Nel 2026 Bottega continua la sua marcia globale: uno dei circa 40 Prosecco Bar già aperti in tutto il mondo accoglierà viaggiatori alle Maldive, e entro il 2027 sono in programma due Wine Hotel in India che faranno del vino il cuore dell’esperienza. Queste novità rafforzano una visione imprenditoriale che porta il vino italiano oltre i confini tradizionali, trasformando il brindisi in un gesto d’identità e ospitalità.
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Atterrare dall’altra parte del mondo e trovare, appena varcata la soglia di un aeroporto, un calice di Prosecco italiano. Non è solo un gesto di accoglienza: è una dichiarazione di identità. È da questa immagine – concreta e simbolica insieme – che ritrae Sandro Bottega e Monica Lisetto in uno dei loro Prosecco Bar, che si può leggere la visione dell’azienda, realtà vinicola e di distillati capace di portare il vino italiano nei luoghi del viaggio, del transito, dell’attesa. Luoghi in cui ci si sente stranieri, ma dove improvvisamente riaffiora qualcosa di familiare.
A Verona, ad Amarone Opera Prima, abbiamo dialogato con Elena Schipani, sua brand ambassador. Un incontro che restituisce il ritratto di un’impresa costruita su una visione industriale solida, ma mai disgiunta dalla qualità del prodotto, dall’estetica e da un’idea culturale del vino come linguaggio universale.

Alla guida dell’azienda c’è Sandro Bottega, imprenditore che da anni lavora su un concetto chiaro: il mercato italiano è saturo, il futuro del vino passa dalla capacità di abitare nuovi mercati senza snaturare la propria identità. Non esportare solo bottiglie, ma un modo di essere. Un’idea di Italia.
È in questa prospettiva che nasce il concept dei Prosecco Bar, sviluppato dal 2014 e oggi presente capillarmente nel canale travel retail: aeroporti, hub internazionali, resort. Piccoli bacari veneziani contemporanei, dove il vino dialoga con il cibo e diventa esperienza. Il nuovo Prosecco Bar alle Maldive è all’interno del resort Oblu Select Sangeli. Un’operazione che racconta bene la direzione intrapresa: portare la tradizione dell’abbinamento cibo-vino italiano anche nei luoghi più lontani, trasformando il vino in una forma di ospitalità.
Accanto ai Prosecco Bar, Bottega guarda all’India come mercato strategico. Nel 2027 sono previsti due Wine Hotel, strutture di lusso in cui il vino sarà protagonista dell’esperienza: non solo servizio, ma racconto, degustazione, cultura. «Saranno hotel cinque stelle – spiega Schipani – dove l’ospite potrà vivere il vino come esperienza, non come accessorio». Un modello che intercetta una domanda nuova, in mercati in forte crescita, come l’India e l’Africa, dove il vino premium diventa segno di modernità e apertura culturale.
Questa visione imprenditoriale si accompagna a un lavoro costante sull’immagine. Le etichette, disegnate da Monica Lisetto, sono parte integrante del progetto: superfici luminose, materiali ricercati, una grammatica estetica riconoscibile. Non decorazione, ma linguaggio. Come ricordava Walter Benjamin, l’estetica non è mai separabile dall’esperienza: Lisetto riesce a tradurre visivamente un’idea di lusso che non tradisce la sostanza.
Un tema che torna anche parlando del loro Prosecco “iconico”, quello che ha fatto discutere per il suo prezzo elevato. Non “caro”, ma costoso: perché il costo racconta il lavoro, la fatica, il paesaggio. Le colline del Prosecco sono patrimonio Unesco, territori difficili, spesso lavorati a mano, dove la viticoltura è resistenza e cura. Come ci ha spiegato Sandro Bottega nella sua intervista, “quel Prosecco nasce dall’idea di restituire valore a un territorio e al lavoro dell’uomo, sottraendo il Prosecco alla sola logica del consumo immediato”.
Bottega non è solo vino. Nell’ottobre scorso l’azienda ha lanciato una release limitata di 12.000 bottiglie di whisky, declinata in tre gradazioni alcoliche (40, 43 e 46 gradi), affinata in botti di legni rossi, Brunello e Amarone. Un progetto che unisce tradizione internazionale e savoir-faire italiano. «Il whisky non è un distillato italiano – spiega Schipani – ma lo rendiamo nostro grazie alle barrique dismesse della Valpolicella e della Toscana, lavorandolo nel nostro liquorificio». Un’ibridazione consapevole, che racconta come l’identità non sia mai statica.
A tutto questo si affianca un impegno strutturale sulla sostenibilità: riduzione della plastica, capsule più leggere, investimenti per abbattere l’impatto della CO₂. Non come dichiarazione di principio, ma come asse trasversale di ogni progetto.
Lavorare in azienda, conclude Schipani, «è stimolante, non ci si annoia mai». Forse perché, oggi più che mai, il vino non è solo un prodotto: è visione, impresa, racconto. Ed è anche un modo per sentirsi a casa, ovunque ci si trovi nel mondo.



