Con Carlo Petrini non se ne va soltanto il fondatore di Slow Food. Se ne va una delle figure che più hanno inciso nel modo in cui il mondo contemporaneo ha imparato a guardare il cibo: non più solo nutrimento, consumo o piacere, ma cultura, territorio, giustizia sociale, agricoltura, biodiversità e responsabilità civile. Carlo “Carlin” Petrini è morto nella tarda serata del 21 maggio nella sua casa di Bra, nel Cuneese, a 76 anni. A darne notizia è stata Slow Food, il movimento che aveva fondato e che da una piccola intuizione piemontese è diventato una rete globale presente in oltre 160 Paesi.
Nato a Bra nel 1949, nelle Langhe, Petrini è stato giornalista, scrittore, intellettuale e soprattutto un visionario capace di trasformare il cibo in una questione politica e culturale. Negli anni Ottanta, mentre il mondo correva verso la standardizzazione alimentare e il modello del fast food, lui intuì che dietro una tavola, una filiera e una produzione agricola si giocava qualcosa di molto più grande: il rapporto tra uomo, natura, comunità e dignità del lavoro. Da questa visione nacque nel 1986 il primo nucleo di Slow Food, divenuto poi movimento internazionale, costruito attorno a un principio semplice e rivoluzionario: un cibo “buono, pulito e giusto”.
Petrini non fu un gastronomo nel senso tradizionale del termine. Non si limitò a raccontare il gusto: ne fece un linguaggio civile. Difese piccoli produttori, artigiani, contadini, pescatori, pastori e territori minacciati dall’omologazione globale. In un’epoca in cui la velocità diventava valore assoluto, lui parlava di lentezza come scelta di qualità, rispetto e consapevolezza. Slow Food, nato quasi come atto simbolico di opposizione alla cultura del fast food, si trasformò in una delle esperienze più influenti del pensiero agroalimentare internazionale.
Aveva stretto rapporti anche con reali, come re Carlo III, con cui condivideva la visione di un’agricoltura sostenibile e rispettosa della terra: fu ospite nella sua tenuta biologica di Highgrove, nel Gloucestershire, dove discussero a lungo di biodiversità, agricoltura e tutela delle tradizioni alimentari, temi che li hanno uniti.
Il suo lascito va ben oltre Slow Food. Nel 2004 ideò Terra Madre, una rete mondiale che ha messo in relazione comunità del cibo, agricoltori, cuochi, accademici e giovani, dando voce a chi produce e custodisce biodiversità. Nello stesso anno contribuì alla nascita dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, la prima realtà accademica a proporre uno studio interdisciplinare del cibo, tra agronomia, economia, antropologia, sostenibilità e cultura. Fu inoltre promotore dell’Arca del Gusto e cofondatore delle Comunità Laudato si’, ispirate alla visione ambientale di papa Francesco.
Il suo pensiero ha avuto un impatto forte anche nel mondo del vino. Petrini ha sempre sostenuto che vino e cibo non potessero essere ridotti a prodotti da scaffale o a strumenti di consumo distratto. Per lui il vino era paesaggio, identità, lavoro agricolo, tradizione e racconto delle comunità. Una lettura che oggi appare quasi scontata, ma che decenni fa fu pionieristica: difendere una vigna significava difendere un territorio, una cultura e una memoria collettiva.
Nel 2004 il Time lo definì “European Hero”; nel 2008 il Guardian lo inserì tra le cinquanta persone che avrebbero potuto contribuire a salvare il mondo. Alla notizia della sua scomparsa, il presidente Sergio Mattarella ha parlato di “un grande vuoto non solo in Italia”, ricordando la portata culturale e sociale della sua eredità.
Ma forse il tratto più raro di Carlin Petrini è stato un altro: aver difeso il piacere senza mai separarlo dall’etica. In un tempo in cui anche la comunicazione enogastronomica rischia spesso di scivolare nello spettacolo, nell’eccesso o nella banalizzazione, lui ha ricordato che mangiare e bere non sono gesti superficiali. Sono cultura, rispetto, storia e responsabilità.
Qualche tempo fa avevo intervistato Carlo Petrini per l’online di Famiglia Cristiana: ciò che mi colpì fu la sua misura, forse anche il riflesso di una lucidità critica e di una stanchezza davanti a un mondo profondamente cambiato.
Per questo la sua scomparsa pesa enormemente nel mondo dell’enogastronomia. Il solco che lascia non è fatto di slogan, ma di serietà, credibilità e visione. E forse il modo migliore per ricordarlo è continuare a trattare cibo e vino per ciò che sono davvero: non mode da consumare, ma patrimoni da comprendere, custodire e raccontare con dignità. E aggiungo: senza volgarità.