L’8 marzo non è soltanto una data simbolica. È anche un momento per fermarsi a riflettere su quanto lavoro, spesso invisibile, le donne continuino a sostenere nella filiera del cibo e dell’agricoltura. Un lavoro che attraversa cucine, campi, cantine, mercati e che, ancora oggi, fatica a ottenere il riconoscimento che merita.
Secondo Slow Food, senza il contributo delle donne non esisterebbe il futuro del cibo. Eppure, proprio nei settori che più dipendono dalla loro presenza, le disuguaglianze restano evidenti.
«Nonostante molto lavoro sia stato fatto e si stia facendo, il femminile vive ancora una profonda situazione di iniquità in moltissimi settori», osserva Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. «Nella gastronomia le donne, nei secoli, con poche risorse, hanno tramandato ricette straordinarie; tuttavia, con poche eccezioni, nelle classifiche dei migliori cuochi risultano ancora dietro agli uomini e lavorano spesso nelle retrovie».
Se ci si sposta dalle cucine ai campi, il quadro non migliora. Le donne rappresentano una parte fondamentale della forza lavoro agricola, ma continuano a essere meno pagate, raramente occupano ruoli decisionali e in molte parti del mondo non hanno nemmeno il diritto di possedere la terra che coltivano. A questo si aggiungono spesso condizioni di lavoro difficili e una doppia responsabilità: quella professionale e quella familiare.
I numeri aiutano a capire meglio la situazione. In Italia, a fronte di un guadagno medio annuale di circa 7.200 euro per i braccianti, le lavoratrici agricole percepiscono in media 1.800 euro in meno. A livello globale, meno del 15% dei proprietari di terreni agricoli sono donne, percentuale che scende al 10% nei Paesi arabi.
Eppure il loro ruolo resta decisivo. In Africa, ad esempio, le donne coltivano circa l’80% dei prodotti agricoli. «Attraversare una qualsiasi porzione di campagna africana vi farà capire che cosa rappresentano le donne nell’economia agricola. Chinate nei campi, sembra non smettano mai di lavorare», racconta Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. «Le donne sono il perno delle comunità del cibo e le custodi di prodotti preziosi come i Presìdi Slow Food».
Questa riflessione riguarda da vicino anche il mondo del vino. Negli ultimi anni le donne stanno assumendo un ruolo sempre più visibile come produttrici, enologhe, agronome, comunicatrici e imprenditrici del settore. Non si tratta solo di una presenza numerica crescente, ma di un approccio spesso diverso: più attento alla sostenibilità, alla relazione con il territorio e alla dimensione culturale del vino. In molte cantine italiane le donne stanno contribuendo a innovare linguaggi, modelli di accoglienza e forme di racconto dell’enoturismo, dimostrando come il vino sia prima di tutto un prodotto agricolo e umano.
Ridurre il divario di genere, del resto, non è solo una questione di diritti. È anche una scelta concreta per il futuro del pianeta. Secondo uno studio della Banca Mondiale, se uomini e donne avessero lo stesso accesso alla terra si potrebbe ridurre la fame nel mondo del 17%. La FAO, che ha indicato il 2026 come Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici, sottolinea inoltre che colmare questo divario potrebbe ridurre l’insicurezza alimentare per 45 milioni di persone e aumentare il PIL globale di circa 1.000 miliardi di dollari.
Ma il contributo femminile non si misura solo nei numeri. È anche un modo diverso di guardare alla terra e al cibo. «Il cibo può e deve quindi essere strumento di emancipazione», continua Nappini. «Così il cibo si fa palcoscenico di dieci, cento, mille storie di emancipazione femminile».
In Italia molte imprenditrici agricole stanno già dimostrando quanto questo approccio possa essere innovativo. Circa la metà delle aziende guidate da donne sviluppa attività multifunzionali — dalla vendita diretta agli agriturismi, fino alle fattorie didattiche — mentre il 60% adotta pratiche sostenibili, come l’agricoltura biologica.
Sono storie che parlano di cura, di territorio e di comunità. E che ricordano come il cibo non sia soltanto produzione, ma anche cultura, relazione e futuro.
Per questo l’8 marzo non dovrebbe essere un punto di arrivo, ma piuttosto un promemoria. «È doveroso, ogni giorno dell’anno», conclude Nappini, «dare voce alle migliaia di contadine, pastore, pescatrici, cuoche, artigiane, produttrici di vino e imprenditrici che lavorano per aumentare la sicurezza alimentare e preservare risorse naturali, culture e saperi locali».
Perché parlare di cibo — e di vino — significa anche parlare di chi lo rende possibile. E molto spesso, dietro a quel lavoro, ci sono proprio le donne.
Barbara Nappini – Credit foto: Alessandro Vargiu




