Dopo l’articolo di apertura, la nostra intervista al nuovo direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, Carlo Veronese, entra nel vivo. Sotto la lente di ingrandimento le varie criticità con cui si sta misurando ora, e seriamente per la prima volta, un territorio, l’Oltrepò Pavese, che con i suoi oltre 13 mila ettari vitati è una zona geograficamente immensa rispetto alla Lugana, dove il direttore ha vissuto e lavorato fino all’assunzione del nuovo incarico (e dove tuttora vive). Oltrepò che è il più grande territorio e l’unico di tradizione agrovitivinicola della Lombardia, tanto che produce circa il 65% dei vini DOC dell’intera regione. “In questa zona si fa vino da sempre e questo comporta che ci sia una grande frammentazione con tante aziende medio piccole e importanti realtà sociali che nascono per aiutare i piccoli produttori di uva ad andare sul mercato. Si tratta di realtà oggi viste non sempre con occhio positivo, ma sono nate, come tutte le cooperative, per essere di supporto al mondo agricolo”, spiega Carlo Veronese. Faccio notare però che le cooperative funzionano solo in Trentino Alto Adige (le cosiddette bianche) ed Emilia Romagna (rosse). “Funzionano ovunque, funzionano dove ci sono intorno dei soci che le fanno funzionare e se tutti i soci sono collegati anche a livello mentale alla cooperativa. Se invece la cooperativa serve solo come luogo dove scaricare il problema, per la serie faccio uva e la porto alla cantina tanto si arrangiano loro, allora non può funzionare. Mi sento ripetere spesso che la Lugana è una sorta di oasi felice perché non ci sono le cooperative. Non è così automatico, noi non abbiamo le cooperative però in certi momenti, di sovrapproduzione, siamo andati a cercarle. Per anni in Lugana si è pensato di creare una cooperativa perché una serie di aziende avevano uva ma non riuscivano ad andare sul mercato, e da lì l’idea di creare una struttura che potesse vinificare e aiutare i piccoli viticoltori. Il tentativo è poi abortito perché tre o quattro aziende molto grandi hanno acquisito il prodotto, come Visconti a Desenzano, oggi Ca’ dei Frati e Cà Maiol, fra gli altri. Venti o venticinque anni fa, in anticipo rispetto ad altre aree vitivinicole, crescendo anche le aziende medie, l’uva non era più sufficiente. L’Oltrepò per certi versi è indietro rispetto ai territori vicini. Paga lo scotto di partire più tardi, di muoversi solo ora a causa della sua marcata frammentazione. Fino a poco tempo fa tutte le cantine, anche le più piccole, sono riuscite a vendere il loro prodotto grazie alla vicinanza con Milano e sono così sopravvissute piccole se non piccolissime realtà. Ma oggi le cose sono cambiate. Se l’azienda vuole andare avanti non bastano più uno o due ettari ma bisogna prendere in affitto altra terra o comprarla, e se nessuno va avanti perché non c’è il ricambio generazionale interno alla famiglia si vende ai vicini che si ingrandiscono e da lì si riparte con nuove forze. Oggi abbiamo tanti giovani che stanno prendendo in mano le aziende dei genitori, sono loro che porteranno avanti l’attività e il territorio. E magari queste aziende avranno bisogno di meno tempo rispetto al passato per crescere perché il mondo è cambiato: ci sono i social media, c’è tanta possibilità di muoversi, ci sono aiuti pubblici”.  Veronese si mette in gioco nel corso della nostra intervista, ha intenzione e voglia di far quadrare le cose. Ma su quali vini puntare in un territorio così variegato e con una produzione così sfaccettata? Non ha dubbi: “Ogni azienda in media fa tanti vini, ma il consorzio non può promuoverne un elenco sterminato, quindi sceglierà, anzi sta già scegliendo un gruppo di prodotti che saranno portati in giro. In primis il territorio è un grande serbatoio di Pinot nero, è la più grande area di Pinot nero dopo la Francia. Punteremo sicuramente sul Metodo Classico bianco e Cruasé. Il Cruasé è stato il grande progetto di Carlo Alberto Panont: bisogna riprenderlo in mano. Il nome ‘Cruasé’ è di proprietà del territorio, identifica un vino. Poi punteremo sul Pinot nero vinificato in nero in una versione giovane e strutturata e sul Riesling. Ho assaggiato dei Riesling meravigliosi, ad occhi chiusi non si sarebbero potuti distinguere dai cugini delle zone più vocate nel mondo come la Mosella. L’Oltrepò con i suoi oltre 1300 ettari vitati a Riesling, tra renano e italico, per una produzione di 160mila quintali, è una delle zone più grandi d’Europa per la coltivazione di questo vitigno”. Ricordiamo che la parte più vocata è l’Oltrepò Pavese centrale. Un mare di vigne che fra Montalto Pavese, Oliva Gessi, parte di Casteggio, Mornico Losana e Rocca de’ Giorgi rappresenta il 30% della produzione con 500 ha impiantati. Prosegue Veronese: “Altro vino tipicamente territoriale è la Bonarda. Sedici aziende si sono messe insieme per creare un discorso qualitativo su questo vino, ma è un punto di partenza, non di arrivo. La