Il deputato ed accademico Renato Brunetta, sotto il cui impulso è quasi realtà la legge, a gennaio in Aula, sulla valorizzazione dell’enogastronomia italiana, commenta in esclusiva per Winestopandgo la digital tax e lo scenario del vino italiano che si andrà a delineare nei prossimi mesi con le ritorsioni minacciate da Trump.

Onorevole, cosa ne pensa della digital tax con cui la Francia ha tassato i colossi del web? 

La digital tax è una misura legittima quando persegue l’obiettivo di colpire i giganti del web che spesso sfuggono alle regole del fisco. Lo studio di Mediobanca realizzato sui primi 25 gruppi al mondo della Rete e del software rileva che i giganti del web hanno un fatturato globale superiore agli 850 miliardi di euro e dichiarano 110 miliardi di utili. Grazie alla scelta mirata di sedi fiscali favorevoli, nonostante operino capillarmente in ogni Paese e tra questi anche in Italia, secondo Mediobanca hanno pagato tasse per una aliquota effettiva del 14,1%, inferiore addirittura a quella nominale media del 22,5%. Dei 25 giganti solo 15 hanno aperto una sede in Italia e dai 14 bilanci depositati risulta che in Italia denunciano un fatturato complessivo di circa 2,4 miliardi, pari allo 0,3% di quello globale. A questa cifra è corrisposto il versamento di imposte per 64 mln di euro, pari al 2,7% del fatturato, in crescita rispetto all’anno precedente, quando il fisco aveva incassato 59 mln, e hanno pagato sanzioni all’erario per 39 mln di euro, questa voce in calo rispetto ai 73 mln del 2017. A ciò si aggiunga che una larghissima parte del fatturato complessivo prodotto in Italia, circa 31 miliardi, più di dieci volte di quello denunciato, viene dichiarato non nel nostro Paese, ma in altri Stati come Lussemburgo e Paesi Bassi. Tutto denaro sottratto all’Italia.

Come dovrebbe comportarsi l’Italia in merito? Seguire l’esempio francese? 

La digital tax, così come concepita dalla Commissione europea, dall’Ocse e dalla legislazione francese, è basata su un presupposto fondamentale: colpire l’asimmetria fiscale che penalizza le aziende che operano nei territori nazionali e agevolare i giganti del web. Tuttavia, proprio a fine novembre, ministri degli stati membri dell’Unione europea hanno respinto la proposta di introdurre una rendicontazione paese per paese per le società multinazionali, che avrebbe obbligato a rendere pubblici i dati relativi all’ammontare delle imposte che pagano in ogni paese: era la base necessaria per individuare una proposta comune di web tax europea. Sarebbe bastato un solo altro voto favorevole, ma la Germania si è astenuta. L’UE quindi procede in ordine sparso e i singoli Stati sono deboli di fronte al gigante americano. A livello nazionale, la proposta iniziale governo giallorosso nella legge di bilancio, colpisce i giganti del web, ma anche le imprese italiane. Il prelievo del 3% produrrà effetti inevitabili anche sulle nostre imprese che effettuano vendite internazionali di prodotti Made in Italy. È proprio quello che dobbiamo scongiurare. A nostro avviso bisogna assolutamente precisare che i 750 milioni di ricavi mondiali si calcolano esclusivamente come ricavi digitali e non anche come ricavi della manifattura o del Made in Italy del nostro Paese. È fondamentale non creare confusione e difendere le nostre eccellenze nazionali.

Francia nel mirino di Trump. Onorevole, quale scenario si aprirà da metà gennaio? Trump metterà in pratica come ritorsione il minacciato aumento al 100% dei dazi sull’agroalimentare, 2,4 miliardi di prodotti colpiti, o ci sarà una nuova negoziazione?

