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Speciale Amarone Opera Prima

 

Lo scorso week-end Verona ha messo in mostra l’Amarone al Palazzo della Gran Guardia. Sono passati cento anni dal 1924, quando a San Pietro in Cariano si tenne la prima riunione per gettare le basi di un futuro consorzio per la tutela dei vini della Valpolicella.
L’anteprima è stata una piacevole occasione per sentire alcuni Amarone a conferma delle ultime recenti ottime annate e per degustare la tanto attesa annata 2019, nell’insieme certamente più interessante della 2018, per il territorio veneto.
Nelle due sale erano presenti molti dei più significativi produttori di Amarone che nella giornata di domenica hanno visto un’ottima affluenza di pubblico, fra addetti ai lavori e semplici appassionati. Il programma del week-end si è completato anche con due masterclass e una conferenza di apertura. D’altra parte il panorama internazionale del mercato non guarda ai vini rossi con la stessa attenzione del passato, stando a quanto rileva UIV, Unione Italiana Vini: dopo la fase Covid e l’esplosione del commercio online, finita  l’euforia post-pandemica, quello che occorre rilevare oggi è una contrazione del consumo di vino. Crescono prodotti diversi, seppure alcolici, pensati per un target basic, una piattaforma allargata che vorrebbe certamente bevande più easy. Non ci sono solo i fattori climatici, dunque a complicare il mondo produttivo enologico, ma probabilmente anche un cambio generazionale. Seppure il consumatore medio di vino sia progredito nella conoscenza, maturando un profilo di interessi allargato a esperienze enogastronomiche che sappiamo muovere il turismo, il tema è di attualità e in queste giornate ha coinvolto anche il Consorzio della Valpolicella.
Se è vero com’è vero che l’Amarone è fra i vini destinati a lunghi invecchiamenti nelle cantine dei tanti appassionati ed è oggi una rarità nel panorama enologico italiano (e oltre confine), confrontandosi per il metodo di vinificazione solo con lo Sforzato della Valtellina, la sua ricchezza di consistenza, ma spesso anche di gradazione alcolica, orientano questo vino rosso verso la ricerca di nuovo equilibrio e territorialità.
Ciò nonostante, il vino italiano nel mondo ha bisogno dell’Amarone. Perché come altre eccellenze del nostro territorio, pensando al Brunello di Montalcino, ovviamente al Barolo e al Barbaresco, oppure al Bolgheri, ci devono essere vini che facciano da traino per elevare il valore intrinseco del prodotto, coinvolgendo però nel processo di accrescimento tutta la filiera.
A Verona per questa edizione si sono presentate ben 70 aziende, che si sono confrontate direttamente con l’annata 2019 in anteprima, concedendosi qua e là ancora delle annate precedenti, il che non può far altro che esaltare l’Amarone, erede della lunga storia del Recioto e che in fondo, in fatto di denominazione (DOC dal 1968, DOCG dal 2010, quindi recente), è un vino contemporaneo sempre in crescita negli ultimi vent’anni. Valori tutti condivisi, sentiti in particolare dal presidente del Consorzio Christian Marchesini, che vuole un Amarone sempre più contemporaneo. Una piattaforma competitiva in grado di mantenere la tradizione, rimarcando le doti che questo rosso si porta appresso, pur pensando anche a nuovi indirizzi stilistici.
Tornando agli assaggi, la 2019 lascia presagire un Amarone di grande longevità, già delineato da una qualità sensoriale olfattiva nel pieno rispetto delle aspettative.
Ma come vi anticipavo, alcune “derive” del passato corrompevano in positivo un’atmosfera già perfettamente riuscita. Allora, districandosi fra in banchetti, certamente possiamo sottolineare Zymè, che con la sua 2017 rincorre echi territoriali centrati, persistenza ed eleganza per un Amarone che lascia presagire quanto possa essere intrigante l’etichetta Riserva della cantina, ovvero La Mattonara. Del resto la firma di Celestino Gaspari è una garanzia. Ma in questo millesimo possiamo goderci anche Camerani che con Corte Sant’Alta aggiunge ulteriori note di sottobosco, latenze di cuoio, oltre la certezza del frutto rosso maturo, talvolta sotto spirito, abbandonato a piacevoli quanto romantiche derive di tabacco biondo e spezie essiccate. Come Torre di Terzolan, olfatto floreale maturo, quasi erbaceo, decisamente persistente: caratteristica questa che è sinonimo di longevità.
A ritroso, certamente l’Amarone Brolo dei Giusti 2015 rimane nella memoria. Quasi a fissare i canoni di questo territorio, un po’ come poteva essere anni fa, quando Quintarelli dettava le regole dell’enologia veneta. Ma possiamo scavare nel passato: allora al centro dell’Amarone che vorrei posso collocare Santa Sofia, che con il suo Gioè 2013 traccia il solco.
Quanto all’annata 2019, nei canoni, certamente ritroviamo Sartori con Reius, tanto quanto Corte Figaretto con Musa del Figaretto (Valpantena), Ca’ La Bionda con il Ravazzol e Cantina Valpantena con il Torre del Falasco, ma anche l’anteprima dello stesso Zymè. Sono vini vibranti, con note di uva rossa già matura, larghezza e anche potenza, sempre però con espressività al palato. Nell’iper dettaglio si possono ritrovare polveri di carbone e ancora note di cuoio, fra vapori di spezie fresche. Sempre con tannini controllati, mai volgari. Fra quelli da segnalare certamente Stafano Accordini e Le Guaite di Noemi. E Bertani, una solida, centenaria certezza.