RINNOVATO IL 75% DEL VIGNETO CHIANTI PER INVESTIMENTI PARI A 650 MILIONI DI EURO. OGGI SI PUNTA SULLA QUALITÀ PER STARE SUI MERCATI.

GIOVANNI BUSI: “L’OBIETTIVO È ARRIVARE A 130 MILIONI DI BOTTIGLIE IN 7 ANNI”.

LE SFIDE DEL FUTURO? CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO CONTENERE L’ALCOL.

INVESTIMENTI IN CINA, SUD EST ASIATICO E SUD AMERICA.

Tante le questioni snocciolate durante il convegno promosso dal Consorzio Vino Chianti alla Borsa di Milano. Vini rossi toscani Dop leader nel mercato europeo, nonostante l’exploit degli spumanti, complice una rinnovata qualità grazie ad investimenti in vigna: in dieci anni sono stati investiti 600 milioni di euro nella ristrutturazione dei vigneti Chianti. E poi il cambiamento climatico e il problema non secondario di “tenere a bada” il grado alcolico. “Qualche anno fa siamo arrivati a fare anche una variazione di disciplinare per questo problema, che è un problema vero, concreto. L’innalzamento della temperatura porta a un anticipo delle stagioni della vendemmia. Da bambino non si cominciava mai a vendemmiare prima del 5 ottobre, oggi ho quasi sessant’anni e la vendemmia il 15 settembre è già sulla griglia di partenza. L’altro aspetto da non trascurare per tenere sotto controllo l’alcol è quello di mettere un grappolo in più sulla pianta. Nel momento in cui la pianta produce tre grappoli di uva è chiaro che al 15 settembre si avrà una gradazione di 15 gradi alcol futuri che corrispondono ai 22-23 gradi Babo. Se aggiungiamo un grappolo, quindi lasciamo una potatura leggermente più lunga, la pianta fa più fatica ad arrivare al 15 settembre a maturazione, e il vino avrà una gradazione inferiore. La variazione era stata fatta 4-5 anni fa per portare la produzione del Chianti da 90 a 110 quintali di uva per ettaro. Riusciamo ad arrivare sui mercati di tutto il mondo con prezzi più competitivi se i costi di produzione sono gli stessi ma la quantità è maggiore. Sui mercati tradizionali europei, pur mantenendo una posizione ottima, si fa più fatica a vendere i vini rossi complice l’exploit degli spumanti, questo è il motivo per cui andiamo a cercare nuovi sbocchi commerciali fuori dall’UE. In Cina, per esempio, accettano solo i vini rossi fermi, quindi per noi è un paese da attenzionare. Sembra che nei prossimi sette anni la Cina aumenterà le importazioni e quindi il consumo di vino. La Francia detiene il 50-51% di vendite sul mercato cinese ma non può crescere più di tanto, ha comunque altri mercati”. E a proposito dei prezzi: “La vendemmia 2017 è stata terribile, con il 40% di perdita del prodotto, che per un agricoltore che ha margini dal 5 al 10% è un danno non trascurabile. La diminuzione della produzione ha portato a un aumento dei prezzi, ma nel momento in cui torniamo ai nostri quantitativi standard, e questo accadrà nel 2019, è chiaro che se l’offerta aumenta il prezzo si ristabilisce”. Il Chianti guarda ai millennials: “I giovani sono per noi importanti. La nostra comunicazione è rivolta soprattutto a loro. Il logo del Chianti ha estrapolato il concetto di vino vecchio, della tradizione per traslarlo in un mondo virtuale più giovanile con la lettera C con due punti rossi sopra: girandola diventa uno smile. Vogliamo lanciare l’immagine del Chianti come vino pop, conviviale. Il sangiovese è un vino che a tavola sta benissimo con la sua tannicità e la sua acidità. Bevuto a 17 gradi è ottimo anche nel mese di luglio”.

Qualità ed investimenti. Continua Busi: “Il Chianti è una grande denominazione e cercare di attuare politiche vitivinicole ed economiche è sempre abbastanza complicato. Raggruppa tremila imprese, riuscire a coordinarle non è semplice. Il fondo del barile lo abbiamo toccato nel 2010-2011 quando abbiamo registrato un surplus di produzione con un mercato ancora non ben definito. Abbiamo cercato di ragionare su quali potevano essere le opportunità di sviluppo e abbiamo capito che significava arrivare su qualsiasi piazza del mondo con una qualità che doveva essere cambiata. Oggi non si bevono più vini cattivi e stare sul mercato è impossibile se non c’è qualità, che diventa la condicio sine qua. Le nostre imprese dovevano essere più competitive. L’agricoltura non è più soltanto un bene di famiglia, come veniva concepita fino a qualche tempo fa quando in campagna ci si metteva il figlio meno adatto per fare altri lavori. Oggi abbiamo delle vere e proprie aziende che devono generare reddito, che hanno dipendenti, che devono creare sviluppo e lavoro per il territorio. Accanto a grandi imprese conosciute c’è anche il piccolo agricoltore che coltiva un ettaro di vigneto che si trova intorno al paese e che mai nessuna delle grandi aziende andrà a coltivare perché diventa un’operazione antieconomica. Questo per dire che in qualche modo serve tutto e dobbiamo tutelare tutti. Quindi diventava prioritario andare ad investire nel proprio vigneto perché è da lì che dovevamo ripartire. Abbiamo iniziato una battaglia nei confronti del ministero per fare aumentare il contributo ad ettaro e far così decollare gli investimenti in vigna. Le nostre imprese erano allo stremo, con giacenze e prezzi molto bassi di vendita dello sfuso. Siamo riusciti ad arrivare quasi al raddoppio del contributo e dall’allora cifra di circa 8500 € siamo arrivati oggi a quasi 17mila € di contributo a fondo perduto per la ristrutturazione. In 10 anni è stato rinnovato il 75% del vigneto: con una superficie totale di 20mila ettari 15mila sono stati rinnovati, per una cifra pari a 650 milioni di euro. Oggi produciamo circa 850mila ettolitri di vino, che consistono in oltre 100 milioni di bottiglie, ma contiamo di arrivare al milione di ettolitri, ossia 120-130 milioni di bottiglie, nei prossimi 6-7 anni”.

Mercati. “Il  nostro primo paese per export sono gli Stati Uniti, seguono Germania, Inghilterra e Canada. Cosa succederà con la brexit non lo sappiamo. Ci preoccupiamo ma non ci spaventiamo, se vogliamo aumentare di 20-30 milioni la nostra capacità di vendita non possiamo sperare solo nell’Inghilterra ma dobbiamo guardare oltre i confini europei. Stiamo investendo moltissimo  in Cina, nel Sud Est Asiatico e in Sud America. Ci dispiace che i vari contributi OCM che vengono elargiti per la promozione nei  paesi extraeuropei non possano essere utilizzati anche per l’Europa perché se li potessimo riversare nel nostro paese si creerebbe un ciclo virtuoso”.