Non è il momento di rincorrere i numeri, ma di consolidare il valore della denominazione. È questo il messaggio emerso dalla presentazione della sesta edizione del Valpolicella Annual Report, illustrata a Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto, a Venezia. Un appuntamento che fotografa lo stato di salute di una delle più importanti denominazioni rossiste italiane, chiamata oggi a misurarsi con mercati internazionali più complessi, tensioni geopolitiche e nuovi equilibri nei consumi.
Nel 2025 la Valpolicella ha prodotto 57,5 milioni di bottiglie, con una flessione del 3% rispetto all’anno precedente. Un calo che il Consorzio interpreta non come un segnale di debolezza, ma come la conferma di una strategia orientata alla sostenibilità economica della filiera.
“La congiuntura internazionale richiede oggi una responsabilità ancora maggiore. Il nostro compito non è inseguire i volumi, ma preservare il valore della denominazione. Siamo impegnati a governare con equilibrio la produzione e a investire nella promozione per rafforzare la competitività delle imprese e consolidare il ruolo dei vini della Valpolicella nel panorama enologico nazionale e internazionale. È una sfida che il Consorzio e le aziende stanno affrontando insieme, con una visione di lungo periodo”, ha spiegato Christian Marchesini, presidente del Consorzio Tutela Vini Valpolicella.
La denominazione mantiene una struttura produttiva solida. Il vigneto resta stabile a 8.614 ettari, distribuiti in 19 Comuni e 11 vallate, mentre la filiera riunisce oltre 2.200 aziende tra viticoltori, vinificatori e imbottigliatori. Verona è il Comune con la maggiore superficie vitata (15%), seguita da Negrar e San Pietro in Cariano (13% ciascuno) e Illasi (11%), territori che insieme rappresentano oltre la metà dell’intero vigneto della denominazione.
Anche il patrimonio ampelografico continua a essere fortemente identitario. La Corvina occupa il 56% della superficie rivendicata, seguita da Rondinella e Corvinone (19% ciascuna), mentre la Molinara mantiene una presenza del 2%.
La vendemmia 2025 ha fatto registrare 840.510 quintali di uva, di cui 327.545 quintali destinati all’appassimento, quantitativi tornati sui livelli del 2016. Sul fronte dell’imbottigliamento, l’Amarone della Valpolicella Docg e il Recioto si attestano a 13,58 milioni di bottiglie (-2,4%), il Valpolicella Ripasso Doc a 27,37 milioni (-3,7%) e il Valpolicella Doc a 16,5 milioni (-2,7%).
Dietro questi numeri si legge una denominazione che continua a cercare equilibrio fra produzione e redditività. Del resto, in un mercato sempre più competitivo, il valore di un vino non dipende soltanto dalla quantità prodotta, ma dalla capacità di raccontare il territorio e di mantenere alta la percezione qualitativa.
Un ruolo decisivo continua ad averlo l’export. I vini della Valpolicella sono oggi presenti in 87 Paesi, mentre nel solo 2025 il Consorzio ha organizzato 27 iniziative promozionali in 16 nazioni, dall’Australia agli Stati Uniti, passando per Giappone, Corea del Sud, Singapore, Regno Unito, Germania, Francia, Argentina e Messico. Una presenza internazionale costruita con degustazioni, masterclass e attività rivolte agli operatori, nella consapevolezza che oggi promuovere una denominazione significa raccontarne cultura, paesaggio e identità.
Non a caso il consigliere regionale Alberto Bozza ha richiamato anche un’altra sfida strategica: la candidatura a Patrimonio culturale immateriale UNESCO del rito della messa a riposo delle uve della Valpolicella, un riconoscimento che valorizzerebbe uno dei gesti più identitari dell’enologia veronese e il patrimonio culturale che accompagna la produzione dell’Amarone.
Accanto ai dati economici emerge infine un’altra caratteristica della denominazione: la capacità di far convivere aziende di dimensioni molto diverse. Nelle realtà più piccole prevale il Valpolicella Doc, mentre nelle imprese medio-grandi il Ripasso rappresenta quasi la metà della produzione. Amarone e Recioto, invece, mantengono un peso stabile in tutte le tipologie aziendali, confermando il loro ruolo di vini-bandiera di un territorio che continua a puntare sulla qualità prima che sulla quantità.

