso di una montagna, nota come necropoli rupestre, nella quale si produceva vino seimila anni fa. Sono stati trovati resti di attività di pigiatura, fermentazione e conservazione del vino, ma anche raspi e semi di uva. Il vino veniva prodotto a partire dalla stessa varietà di vitis vinifera sativa usata ancora oggi e che si ritiene addomesticata già allora”. Grotta nella quale sono state trovate anche una ventina di tombe, motivo per cui si crede che la produzione di vino sia da mettere in stretta connessione con i riti funerari nella necropoli. “È come se le antiche popolazioni fossero andate via tre mesi fa. Ci sono gli otri, i vinaccioli, il catino di terracotta dove pigiavano l’uva. In Armenia ancora fanno vino dentro gli otri”. La vinificazione avviene da allora in grandi anfore di coccio sotto terra, dentro le quali si metteva il grappolo intero con i raspi. Il vino ottenuto restava a lungo in contatto con le fecce. “Nel viaggio di ritorno, invece, ho attraversato il Mar Nero con una nave cargo, sono arrivato a Odessa, città meravigliosa, poi Moldavia, Romania, Ungheria, Slovenia e di nuovo Milano. Ho incontrato un’umanità che mi porterò dentro a lungo: persone super gentili, super curiose, super calde. Mi hanno accolto con spirito di amicizia. Georgia e Armenia sono due paesi europei ma nessuno li considera, quasi non sappiamo che esistono, quindi quando qualcuno si spinge fino là vogliono farci capire che sono dei nostri, europei, che bevono il vino come noi, mangiano le nostre stesse cose. La Georgia ha una costa sul Mar Nero dove il clima è  molto simile all’Italia”. Greco si definisce un appassionato disordinato del vino. “Non ho studiato enologia, non sono sommelier, ma il vino mi interessa molto, mi incuriosisce, un po’ come la cucina. Adoro il Piemonte con i suoi rossi, alcuni Vermentini liguri e sardi, il Friuli, la Sicilia, il Veneto. Anche la Puglia ha ottimi rossi. Il mio abbinamento preferito, forse banale perché più che piatti elaborati amo i sapori netti e decisi, è la pasta con bottarga e cozze con un vino bianco secco e minerale. Di questo potrei campare”. Gli chiedo cosa porta con sé di questo viaggio. Mi risponde di getto: “La voglia di ripartire. L’anno prossimo ne farò un altro, ma stavolta andrò più lontano. Non sarà un itinerario legato al vino ma più storico e culturale. Vorrei arrivare dove inizia la Grande Muraglia cinese”. E perché no? In fondo il futuro appartiene a chi crede nella bellezza dei propri sogni.