Le intenzioni di Trump mi sembrano piuttosto chiare al pari di quelle della Francia. I dazi Usa, relativa alla vicenda Airbus, hanno colpito la Francia per circa 3 miliardi di dollari, prevalentemente nel settore vino. Se i dati venissero applicati alla Francia gli effetti sull’Europa e sul nostro Paese sono piuttosto imprevedibili. La lista delle esportazioni che potrebbero essere colpite è sterminata e c’è un elevato grado di discrezionalità. Se il dazio al 25% ha colpito un mercato da 421 milioni di euro, un dazio del 100% su una vasta gamma di prodotti sarebbe catastrofico. Prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello, già in difficoltà con i dazi al 25%, con l’aumento al 100% sarebbero completamente fuori mercato negli Stati Uniti, che si collocano al terzo posto tra i principali ‘italian food buyer’ dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna.

Bruxelles in questi giorni ha risposto ai dazi di Trump sull’agroalimentare con un aumento del 50/60% del contributo Ue alla campagna di promozione del vino, all’interno dell’OCM. Vede adeguata questa prima risposta comunitaria? Secondo lei cosa si dovrebbe fare a livello sovranazionale?

Si tratta di una proposta che dobbiamo accogliere con grande favore. Qualsiasi iniziativa, come questa, deve considerarsi come un passo fondamentale per tutelare il Made in Italy.È necessario che il livello sovranazionale si impegni per sostenere i produttori europei nel mantenere le quote di mercato faticosamente guadagnate in un Paese come gli Stati Uniti che rappresenta uno dei principali mercati di export per il vino non solo italiano, ma anche europeo. Tuttavia un confronto con gli Stati Uniti sulla web tax andrebbe aperto in sede OCSE (organizzazione che peraltro sta tentando una mediazione), non dai singoli Stati, ma dall’UE nel suo complesso. Qui non si tratta di colpire aiuti di Stato. Si tratta di parificare la tassazione tra chi compra su Amazon e chi compra in un negozio di vicinato. L’e-commerce, proprio perché non paga le stesse tasse, sta distruggendo il commercio tradizionale: cresce con un aumento medio del 24% l’anno, a fronte di un calo del 2% delle aziende di commercio al dettaglio (Il Sole 24 Ore del 25 febbraio 2019). Il paradosso vuole che lo sta distruggendo anche negli Stati Uniti: questo appiattimento sui giganti del web finisce col colpire la base elettorale di Trump.

Anche l’Italia del vino sarà intaccata dalle misure minacciate da Trump visto che nella legge di bilancio del 2020 è prevista un’aliquota del 3% per i giganti tecnologici? 

Si, c’è molto da temere. Rammento che il Parmigiano è stato colpito anche per favorire i produttori di Parmesan americani. Gli Stati Uniti sono la prima destinazione del vino italiano, per un controvalore di circa 1,5 miliardi di euro e un volume pari a un quarto del totale dell’export nazionale di vino. Ma la California ormai fa vini eccellenti. L’interscambio commerciale Italia Usa è nettamente a nostro favore. Quindi in una guerra commerciale con gli USA abbiamo da perdere molto di più di quanto non incasseremmo con la digital tax. Invece nella legge di bilancio, il tema viene affrontato con estrema superficialità.

Caso Airbus. A seguito della nuova tensione creata dalla Digital tax è possibile un inasprimento dei dazi che già avevano colpito con tariffe del 25% alcuni prodotti Made in Italy? Come dovrebbe comportarsi il governo italiano?

L’ultima cosa di cui l’Europa, e tanto più l’Italia, ha bisogno è una guerra commerciale con gli Stati Uniti. L’atteggiamento del Ministro degli esteri, Luigi Di Maio, che con molta leggerezza ha sostenuto che da parte degli USA non vi è nessuna minaccia, mi sembra piuttosto approssimativo. Bisogna muoversi a tutela delle nostre imprese, salvaguardando il Made in Italy, senza trascurare il fatto che le esportazioni agroalimentari negli Stati Uniti valgano il 30 per cento di tutte le esportazioni fuori dall’Unione Europea, per un valore di circa 4,1 miliardi di euro, con un trend generale di crescita in alcuni casi a due cifre. Quindi stiamo molto attenti a quel che facciamo. C’è bisogno di interlocuzioni preventive e ad alto livello. Non di chiacchiere.