UNIONE ITALIANA VINI: GIACENZE RECORD NELLE CANTINE, EXPORT IN CALO E 516 MILIONI DI EURO DI VALORE EROSO DAI DECLASSAMENTI

Il vino italiano si trova davanti a un bivio. Continuare a produrre come se il mercato fosse quello di qualche anno fa oppure ridurre i volumi per difendere il valore delle denominazioni. È il messaggio lanciato da Unione Italiana Vini (Uiv) nel corso dell’assemblea generale svoltasi a Roma, dove il presidente Lamberto Frescobaldi ha invitato il settore ad affrontare senza esitazioni una fase che richiede decisioni anche impopolari.
Il quadro delineato dall’Osservatorio Uiv è tutt’altro che rassicurante. Nonostante tre vendemmie più contenute tra il 2023 e il 2025, a maggio le giacenze di vino e mosti hanno superato 53 milioni di ettolitri, il 7,3% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In pratica, nelle cantine italiane è fermo l’equivalente di un’intera vendemmia.
A pesare sono consumi che rallentano sia in Italia sia all’estero. Nella grande distribuzione le vendite, tra gennaio e maggio 2026, registrano un -2%, mentre l’export nel primo trimestre dell’anno segna un -4% a volume e un -8,3% a valore.
Per il presidente di Uiv è arrivato il momento di cambiare passo.
“Nelle attuali condizioni di mercato anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile. È il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche se impopolari, perché l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio. L’iperproduzione sta impattando su valore e redditività lungo tutta la filiera. Dobbiamo tutelare un comparto che vale l’1,1% del Pil e che contribuisce in maniera determinante non solo al saldo della bilancia commerciale, con un attivo di 7,2 miliardi di euro, ma anche alla ricchezza dei territori e alla salvaguardia del paesaggio”, ha dichiarato Lamberto Frescobaldi.
Il nodo non riguarda soltanto le quantità prodotte, ma anche il progressivo impoverimento del valore del vino italiano. Sempre più aziende, infatti, sono costrette a riclassificare parte della produzione verso categorie inferiori per riuscire a collocarla sul mercato.
Secondo l’Osservatorio Uiv, oggi una bottiglia su cinque viene declassata, passando, ad esempio, da Docg a Doc, da Doc a Igt oppure a vino comune. Una scelta spesso inevitabile, ma che finisce per comprimere ulteriormente i prezzi.
Il fenomeno è evidente anche nelle quotazioni dello sfuso. Nei primi cinque mesi del 2026 i prezzi sono diminuiti del 6% per i vini Dop, del 7% per gli Igp e addirittura del 14,4% per i vini comuni, categoria nella quale confluisce circa il 75% dei declassamenti, con una quotazione media scesa a 54 centesimi al litro.
Per il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, il problema non può più essere affrontato soltanto con strumenti emergenziali.“È necessario aggiornare l’impianto normativo per regolamentare e razionalizzare il settore: la produzione va programmata in funzione del mercato. Oggi una bottiglia su cinque viene declassata ed è una pratica che rischia di innescare un effetto a valanga: il vino scende di categoria, i volumi si accumulano alla base della piramide qualitativa e ad essere travolti sono i prezzi. Sotto il peso di un’offerta eccessiva si è già eroso più di mezzo miliardo di euro di valore potenziale annuo”, ha spiegato.
Le elaborazioni dell’Osservatorio quantificano infatti in 516 milioni di euro la perdita complessiva di valore generata dai declassamenti: 364 milioni di euro riguardano i vini Dop e 152 milioni gli Igp, con una riduzione media dell’11% del valore potenziale.
Numeri che raccontano un cambiamento profondo. Dopo anni in cui la crescita era misurata soprattutto in ettolitri e bottiglie, il comparto è chiamato a ragionare sempre più sulla sostenibilità economica della produzione. La sfida, come emerso dall’assemblea di Uiv, non è produrre di più, ma produrre meglio, preservando il valore delle denominazioni e la redditività delle imprese in un mercato internazionale che chiede qualità, identità e una programmazione sempre più attenta dell’offerta.