I nostri appunti viaggio vi portano oggi sulle isole Azzorre, in Portogallo, in pieno isolamento nel bel mezzo dell’oceano Atlantico. Una rotta diversa dal solito per degustare vini che nascono da rocce basaltiche, un tempo serviti sulla tavola degli zar di Russia, e per godere di una natura incontaminata, sovrana, dove il trekking diventa una necessità. Nove isole vulcaniche a metà strada tra l’Europa e l’America. Oltre alla bellezza paesaggistica, alle piscine naturali e ai cottage sparsi qua e là, come non vivere l’esperienza della carne cotta nell’incandescente terra vulcanica a Sao Miguel (il cosiddetto cozido da furnas) o non gustarsi uno degli ottimi formaggi locali, che hanno ormai una storia che risale al 1470, quando arrivarono i fiamminghi. Formaggi prodotti con il latte dei tanti pascoli, dove ritroviamo il profumo della menta selvatica che si libera nell’aria. Un esempio il Queijo Sao Jorge, che matura su un letto di bambù, e il Queijo Sao Joao do Pico. Azzorre da vivere e da gustare. Imperdibile il pesce appena pescato, soprattutto baccalà, polpo e tonno, vera specialità culinaria delle isole insieme ai frutti di mare che non si trovano altrove come lapas (patelle) o cavaco, una specie di aragosta saporita e tenera. A Sao Miguel è possibile visitare l’unica piantagione di té del continente europeo.

E naturalmente il vino, influenzato dal terreno vulcanico su cui crescono le viti, le cui radici devono farsi strada fra le fenditure delle rocce laviche. Poche altre piante riuscirebbero a vivere in condizioni climatiche così estreme, su suolo quasi inesistente e povero di sostanza organica. Sono vini di singolare personalità, molto territoriali, magnificamente sapidi, intensi, dal sapore salmastro e iodato, dalle acidità vibranti, nervosi. Le rese in vigna sono molto basse. La viticoltura alle Azzorre fu introdotta dai frati francescani nel 1450 con la scoperta di queste isole. Oggi si contano poco meno di trecento viticoltori, la gran parte stanziati sull’isola di Pico e con vigneti di meno di un ettaro. Dopo la fillossera nel 1857 la viticoltura è ripresa solo sulle isole Pico, Terceira e Graciosa. La cooperativa Pico Wines produce più della metà del vino del territorio. Per gli amanti del trekking sono previsti anche percorsi fra le vigne, in un contesto unico al mondo: qui non troviamo filari ma le piante sono libere di crescere cinte da suggestivi muretti a secco (currais), dal 2004 patrimonio Unesco, che le difendono dal vento forte e sono la perfetta testimonianza di una viticoltura arcaica. A differenza dei muretti di lava presenti sull’isola di Lanzarote, a La Geria, di forma ovale, questi assomigliano a un labirinto e l’uva si trova quasi per terra. Fra i vitigni autoctoni, la maggior parte a bacca bianca, segnaliamo l’arinto dos Acores, il verdelho e il terrantez do Pico. Il verdelho è coltivato anche sull’isola di Madeira. Fra i vitigni a bacca rossa troviamo syrah, cabernet e saborinho. Da non sottovalutare i venti salati che soffiano dall’oceano e che in combinazione con il sole bruciano le piante, motivo per cui ogni 3-4 anni si perde il raccolto nonostante la protezione dei currais. Un luogo da sogno dove gustare al meglio i vini è il tapas restaurant e bar Cella Bar, a Madalena, sull’isola di Pico, dalla caratteristica forma di balena, il cui rooftop offre una vista mozzafiato sull’oceano.

Cari lettori, vi invitiamo a inviarci le foto più curiose dei vostri viaggi enogastronomici in giro per il mondo, foto che pubblicheremo in un’apposita bacheca online con il vostro nome e cognome. Perché la bellezza è tale se la condividiamo. Buone partenze…