All’estero finisce il 95% della produzione per un totale di 245 milioni di bottiglie. Numeri importanti per il Pinot Grigio delle Venezie, una risorsa per la viticoltura veneta, che in questo anno che si sta per chiudere ha affrontato la prima vera prova sui mercati internazionali mettendo a segno anche un +35% di vendite all’estero rispetto al 2018 (e un + 6% sul mercato italiano). “Abbiamo attivato strategie di marketing efficaci”, spiega Albino Armani, presidente del Consorzio del Pinot Grigio delle Venezie. “Negli Stati Uniti finisce il 37% delle quote export, a seguire Gran Bretagna con il 27% e Germania con il 10%. La nostra preoccupazione maggiore è la Brexit, visto che il Regno Unito è sempre stato ed è uno dei principali mercati di sbocco. Temiamo una possibile perdita del potere di acquisto. Auspico a breve un’area di libero scambio tra Ue e Uk”. La macrodoc creata nel 2017, che quest’anno ha concluso la sua terza vendemmia, abbraccia Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia e si sovrappone a 18 denominazioni preesistenti, confermandosi come la più estesa denominazione di origine controllata italiana. Il marchio rappresenta il 10% del Pinot Grigio mondiale, l’85% di quello italiano. “Siamo soddisfatti perché questi risultati importanti sono stati ottenuti senza cedere sul prezzo, ma bisogna continuare a lavorare, far capire sempre di più il valore del Pinot Grigio del Triveneto e renderlo riconoscibile”, continua Armani. Il prezzo medio a scaffale sui mercati esteri è stabile tra i 6,50 e i 7,50 euro a bottiglia, in Italia si aggira sui 5 euro al litro. “Si registra un punto di equilibrio tra domanda e offerta, con tenuta dei prezzi, che era il primo obiettivo del consorzio quando è nato. Abbiamo rispettato gli step. Importante è essere coesi e che i singoli produttori lavorino sempre con serietà pensando al bene della denominazione, senza cedere sul fronte del prezzo pur di guadagnare spazi personali”.