Gennaio 2026 restituisce l’immagine di un mondo del vino che non cerca più lo scatto in avanti, ma una postura più stabile. Dopo anni di crescita, di espansione, di rincorsa ai mercati e ai volumi, il settore sembra aver imboccato una fase diversa, più riflessiva. È un passaggio che leggo non come una crisi, ma come una presa di coscienza. Il vino sta imparando a fare un passo indietro per ritrovare senso.
La prima evidenza è la riduzione strutturale dei volumi. Non è soltanto l’effetto di consumi che rallentano, soprattutto tra i più giovani, ma una scelta sempre più dichiarata da molte cantine: produrre meno, concentrarsi meglio, tornare a una coerenza profonda con il territorio. Vedo aziende che stanno rivedendo rese, abbandonando etichette nate per rispondere a logiche commerciali di breve periodo, semplificando i portafogli per rafforzare l’identità. È un cambio di paradigma che richiede coraggio, perché rinuncia alla quantità per scommettere sul valore.
Accanto a questo, mi colpisce come il concetto di sostenibilità stia evolvendo. Non basta più dichiararsi sostenibili: oggi il tema è la rigenerazione. Rigenerare i suoli, i vigneti, i paesaggi, ma anche le comunità che vivono attorno al vino. Alcune cantine stanno lavorando in profondità, recuperando vitigni storici, sperimentando vigneti più resilienti al caldo e alla siccità, investendo su pratiche agronomiche che restituiscono vitalità alla terra. E ciò che cambia davvero è il modo di raccontarlo: meno slogan, più dati, più verità, anche quando è complessa.
C’è poi un altro aspetto che considero centrale: la cantina come luogo culturale. Non più solo destinazione enoturistica, ma spazio di pensiero, di racconto, di dialogo con altri linguaggi. Architettura, arte contemporanea, fotografia, musica entrano nel mondo del vino non come ornamento, ma come parte di una visione. Il vino torna a essere quello che è sempre stato nelle sue stagioni migliori: un fatto culturale prima ancora che un prodotto. E questo, a mio avviso, è uno dei segnali più interessanti di questo inizio 2026.
Anche il rapporto con i mercati esteri sta cambiando. Meno corsa all’apertura di nuovi sbocchi, più attenzione alla qualità delle relazioni. Vedo cantine che scelgono di ridurre il numero dei distributori, di presidiare meglio i mercati maturi, di investire sulla formazione e sulla narrazione corretta dei territori. Allo stesso tempo, cresce un interesse più consapevole verso aree considerate finora marginali, ma culturalmente pronte ad accogliere il vino europeo, in un mondo che sta ridefinendo i propri equilibri geopolitici ed economici.
Infine, c’è un segnale che attraversa tutto questo e che sento particolarmente vicino: il ritorno delle persone. L’enologo-artigiano, il produttore che si espone, che racconta il proprio lavoro senza sovrastrutture. Dopo anni di comunicazione urlata, il vino sembra scegliere una voce più bassa. Meno marketing, più autenticità. Meno promesse, più coerenza. È quasi un ritorno al silenzio, che nel vino – come nella vita – è spesso la forma più alta di rispetto.
Per questo credo che l’attualità del vino, oggi, non stia in una singola notizia o in un’operazione clamorosa. Sta in una somma di scelte, spesso invisibili, che vanno tutte nella stessa direzione. Un settore che smette di inseguire e inizia a interrogarsi. Che accetta di rallentare per durare.
VINO 2026: I VALORI SCELTI DAI PRODUTTORI TRA COERENZA CULTURALE E SOSTENIBILITÀ