rappresentatività sulla Bonarda è intorno al 70% , che insieme al Metodo Classico, al Sangue di Giuda e al Pinot grigio ci permette di avere i numeri per l’erga omnes. E poi, fra i vini dolci, il Sangue di Giuda, però va trovato un equilibrio, o anche il Moscato se penso alla qualità di Volpara. Il Buttafuoco ci potrebbe essere nel nostro racconto ma deve scegliere se vuole stare con il consorzio o meno. È un bel vino, ha storytelling, io lo porterei in giro, ma nel momento in cui le aziende non ci credono no. Mi serve almeno il 66% della produzione e il 40% delle teste: oggi ho il 30% delle teste e il 40% della produzione, mi mancano 7 aziende e 500 ettolitri che ci credano. A breve decideremo se dentro questa struttura o fuori. Non è tempo di indecisioni. Il consorzio deve lavorare per tutti, grandi e piccoli, in un progetto condiviso”. Tanti centri di potere sul territorio non rischiano di essere dispersivi? Veronese incalza: “L’unico ente deputato per la promozione di un territorio vitivinicolo è il consorzio. Se questo riuscisse a partire e a lavorare bene potrebbe inglobare buona parte di altre realtà, e lì non ci sarebbe più bisogno di creare un’associazione staccata per fare alcune cose. Nei luoghi grandi la politica aveva interesse al cosiddetto ‘divide et impera’, ma oggi è cambiato anche il mondo politico, abbiamo la fortuna di avere forze nuove che vengono da una crescita diversa e questo motto latino non ha più senso. Non ha senso andare negli USA per parlare di un’associazione e non avere presenti i vini di tutti. In Lugana quando si partecipa agli eventi si trova vicino a chi fa trenta milioni di bottiglie chi ne fa ‘solo’ trentamila. Un giornalista che arriva sul territorio e conosce il grande produttore di riferimento va a cercare la piccola azienda e di quella scrive perché è incuriosito, poi la cifra del territorio sarà confermata dai grandi”. Il ruolo fondamentale dei top player è quello di essere delle teste d’ariete sui mercati internazionali. “In questi anni i grandi player dell’Oltrepò non hanno saputo creare un’immagine aziendale legata al territorio. Questa è una zona che è il doppio in dimensioni della Valpolicella, ma la Valpolicella negli anni è riuscita a creare un gruppo di 20, 30 o 40 aziende importanti, leader, sotto poi c’è un altro gruppo di 200 aziende meno importanti che però lavorano bene. Le nostre cantine invece, mi riferisco all’Oltrepò, non sono riuscite a sfondare un po’ perché fanno fatica a stare insieme, un po’ perché mancano le teste d’ariete che facciano da traino. In tutte le zone c’è un gruppo di player importanti che sfondano il mercato e fanno da prodotto di penetrazione. Ma non bisogna essere individualisti, bisogna rivendicare il nome del territorio. Se uno dei grandi brand dell’Oltrepò va all’estero ma non si lega al territorio di provenienza fa il suo bene ma non partecipa alla crescita e quindi alla fine il vino non si rivaluterà mai nel prezzo. Nel caso degli spumanti abbiamo tanti VSQ, di grande qualità non discuto, a dimostrazione che l’Oltrepò è vocato, ma diventa difficile identificarlo se sull’etichetta metto il nome di fantasia dell’azienda e non quello territoriale. Così facendo quel prodotto potrebbe provenire da qualsiasi luogo ed essere fatto con qualsiasi cosa. Ballabio ha una qualità altissima, quest’anno ha preso i Tre Bicchieri, meritatissimi, ma per scelta aziendale è uno di quelli che non rivendica la denominazione, i suoi spumanti sono VSQ. Io consorzio promuovo le aziende che mi pagano la quota, che rivendicano la denominazione, che sono poi quelle che credono nel prodotto e mettono il nome Oltrepò Pavese sulla bottiglia. Se vogliamo crescere e rivalutare la zona dobbiamo fare questo in un’ottica unitaria. Ripeto l’individualismo non fa bene”. Veronese ha le idee chiare. “Dal primo settembre si promuovono principalmente i prodotti di territorio. Siamo in un momento di trapasso, ancora nelle prossime degustazioni ci saranno prodotti a denominazione e meno, ma già al Merano Wine Festival avremo uno spazio di 50 metri quadrati sulla piazza principale dove verranno promosse solo bollicine a denominazione. All’organizzazione del Merano abbiamo chiesto di aumentare le aziende, l’anno scorso erano due, quest’anno sono sette”. E conclude: “Io vengo da fuori, qui assaggio prodotti magnifici e non ho legami particolari con nessuno, quindi è mio interesse far funzionare le cose, perlomeno provarci”. E ribadisce le tre parole chiave su cui puntare: “Territorio, vini di territorio, manifestazioni italiane ed estere. Dobbiamo alzare la forbice alta, quella bassa ce l’abbiamo già, perché l’Oltrepò è in discount dappertutto. Partiamo dalla Svizzera, sotto casa e ad alto reddito, dove le aziende stanno avendo successo. Io alle cantine dico sempre una cosa: volete essere Dacia o Lamborghini? Dacia la siete già, per diventare Lamborghini bisogna rimboccarsi le maniche. Facciamolo, io sono pronto”.