LA FIERA LEADER MONDIALE PER VINI E LIQUORI COMPIE 25 ANNI.

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Sostenibilità ambientale e riciclo (“sustainability and zero waste”), vini d’altura e viticoltura eroica, il ritorno dei field blends e i vitigni chenin e gamay sono alcuni dei focus sui quali riflettere quest’anno alla Prowein. In programma a Dusseldorf da domenica 17 a martedì 19 marzo, Prowein è la fiera orientata al business che più di ogni altra ha registrato un’evoluzione dinamica, fino a confermarsi come l’appuntamento più internazionale del settore quanto a partecipazione di aziende estere da differenti paesi. Oltre 500 gli eventi nei dieci padiglioni della fiera, fra cui seminari per insider, degustazioni, masterclass, convegni, fino agli eventi serali ProWein goes City in 60 location della città. Un’edizione che come aveva spiegato Marius Berlemann, general manager di Messe Dusseldorf Shanghai, punta più di ogni altra all’internazionalizzazione, rilanciandosi con successo nell’area asiatica del Pacifico con ProWein Asia a Hong Kong dal 7 al 10 maggio e con Prowein China a Shanghai dal 12 al 14 novembre, già fissata la data di Singapore 2020 (31 marzo-30 aprile). Singapore con il più alto potenziale di crescita nei prossimi cinque anni.

L’Italia con oltre 1700 espositori (padiglioni 15 e 16), a fronte di oltre 7000 complessivi, si conferma prima per presenze, già record nel 2017 con il numero impressionante di 1600 cantine, ossia il 24% del totale, superando anche allora la Francia, paese che aveva dato un impulso decisivo alla nascita della Prowein un quarto di secolo fa e in questa edizione suo partner. Insieme Italia e Francia rappresentano metà degli espositori. Piemonte, Toscana e Puglia sono le regioni più rappresentate con 280, 235 e 119 aziende. L’obiettivo è rafforzare il brand Italia in Germania, secondo mercato di esportazione del vino italiano per un controvalore che supera i 900 milioni di euro, ma anche in Asia, dove Prowein gode di un focus consolidato, ma dove l’Italia è ancora lontana dalle performance di Francia e Australia. Quanto al mercato tedesco, il Belpaese si è confermato nel 2017 fornitore leader coprendo il 36% dell’import complessivo (+3,5% nel periodo 2013-2017, dati ICE). Italia che porterà per la prima volta nei suoi stand l’olio extra vergine di oliva con degustazioni a cura della Fondazione Italiana Sommelier.

Chenin e gamay, dicevamo. Fra i vitigni più sottovalutati dello scenario enologico mondiale perché ancora agganciati all’idea ossessiva di vini ordinari. #chenincheninchenin è il grido di battaglia di un esercito di sommelier, guidati da Pascaline Lepeltier, che punta a rivalutare lo chenin blanc, una varietà che sa regalare vini dalla vibrante acidità, in questo secondi solo al Riesling. La Lepeltier, sommelier del Racines di Tribeca, a New York, ma nativa della Loira, prima donna Meilleur Sommelier de France, è impegnata a nobilitare questo vitigno, fra quelli a bacca bianca più diffusi in Sud Africa. Chenin dagli aromi più discreti del Riesling, quindi più versatile negli abbinamenti. Chenin in grado di dar vita a vini robusti e longevi: da vini secchi a quelli dolci e muffati agli spumanti. E il gamay, vitigno autoctono della Borgogna, meno diffuso nel mondo dello chenin, tradizionalmente associato con i vini di Beaujolais, soprattutto con i Nouveau. Modesta alcolicità, ridotta quantità di tannini, elevata acidità fanno ritenere il gamay un vino bianco dal colore rosso. Ma a Prowein grande è l’interesse anche per i vini da vigneti d’altura, con una crescente attenzione da parte dei viticoltori di tutto il mondo: dai Riesling delle montagne del Colorado (1975 m) al Moscato del Tibet, sul cui altopiano (3563 m) si trova il vigneto più alto del pianeta (a sancirlo il Guinness World Records). Al secondo posto per altitudine Bodegas Colomé, in Argentina, con il vigneto Altura Maxima (3111 m). Vigne più fragili, temperature estreme, agricoltura che deve fare i conti con costi di produzione maggiori, in certi casi storie di straordinaria follia più che di coraggio. Sfide. Sicuramente vini unici, di grande eleganza e finezza, tirature limitate che affascinano nicchie crescenti di consumatori. Basti pensare alla Ribera del Duero, con vigneti sui 1000 metri, ma anche all’altopiano de La Rioja argentina e allo Chardonnay di Bodega Catena Zapata, che con il vigneto Adrianna, a 1450 metri, è l’esempio più estremo che questa varietà raggiunge nel mondo, tanto da essere considerato vigneto Grand Cru del Sud America (http://www.catenainstitute.com). Catena Zapata che con il Malbec  2016 del vigneto Adrianna ha ottenuto i 100 punti di Robert Parker. Altro esempio di viticoltura d’altura ce lo offre Susana Balbo winery a 1250 metri. Esperienze uniche nel bicchiere. Siamo nella regione vinicola Lujan de Cuyo, terra di grandi Malbec. Focus anche sul Cile, dove la vite fu portata dai colonizzatori spagnoli. Nel 2018 sono stati 13 i milioni di ettolitri prodotti, suo massimo storico, con una quota sempre molto importante di vini di qualità, una diversificazione dei vitigni e lo spostamento dai rossi ai bianchi. Cile che dimostra carattere e di saper alzare l’asticella qualitativa grazie a nomi come Santa Rita, Concha y Toro, San Pedro e alla cooperazione fra le realtà più piccole, come Movi e Vigno: la prima associazione promuove il vino artigianale, la seconda è impegnata nel rilancio della varietà carignano.

Da non perdere lo stand The 12 Family Wine Estates of Primum Familiae Vini (Hall 12 stand A29), con Marchesi Antinori, Baron Philippe de Rothschild, Domaine Joseph Drouhin, Famille Hugel, Egon Muller Scharzhof, Famille Perrin, Champagne Pol Roger, Tenuta San Guido, The Symington Family Estates, Miguel Torres e Vega Sicilia. Ma anche la Champagne Lounge (Hall 12), al centro dell’Area Champagne, con 40 maison storiche e oltre 150 marchi. L’ampia Area Degustazione, dedicata ai vini biologici, propone i vini vincitori dell’edizione primaverile di Mundus Vini. Si allarga il settore del Same but different, lanciato nel 2018 e dedicato alle bevande di produzione artigianale (birre, liquori, sidri). Nasce una nuova cultura dell’aperitivo che fa della sostenibilità un mantra, modellata sullo slogan “Zero Waste: massimo riciclaggio dietro al bancone”.